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martedì, giugno 21, 2016

Mirco Mariucci:Riflessioni per una nuova società a misura d'essere umano.


Tratto dal saggio L'illusione della libertà, bestseller di Amazon nella categoria sociologia. Disponibile anche in download gratuito al seguente indirizzo.

Lo scopo di questo capitolo conclusivo, esattamente come per gli altri saggi che avete letto all'interno di questa raccolta, è di contribuire alla realizzazione di una società a misura di essere umano.

Questa volta, però, ho deciso di spingermi un po' più in là, iniziando a delineare alcune caratteristiche peculiari di una Nuova Società che non sia più dedita al profitto, ma che tenga conto delle vere esigenze degli individui.

Le parole che seguono rappresentano una breve introduzione a proposito di un'idea che ho maturato nel corso degli ultimi anni, e che mi riprometto di approfondire con maggior dettaglio in futuro con un apposito saggio intitolato: "Utopia Razionale".

Come avrete compreso, la mia critica muove i suoi passi dal dato di fatto che oggi dedichiamo troppo tempo al lavoro e così ci resta ben poco spazio per vivere la vita.

Per "lavoro" intendo l'insieme delle azioni che nell'odierna società siamo costretti a svolgere al fine di guadagnare il denaro che ci serve per sopravvivere.

Tutto ciò, purtroppo, non avviene per questioni di volontà o di reali necessità, ma per gli obblighi e le inefficienze del sistema socio-economico in cui viviamo, che derivano largamente dall'assurdità delle attuali logiche economiche e di quelle del mondo del lavoro.

Questa falsa necessità sociale di dover vivere per lavorare, invece di lavorare per vivere, rappresenta un problema gravoso, in quanto impedisce agli esseri umani di condurre la propria esistenza in condizione di libertà e felicità.

Oggi non esiste la libertà ma l'illusione della libertà, che rappresenta un espediente decisamente efficace per perpetrare la follia dell'organizzazione capitalistica.

L'illusione della libertà è del tutto evidente se si ha la volontà di osservare in modo distaccato le odierne dinamiche del mondo del lavoro.

Parafrasando un aforisma del regista Silvano Agosti, si potrebbe affermare che un contratto di lavoro a tempo pieno assicura gli stessi vantaggi della galera: una cella nella quale rinchiudersi quotidianamente e dei pasti caldi da consumare1.

A differenza dei carcerati, però, i lavoratori subordinati devono svolgere ripetutamente dei compiti spesso faticosi e indesiderabili, rispetto ai quali non hanno possibilità di scelta, se non vogliono rischiare il licenziamento.

Se poi, per disgrazia, la mansione che un lavoratore deve svolgere forzosamente per vivere non gli piace, o per qualsiasi altro motivo, non lo appaga e lo rende infelice, indipendentemente dal fatto che il lavoro sia manuale o intellettuale, qualificato o no, allora quell'individuo subisce un'ulteriore forma di violenza psico-fisica che si replica giorno dopo giorno, causando vere e proprie malattie, oltre a un generale decadimento sia fisico che mentale.

Non si tratta di casi rari e isolati, purtroppo è la maggior parte dei lavoratori a sperimentare una simile condizione, perché oggi il lavoro non è concepito per essere compatibile con il benessere dei lavoratori ma per fare profitto, senza considerare che, di fatto, non esiste la possibilità di scegliere "il" lavoro che ci piace, salvo rarissimi casi, ma ci si adatta a "un" lavoro, ovvero quello che si trova, se si trova, che è ben diverso.

Nell'odierna società gli individui vengono ridotti a mere macchine al servizio delle necessità del sistema economico e la qualità della loro esistenza diviene sacrificabile, in quanto subordinata all'ottenimento del primo fine: la massimizzazione del profitto.

Queste condizioni disumane, protratte per un lungo periodo, sono in grado di annullare qualsiasi essere umano.

Un giovane prestante e cognitivo già dopo alcuni anni di lavoro forzoso, ripetitivo e totalizzante, perde gran parte delle sue caratteristiche peculiari:

freschezza e vitalità svaniscono rapidamente insieme al fisico sano e forte, che avvizzisce e diventa sempre più flaccido e cagionevole in compagnia di una mente che s'ingessa e vede ridurre progressivamente memoria e capacità d'apprendimento, non tanto a causa dei naturali processi d'invecchiamento, ma piuttosto perché non si ha più tempo da dedicare allo sport, allo studio, alla creatività e a un sano divertimento.

Quando si lavora tutti i giorni per un tempo così elevato, superata la prima fase "euforica" dovuta alla novità della situazione, subentra inevitabilmente la noia e la monotonia della routine, accompagnate da una frustrazione generata dal dover svolgere un'attività che non piace.

Infatti, anche l'attività più bella del mondo, se ripetuta forzosamente tutti i giorni per un numero elevato di ore,  prima o poi perde tutto il suo fascino e finisce inevitabilmente per diventare l'azione più noiosa, insalubre e detestabile che si possa immaginare.

Perché allora non dovrebbe essere la stessa cosa con il lavoro, che di certo è meno motivante e interessante dell'attività più bella del mondo?

Ben presto si realizza di essere finiti in gabbia ma al tempo stesso ci si convince che non esistano alternative. Che assurdità!

E così, invece di riappropriarci della libertà, continuiamo a correre come all'interno di una ruota per criceti... ma per cosa?

I problemi indotti dalla moderna forma di schiavitù lavorativa si evidenziano anche per mezzo di un diffuso malessere esistenziale che in molti tentano di alleviare iper-consumando, ricorrendo all'alcol, alla droga, al gioco d'azzardo o all'uso di psico-farmaci, non facendo altro che peggiorare drasticamente il quadro generale.

L'attuale organizzazione del lavoro impone obblighi e privazioni di libertà, che non consentono di condurre un'esistenza a misura di essere umano, inducendo una serie di effetti che a cascata si ripercuotono negativamente sui singoli e sulla collettività.

Al contrario, se un individuo, di sua spontanea volontà e non per costrizioni dovute al sistema socio-economico, svolge una qualsiasi azione e ciò lo diverte, o meglio ancora lo rende felice, allora io dico che non possiamo considerare quell'attività "lavoro" ma vivere la vita in libertà.

In questo caso è il singolo soggetto che sceglie spontaneamente come impiegare il proprio tempo esistenziale, e immagino che lo utilizzerà per fare ciò che gli piace, non qualcosa che è costretto a svolgere per guadagnare i soldi per vivere, ovvero lavorare.

La differenza è sostanziale: trovarsi e adattarsi a un lavoro, perché si deve lavorare in modo forzoso, che poi nella maggioranza dei casi non piace e non può piacere, viste le modalità a esso collegate;

oppure impiegare il tempo per svolgere una o più attività scelte spontaneamente, come e quanto ci pare, perché tutto ciò ci appaga e ci rende felici, nella libertà di poter smettere o cambiare senza alcun problema.

Quando un essere umano viene messo in condizione di poter fare ciò che gli piace, generalmente riceve dei feedback che si ripercuotono positivamente sul proprio stato psico-fisico. Così facendo quel soggetto sarà più sano, gioioso e vitale.

Se tutti potessero sperimentare simili condizioni di libertà, le conseguenze per la società sarebbero a dir poco sensazionali.

Quindi, se si vuole realizzare un mondo a misura di essere umano, si deve necessariamente trovare un modo affinché questa eventualità si trasformi in realtà.

Un'altra cosa che proprio non riesco a sopportare è che il lavoro di un gran numero di esseri umani sia sfruttato da una minoranza in modo parassitario.

A causa di questi processi ingiusti e intollerabili, la ricchezza non si distribuisce equamente ma tende ad accumularsi nelle mani di pochi soggetti: gli sfruttatori.

Così si arriva all'assurdo di una società stratificata, nella quale  i 300 individui più ricchi possiedono complessivamente la medesima ricchezza dei 3 miliardi di persone più povere2.

In altri termini, una quantità di esseri umani che può essere contenuta all'interno di un aereo ha accumulato una ricchezza maggiore di quella posseduta da un numero di abitanti pari a quelli di India, Cina, Stati Uniti e Brasile messi insieme.

Ma per quale motivo tutto ciò dovrebbe accadere, quando il frutto del lavoro ottenuto si potrebbe suddividere tra tutti in parti uguali?

Che senso ha consentire a una minoranza di vivere nell'opulenza più sfrenata mentre altri sperimentano fame e povertà?

Direi che su questi punti c'è ben poco da discutere, quindi mi limiterò a esprimere un paio di giudizi categorici:

lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è una prassi che deve essere eliminata, indegna di ogni civiltà evoluta;

fin quando anche un solo essere umano non avrà il necessario, l'opulenza dei pochi non può essere tollerata e deve essere redistribuita a vantaggio dei bisognosi.

Altro aspetto veramente ridicolo, pur nella sua tragicità, è quello inerente la disoccupazione.

Ci dicono che non c'è il lavoro e che quindi bisogna crearne di più per ritornare a lavorare... sinceramente ritengo che questa sia una visione folle, figlia di logiche insane che non tengono conto delle reali necessità degli esseri umani.

Di lavoro ce n'è anche troppo, visto che, ad esempio, iper-lavoriamo per produrre inutilmente prodotti che sono appositamente progettati per deteriorarsi e guastarsi invece che per durare a lungo.

Come se non bastasse, il lavoro da svolgere è mal suddiviso: alcuni lavorano tutto il giorno, altri restano a casa senza far nulla, eccetto che disperarsi e inviare curricula per trovare un lavoro.

Detto questo, è del tutto evidente che se si volesse davvero permettere a tutti di lavorare basterebbe diminuire l'orario di lavoro, senza alcun bisogno di crearne di più.

Magia: disoccupazione sparita! Ecco perché sono solito riferirmi alla disoccupazione definendola come un "falso" problema... già, ma così diminuirebbero gli stipendi, giusto?

Beh, a quel punto basterebbe redistribuire la ricchezza per riportarli ai livelli precedenti, oppure istituire un reddito d'esistenza. E così, anche questo secondo "falso" problema sarebbe risolto.

È del tutto evidente che l'élite capitalistica intende scientemente mantenere in essere la disoccupazione perché la paura di non trovare e di perdere il lavoro, rappresenta un potente strumento ricattatorio per disciplinare i lavoratori.

Se oggi ci sono delle persone che non lavorano è perché dal punto di vista del potere è utile che ci siano disoccupati, non perché non esistano soluzioni ragionevoli ed efficaci per eliminare definitivamente il - falso - problema della disoccupazione.

Non è che l'orario di lavoro non possa diminuire a causa di una limitazione tecnica o economica, ma piuttosto perché un'attività totalizzante e alienante rappresenta un'ottima strategia per impedire ai lavoratori di pensare, il tutto a vantaggio delle classi dominanti.

Allora mi sono detto: esiste una strategia per minimizzare la costrizione dovuta al lavoro, per eliminare il tipico sfruttamento subito dalla maggior parte dei lavoratori, per risolvere il problema della disoccupazione e quello della povertà?

Certamente: si deve minimizzare il lavoro umano, pur garantendo a tutti l'accesso ai beni e ai servizi necessari per vivere. Sembra un paradosso, ma non lo è... com'è possibile?

Per nostra fortuna, o per nostro merito, le macchine e i software di intelligenza artificiale stanno sostituendo sempre più gli esseri umani nelle attività lavorative.

Ottimo, fa proprio al caso nostro! Allora facciamo produrre beni e servizi alle macchine in modo automatizzato, per quanto possibile, e il resto, ovvero ciò che non sono in grado di fare - magari per limiti dovuti al livello di sviluppo tecnologico finora raggiunto - lo suddividiamo tra tutti gli esseri umani attraverso un criterio equo e razionale di ripartizione del carico di lavoro, in modo tale che ciascuno dia un contributo e non esista più la disoccupazione.

Che cosa abbiamo ottenuto?

L'obbligo del lavoro è minimizzato in quanto scaricato sulle macchine per quanto possibile, mentre il tempo libero umano è massimizzato, ma i beni e i servizi ci sono lo stesso perché li realizza/fornisce il sistema automatizzato.

Già che ci siamo, possiamo scegliere di produrre in modo che i beni siano qualitativamente elevati e in quantità sufficiente per tutti, guardando anche alla sostenibilità ambientale.

Esattamente l'opposto di quello che accade oggi.

Nella tragicomica Società Capitalistica i beni devono durare poco, perché così chi dispone di denaro a sufficienza può comprarli e ricomprarli il più velocemente possibile, realizzando un iper-consumo del tutto superfluo che se venisse eliminato consentirebbe di soddisfare le esigenze dell'intera umanità in modo sostenibile.

A questo punto io dico:

ma se i beni e i servizi ci sono, sia quantitativamente che qualitativamente parlando, e tutti i membri della società lavorano grazie a un criterio di ripartizione del carico di lavoro che riducendo l'orario elimina la disoccupazione, allora non basterebbe semplicemente dare agli esseri umani l'accesso ai beni e ai servizi di cui hanno bisogno?

Certo! Fate attenzione: tutto ciò non richiederebbe neanche l'uso del denaro, che quindi potrebbe essere eliminato! Perché?

Semplice: le materie prime le mette la terra e sono gratis; il lavoro di trasformazione, produzione e distribuzione è principalmente scaricato sulle macchine, che notoriamente non hanno bisogno di denaro per funzionare ma di energia, che è anch'essa gratis, perché offerta gentilmente dalla Natura.

Quindi, dato che i beni e i servizi sono numericamente sufficienti per soddisfare la domanda dei membri della società, perché si produce guardando all'efficienza, non al profitto, e il resto del lavoro, ovvero quello umano, è ripartito tra tutti e quindi non c'è disoccupazione, allora, in un certo senso, è come se tutto fosse già pagato.

A questo punto, perché non mettere gratuitamente a disposizione i beni e i servizi prodotti dal connubio tra sistema automatico e lavoro residuo svolto dagli esseri umani?

Ovviamente una simile concezione è del tutto incompatibile con il capitalismo e il libero mercato, ma non è fisicamente impossibile.

Si può fare, è solo una questione di organizzazione e di volontà! Certo, servirebbe una nuova concezione economica...

La mia idea a tal proposito è di un'economia informatizzata, che gestisce il sistema automatizzato pianificando la produzione in modo scientifico e organizzando la distribuzione senza utilizzare il denaro.

Sto valutando l'idea di un'economia localizzata, che si avvale di una rete di calcolatori e di un apposito software sviluppato per regolare la pianificazione in modo distribuito, perché a oggi mi sembra la via più efficace ed efficiente.

Non si tratta di una riedizione dell'economia dell'URSS, in quella situazione implementarono un capitalismo di Stato, dedito al profitto, con una pianificazione centralizzata che utilizzava il denaro e non minimizzava il lavoro umano.

La mia idea non insegue il profitto, non usa la moneta, non ha una logica centralizzata e minimizza il lavoro umano scaricandolo scientemente sulle automazioni.

Siamo su di un altro livello, si tratta di una nuova concezione che non è mai stata realizzata nella storia dell'umanità, anche perché non esistevano i mezzi tecnologici per farlo.

Nel sistema che ho in mente, il fine della pianificazione dev'essere solo ed esclusivamente quello di soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri viventi.

Il necessario per alimentarsi correttamente, istruirsi, curarsi, vestirsi, divertirsi... sarebbe integrato nel piano di produzione del sistema automatico, in modo da essere garantito all'intera umanità.

La moneta non esiste perché non è necessaria: non si devono comprare beni, basta prenderli dal sistema che li produce e li mette a disposizione, che a sua volta non deve acquistare né materie prime, perché le prende direttamente dalla natura, né pagare stipendi, perché le automazioni non hanno bisogno di un salario.

Non esiste stipendio ma si può consumare tutto ciò di cui si ha bisogno per vivere a un tenore di vita elevato, il tutto in cambio del minor contributo lavorativo possibile, che tendenzialmente diminuisce all'aumentare del progresso scientifico-tecnologico.

Produzione e pianificazione sono distribuite e localizzate, ma i centri locali collaborano in modo sinergico, quando necessario.

Ogni comunità tende all'autosufficienza ma collabora con le altre all'interno di circoscrizioni via via più ampie, fino ad arrivare a livello globale, e ciò avviene per tutte le eventualità che a livello locale non si riuscirebbe a risolvere senza una più ampia collaborazione.

Gli agglomerati abitativi, di piccole-medie dimensioni, sono concepiti per favorire la vita e le relazioni umane; l'architettura è perfettamente integrata con la natura.

Non c'è una élite di uomini corrotti a gestire l'economia ma gli stessi membri delle comunità locali che si avvalgono di un software appositamente programmato per soddisfare i veri bisogni di tutti, che massimizza l'efficienza e garantisce la sostenibilità complessiva, monitorando i parametri necessari.

In questa nuova organizzazione sociale sono le macchine a svolgere la maggior parte del lavoro, e così gli esseri umani possono dirsi liberati dai vecchi obblighi lavorativi.

Non esiste più la povertà, perché con la produzione automatica scientificamente tarata si può realizzare la fine della scarsità. Le risorse ci sono, basta solamente eliminare l'iper-consumo guardando all'efficienza invece che al profitto.

Con tanto tempo libero a disposizione le persone potrebbero fare ciò che le rende felici, e non sarebbero più costrette a sprecare la maggior parte della loro vita a lavorare in modo forzoso.

Questa Nuova Società non sarebbe un mondo di "zombie oziosi", ma di esseri creativi che vivono all'interno di un sistema che concede gli spazi necessari per esprimere l'unicità e le potenzialità tipiche di ogni essere umano che non è oppresso, condizionato o sfruttato, e che ha tempo in abbondanza per pensare, immaginare e creare.

La filosofia, la scienza, l'arte, la letteratura, i rapporti umani sinceri e disinteressati, potrebbero diventare il centro dell'esistenza, elevando l'umanità a una condizione esistenziale inaudita e inimmaginabile.

In questo modo il vero potenziale umano potrebbe esprimersi.

Nella Nuova Società il lavoro si trasformerebbe nel minor contributo necessario a mantenere in funzione e migliorare il sistema automatizzato.

Se poi un individuo volesse dedicarsi più del necessario agli obblighi minimi richiesti dal sistema automatizzato, ben venga, basta che quell'individuo sia felice di farlo e lo faccia in piena libertà, non a causa di costrizioni.

Che fine ha fatto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo?

Beh, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo non c'è più, perché non ci sono fabbriche e aziende dei capitalisti, né azionisti parassitari, ma un sistema automatizzato che usa le risorse del pianeta Terra in comune, in modo da soddisfare scientificamente le necessità esistenziali di tutti.

Certo, si dovrà comunque lavorare, almeno fin quando le macchine e gli algoritmi di intelligenza artificiale non riusciranno a compiere tutto il lavoro in modo autonomo, ma il contributo necessario per far funzionare il sistema automatizzato sarebbe minimizzato.

Nell'assegnare i ruoli si potrebbe tener conto sia delle effettive capacità che della volontà dei singoli individui nello svolgere un dato compito.

Ciascuno potrebbe redigere una lista in ordine decrescente di capacità e volontà, da tenere in considerazione per massimizzare scientificamente la soddisfazione dei lavoratori.

I lavori più sgradevoli potrebbero essere svolti interamente dalle macchine e, se ciò non fosse possibile, si potrebbero ideare appositamente degli strumenti per rendere quei compiti meno odiosi, portandoli a termine cooperando, in modo da minimizzare l'impatto negativo dovuto al loro svolgimento.

Se è vero che tutti dovrebbero comunque continuare a "lavorare" al fine di compiere il lavoro residuo che le macchine non sarebbero in grado di svolgere, è altrettanto vero che quest'onere sarebbe minimizzato grazie all'uso della tecnologia.

Non più 8-12 ore, ma 2-3 o al massimo 4 ore di lavoro al giorno, ricambiate dall'accesso a tutti i beni e servizi prodotti dal sistema. Allo stato attuale della tecnica, difficilmente si potrà ottenere di  meglio; ma per la prima volta il sistema socio-economico sarebbe proiettato verso una progressiva e definitiva diminuzione ed eliminazione del lavoro umano.

I fondamenti della Nuova Società sarebbero semplici: ognuno contribuisce in base alle proprie capacità e tutti ricevono secondo necessità; il lavoro spetta alle automazioni e la libertà agli esseri umani; ciascuno sperimenta le medesime condizioni di agio degli altri, solo ed esclusivamente per il fatto di essere umano.

Tutti hanno beni e servizi perché il sistema è scientificamente tarato per produrli e fornirli in quantità sufficiente, inoltre sono di elevata qualità, perché è stupido, assurdo e inefficiente, produrre oggetti scadenti quando possono essere realizzati in un modo migliore e per durare a lungo.

Ma la vera ricchezza deriverebbe dalla certezza di poter disporre di un bene dal valore inestimabile: tempo libero in abbondanza da poter vivere in condizioni di vera libertà, da impiegare per poter sviluppare il proprio essere al riparo dalla minaccia della povertà.

Con questa nuova concezione del mondo del lavoro scaricare gli oneri sulle macchine è addirittura auspicabile, in quanto comporta dell'ulteriore tempo libero e garantisce comunque a tutti l'accesso ai beni e ai servizi.

Pensate: la disoccupazione non sarebbe più un problema come lo è oggi, bensì una benedizione!

Lo scopo potrebbe essere quello di rendere sempre più autonomo il sistema di produzione e fornitura dei beni/servizi, in modo che l'orario di contribuzione umana diminuisca sempre più, tendendo in prospettiva allo zero.

Oggi invece l'introduzione delle automazioni è vista come una minaccia, un "pericolo" per i lavoratori che potrebbero rimanere disoccupati! Ma che assurdità è mai questa?

Potremmo scaricare quasi totalmente il lavoro sulle macchine, ma evitiamo di farlo, perché altrimenti in molti resterebbero disoccupati e l'attuale sistema economico crollerebbe.

Ma che cosa stiamo aspettando per rinnovare le logiche socio-economiche? Abbiamo bisogno dei drammi dovuti a una crisi? Perché non possiamo anticipare i tempi utilizzando la ragione?

In futuro il costo delle automazioni diminuirà, e così i capitalisti sostituiranno gli esseri umani con i moderni apparati tecnologici.

Cacciati dalle fabbriche dai robot e dal settore dei servizi dai software d'intelligenza artificiale, gli esseri umani resteranno disoccupati, perché non ci sarà più bisogno di loro per svolgere il lavoro.

Possiamo subire passivamente e drammaticamente gli effetti di quella che va sotto il nome di disoccupazione tecnologica, oppure possiamo precorrere i tempi ripensando il mondo del lavoro, trasformando questa "temibile" prospettiva nella più grande opportunità della storia dell'umanità.

Il fatto di dover lavorare per forza per vivere, e del fare quanto in nostro potere per creare più lavoro in modo che tutti tornino a lavorare spingendo sulla crescita del PIL o introducendo appositamente dell'inefficienza, rappresenta una caratterizzazione dell'odierna concezione economico-lavorativa che è palesemente insensata e inefficiente, perché non è in grado di cogliere le strepitose opportunità che la tecnologia ci prospetta per il futuro, mentre è abilissima nel trasformare le migliori soluzioni nei peggiori dei problemi.

L'odierno sistema socio-economico, invece di liberare gli esseri umani dal lavoro, li rende schiavi; piuttosto che diminuire l'orario pro-capite, mantiene in essere una diffusa disoccupazione; invece di realizzare l'abbondanza per tutti in modo sostenibile, assicura un iper-consumo futile e dannoso a una minoranza e mantiene gli altri in povertà, compromettendo comunque la sostenibilità globale.

Ma invece di adattarci alle storture di un sistema economico pessimo, poiché concepito per assecondare gli interessi del capitale invece delle vere necessità degli esseri umani, che ci riduce in schiavitù negando la vita e la felicità, e per giunta è anche insostenibile a livello ambientale... perché non ne escogitiamo uno nuovo, che sia ben più moderno ed efficiente e guardi, finalmente, alla felicità e al benessere di tutti gli esseri viventi?

Perché non realizzare un sistema automatizzato, che produce beni e servizi di qualità elevata per tutti, nel quale la costrizione al lavoro umano è minimizzata, perché scaricata sulle macchine e così, in modo duale, il tempo libero da vivere in libertà è massimizzato, in un rinnovato sistema sociale dove non esiste più la disoccupazione, perché il lavoro è sempre suddiviso tra i membri della comunità, e non esistono più né la povertà, perché ciò che si riesce a produrre è messo in comune e suddiviso in parti uguali, né lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, perché invece di competere e sfruttarci vicendevolmente si coopera per un fine comune guardando all'interesse generale?

Non finirei più di elencarvi le conseguenze positive di una simile organizzazione sociale.

Fine della scarsità; una maggiore sostenibilità ambientale; la minimizzazione dei danni psico-fisici causati dalle odierne dinamiche lavorative; un aumento generalizzato della felicità; un miglioramento delle condizioni di salute; un fiorire di scienza e tecnica, musica e arte, letteratura e poesia, e di tutto ciò che di buono deriva dalla creatività umana...

In tutto questo è palese che io riservi un ruolo da protagoniste alla scienza e alla tecnologia che considero degli ottimi strumenti per risolvere problemi e per elevare le condizioni di vita dell'umanità.

Non mi sembra una posizione irragionevole: di fatto, i computer non funzionano con le illusioni delle religioni, ma con le conquiste ottenute grazie ai metodi della scienza.

La mia unica vera forma di fiducia non è riposta in una sorta di "robotica che prende il posto di un dio benevolo", ma è negli stessi esseri umani, ovvero nelle nostre innegabili capacità potenziali di utilizzare la ragione per ideare mezzi e strategie per raggiungere il nobile fine del benessere collettivo, anche - e forse soprattutto - per mezzo di un uso della scienza e della tecnologia che sia intelligente e non distorto da questioni di profitto; un uso che sempre noi, esseri creativi e pensanti, siamo perfettamente in grado di concepire, sviluppare e attuare.

Del resto, se non fossi intimamente convinto che gli esseri umani possano effettivamente realizzare un mondo migliore per tutti, qui e ora, non avrei speso neanche un minuto del mio preziosissimo tempo per dedicarmi a quello che sto facendo con tutta la buona volontà di cui dispongo, decurtando tempo ed energie alla mia vita per diffondere queste idee.

Al tempo stesso, però, sono veramente inorridito: con le odierne conoscenze scientifico-tecnologiche potremmo impiegare le risorse della terra per realizzare una sorta di paradiso terrestre nel quale le macchine lavorano al posto degli esseri umani, producendo e distribuendo automaticamente beni e servizi gratuiti qualitativamente elevati e in quantità sufficienti per tutti, mentre le persone potrebbero godersi la propria esistenza sperimentando condizioni di pace, abbondanza, uguaglianza e libertà, in cambio del più piccolo contributo possibile necessario per far funzionare il sistema.

E invece, viviamo in un mondo dove regnano guerra, sfruttamento, disoccupazione, inquinamento e povertà, nel quale gli esseri umani che ancora lavorano vengono trattati come delle macchine e sono costretti a subire una moderna forma di schiavitù che li costringe a sacrificare la maggior parte del tempo della vita.

E tutto questo per soddisfare le esigenze di profitto di una minoranza avida, egoista e parassitaria, alla quale decidiamo di obbedire, accettando le assurdità e le storture dovute all'odierna organizzazione socio-economica-lavorativa, alla quale prendiamo parte attivamente iper-consumando e procurandoci autonomamente il nostro asservimento, invece di opporci e agire per cambiare questa orrenda realtà.

Eppure le soluzioni sono a portata di mano: ci comporteremo come se non esistessero o finalmente riusciremo a trovare la forza e il coraggio necessari per attuarle?
Mirco Mariucci

S

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