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mercoledì, febbraio 27, 2019

25 02 2019 Ilsole24Ore Banche, il ritorno del «gold standard»: l’oro nei bilanci diventa moneta


Che cosa sta succedendo sulle riserve auree mondiali? Sul mercato 
dell’oro c'è un clima da guerra fredda: per la prima volta in 50 anni, 
le banche centrali hanno comprato l’anno scorso oltre 640 tonnellate
 di lingotti d’oro, quasi il doppio rispetto al 2017 e il livello più 
elevato dal 1971, quando il presidente degli Stati Uniti 
Richard Nixon (nella foto) chiuse l’era del Gold Standard.
Il fatto interessante è che le banche centrali europee, 
insieme a quelle asiatiche, sono state le più aggressive 
negli acquisti: paura di crisi dell’euro e di guerre valutarie?
In realtà, e questo vale soprattutto in Europa, dietro le
 grandi manovre sulle riserve auree non c’è solo il
 tradizionale scudo protettivo contro i grandi rischi: c’è 
anche il richiamo dell’opportunità. Un richiamo di cui pochi 
sembrano ancora a conoscenza, malgrado l’appuntamento 
sia ormai questione di poche settimane: quelle che 
mancano al 29 marzo del 2019. Il giorno del giudizio per
 la Brexit sarà anche quello dell’avvento per il mercato dell’oro.


Non è chiaro se per scelta o per 
caso, la Banca dei Regolamenti 
Internazionali di Basilea, la
 «Banca delle banche centrali» 
per il suo ruolo-chiave nel 
sistema finanziario mondiale, ha fissato 
infatti per il 29 marzo un appuntamento
 con la storia: la resurrezione del 
Gold Standard nel mondo bancario. 
Per quasi 60 anni, il gold standard 
ha regolato la convertibilita tra oro e dollaro, agganciandone 
il valore di mercato: nel 1971 fu il presidente americano 
Richard Nixon, spaventato dalle pressioni ribassiste che 
rischiavano di affondare il dollaro in piena guerra fredda, 
a tagliare il cordone con l’oro decretando la fine del gold 
standard. Ora qualcosa comincia a muoversi in direzione opposta.
L’oro come denaro contante
Il Sole 24 Ore ha scoperto che tra le complesse ma ben
 note riforme degli standard per il credito e la finanza da
l piano «Basilea 3», si nasconde un’alchimia contabile in
 grado di trasformare l'oro in moneta nei bilanci dei grandi 
gruppi bancari. Dal 29 marzo, per decisione della BRI,
 l’oro in portafoglio alle banche commerciali e d’affari diventa 
«Cash Equivalent», un asset equivalente al denaro contante
 e quindi «risk free». Di fatto, è la prima «rimonetizzazione
 dell'oro» dai tempi dell’accordo di Bretton Woods: i tecnici 
la chiamano «Gold Remonetization», processo inverso 
a quello della «demonetizzazione» dell’oro decisa da Nixon.



Stesso status dei bond sovrani
L'operazione della BRI, secondo
quanto ricostruito dal Sole24Ore, 
porta la firma della FED, della BCE,
 della Bundesbank, della Banca 
d'Inghilterra e della Banca di 
Francia, il G-5 delle grandi potenze 
monetarie globali. Nel 2016, quando
 furono definite le nuove regole del 
sistema bancario inserite nel pacchetto «Basilea 3», il Comitato 
dei banchieri centrali ha inserito una norma di portata epocale
 che nessuno ha mai però discusso apertamente in pubblico.
 In pratica, l'oro in lingotti “fisici” - quindi non sotto la forma
 “sintetica” come i certificati - torna ad essere considerato 
dai regolatori come l'equivalente del dollaro e dell'euro in 
termini di sicurezza patrimoniale, eliminando così l'obbligo di 
ponderarne il rischio ai fini dell'assorbimento di capitale, come 
avviene con ogni altro asset finanziario, esclusi 
(per ora) i titoli di Stato dell'Eurozona. La
 svolta non è di poco conto, per il mercato dell'oro
 e per il ruolo stesso delle riserve 
auree nazionali. Il risultato è rilevante: con le nuove
 regole di Basilea 3, viene assegnato all'oro lo stesso 
oggi riconosciuto ai Bond sovrani nei bilanci delle banche.
 Una domanda sorge dunque spontanea: la promozione 
dell'oro è forse la premessa per applicare un coefficiente 
di ponderazione del rischio ai Titoli di Stato posseduti 
dalle banche? Dalla crisi del debito, l'obietivo dei regolatori 
è stato infatti duplice: imporre al sistema bancario di 
detenere un patrimonio adeguato a coprire l'entità dei 
rischi. Nel mirino ci sono soprattutto i Titoli di Stato, che 
in base alle regole attuali possono essere detenuti 
dalle banche senza alcun impatto sul loro patrimonio.
 La questione riguarda principalmente paesi a basso 
rating come l'Italia, la Spagna, il Portogallo e la Grecia, 
osservati speciali dopo la crisi del debito nel 2011.

Le banche di questi Paesi, sia per aumentare la redditività 
(carry trade) sia per agevolare l'emissione di debito pubblico
 nelle aste, hanno il più alto ammontare di titoli di Stato 
nell'eurozona. E questo fenomeno è particolarmente 
in Italia, dove il sistema bancario possiede 400 miliardi 
di BTp sui 2.400 miliardi di debito pubblico. Che cosa 
succederebbe allora, se venisse applicata a ponderazione
 per il rischio sui BTP come vuole il Comitato di 
Basilea? Le conseguenze dipendono dal livello di 
ponderazione del rischio applicato sui BTP: se 
fosse alto, alcune banche potrebbero essere costrette 
a sostituire i titoli con altri asset finanziari, oro compreso
, oppure a procedere ad aumenti di capitale. In un momento 
in cui il mercato è restio ad acquistare azioni bancarie, il
 rischio di ripercussioni sulla stabilità del sistema bancario
 potrebbe essere alto. Basta guardare i Credit default swap 
(l'assicurazione dal rischio di default) sulle banche italiane
: secondo i dati di Bloomberg, i Cds a 5 anni di alcune tra
 le maggiori banche italiane hanno avuto un'impennata dalla
 primavera del 2018, anche triplicando in alcuni casi il
 valore. E' in questo contesto che la data del 29 marzo si 
avvicina rapidamente.


I Paesi che hanno rimpatriato
 l'oro dall'estero riconquistandone 
il controllo e la gestione si sentono 
già al riparo dal rischio di trovarsi
 dopo il 29 marzo a corto d'oro 
fisico da mettere a disposizione delle 
proprie banche in caso volessero 
sostituirlo ai bond sovrani. Nell'arsenale 
del sistema, c'è un montagna d'oro
 da 33mila tonnellate metriche d'oro 
che vale 1.400 miliardi di dollari al
cambio attuale. E che rappresenta 
il 20% di tutto l'oro estratto nel mondo in quasi 3mila anni.
 Come al solito, i Paesi più lungimiranti e prudenti - o 
forse i meglio informati sulla svolta di fine marzo, 
sono stati la Germania, l'Olanda, l'Austria, la Francia, la 
Svizzera e il Belgio, ma anche la Polonia, la Romania e
l'Ungheria hanno ripreso il controllo delle riserve auree
 aumentandone anche la consistenza. Cina, Russia, India e 
Turchia sono state
 invece le nazioni che hanno comprato oro negli ultimi due
 anni più di chiunque altro, con Mosca che ha 
addirittura liquidato l'intero portafoglio in titoli di Stato americani
 per sostituirli con il metallo prezioso. Ma il problema non è
 questo: è sul prezzo dell’oro che i conti non tornano.
Nel 2018, ben 641 tonnellate di lingotti d'oro sono stat
i acquistati dalle autorità monetarie di ogni continente, ma
 soprattutto in Europa: è il livello più alto dal 1971. La manovra
 non ha precedenti e va inquadrata nel fenomeno dei rimpatri
 di lingotti di Stato affidati in custodia.  Settemila tonnellate di
 riserve aure sono state ritirate dalle banche centrali dai
 forzieri della Federal Reserve di New York, mentre 400
 tonnellate sono uscite in gran segreto dalla Banca d'Inghilterra. 
Negli ultimi anni, ma soprattutto nel 2018, un balzo del prezzo 
dell’oro sarebbe stato nell’ordine delle cose. Al contrario, l’oro
 ha chiuso l’anno scorso con un ribasso complessivo del 7%
 e un rendimento finanziario negativo. Come si spiega?
Mentre le banche centrali rastrellavano dietro le quinte
 lingotti d’oro “vero”, allo stesso spingevano e coordinavano
 l’offerta di centinaia di tonnellate di “oro sintetico” sui
 listini di Londra e New York, dove avviene il 90% delle
 contrattazioni sui metalli preziosi: l’eccesso d’offerta d
i derivati sull’oro serviva ovviamente per buttarne giù il 
prezzo, costringendo gli investitori a liquidare le posizioni 
per limitare le forti perdite accumulate sui futures. Così,
 più il prezzo dei futures scendeva più gli investitori
 vendevano “oro sintetico”, innescando spirali ribassiste
sfruttate dalle banche centrali per comprare oro fisico a 
prezzi sempre più bassi. Con buona pace di chi guarda 
all’oro come a un rifugio sicuro. Cina, India, Russia e 
Turchia, ha praticamente raddoppiato le riserve auree
 negli ultimi cinque anni con questo sistema. Mosca,
 per comprare oro, ha persino venduto l’ultimo 20% di 
titoli di Stato americani che aveva nelle riserve valutarie.
Quanto è compatibile una situazione del genere con i doveri
 di correttezza e trasparenza di una banca centrale? Di sicuro,
 il sistema creato dai «Goldfinger» anglo-americani 
sembra davvero fatto apposta per gli abusi. Chissà che
 accadrà dopo il 29 marzo...

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