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venerdì, maggio 17, 2019

Critica radicale alla concezione economica capitalistica




L'economia non è una scienza

Che l'umanità necessiti di un radicale cambio di paradigma economico, è ormai del tutto scontato, vista la gravosa situazione ambientale in cui versa la Terra e le pessime condizioni di vita della quasi totalità degli individui che vivono rispettando i dettami di una società forgiata da logiche ben precise ed identificabili.

Basti sapere che gli economisti, nel concepire i loro modelli economici, non si sono soltanto dimenticati di prendere in considerazione la complessiva sostenibilità ambientale di ciò che andavano delineando, ma hanno anche omesso di tenere in considerazione la felicità dei membri della società, i quali, ben presto, si sarebbero accorti loro malgrado di queste lievi sbadataggini, sperimentando sulla propria pelle le conseguenze nefaste dovute alle sovrastrutture che gli furono imposte dall'alto di una cosiddetta “scienza” economica!

Questo significa che gli eminentissimi economisti, che con le loro teorie stanno determinando le sorti dell'umanità, si sono dimenticati di prendere in considerazione i due fattori più importanti, quelli che qualunque essere dotato anche d'un sol briciolo d'intelligenza non avrebbe di certo mancato di porre a fondamento della propria ideologia, assicurandosi che il sistema proposto fosse perlomeno sostenibile e non diminuisse la felicità, non dico di tutti gli esseri viventi (sarebbe stato davvero troppo per le loro piccole menti), ma almeno degli esseri umani... e invece no, così non è stato.

Con dei simili presupposti, era il minimo che potesse accadere che l'esistenza all'interno della società diventasse miserabile e, prima o poi, l'umanità giungesse a ridosso di un collasso ambientale.

Troppo complicato sarebbe stato comprendere che non può esservi futuro in una società che sfrutta senza alcuna pietà esseri umani, animali, piante e risorse ambientali. 

Ci si augura che l'abbondanza di evidenze empiriche a disposizione di tutti sia sufficiente per decretare il completo fallimento di una simile impostazione socio-economica, consentendo una presa di coscienza quantomai necessaria per intraprendere una drastica inversione di rotta. 

È ormai da lungo tempo che si sarebbe dovuti intervenire a porre rimedio a simili lacune. E invece, ancora oggi si sente parlare di “scienza” economica, come a voler rendere autorevole ciò che invece, alla luce dei fatti, ha già ampiamente dimostrato di non esserlo affatto.

Vi dicono che le decisioni economiche non possono essere sindacate dai non addetti ai lavori perché l'economia è una scienza. Pertanto soltanto i tecnici e gli esperti del settore hanno il diritto di stabilire cosa sia giusto o sbagliato e quindi, di conseguenza, cosa si debba o non si debba fare in campo economico. 

Peccato che, come proveremo a breve, l'economia non sia affatto una scienza e che, anche se lo fosse, le scelte economiche rimarrebbero comunque decisioni umane e quindi, in quanto tali, soggette ad un ampio grado di discrezionalità dovuto alla scelta dei fini da perseguire, i quali, in larga misura, sono arbitrari e non appartengono al dominio esclusivo dell'economia. 

Non si può parlare di economia senza parlare di sociologia. E siccome le conseguenze dei fini che si sceglie di raggiungere non riguardano esclusivamente gli “esperti” economisti, ma l'intera umanità, non solo è giusto e legittimo che i non addetti ai lavori si intromettano nelle questioni economiche, ma è oltremodo doveroso che ciò avvenga.

Del resto, l'umanità ha avuto ampia prova di dove gli economisti abbiano condotto l'umanità, una volta che li si è lasciati liberi di scegliere cosa fosse giusto fare.

Se solo un filosofo, degno di questo nome, avesse sottoposto a dura critica i modelli economici concepiti da questi distruttori di mondi, ed il suo pensiero non fosse stato ignorato, come invero è accaduto con molti grandissimi pensatori, l'umanità si sarebbe di certo risparmiata secoli di sofferenze e devastazione: che almeno si faccia tesoro per il futuro di quando avvenuto in questo periodo di massima decadenza.

Il fatto che gli economisti usino numeri, statistiche, grafici ed una matematica di basso livello per tentare di far apparire, agli occhi degli ignoranti, importanti, profondi ed impenetrabili persino i loro risultati più semplici, scontati e banali, non deve intimorire il lettore e non deve fargli ritenere che ciò renda scientifico quello che invece non lo è: anche l'astrologia usa la matematica, ma non per questo la si può definire scienza astrologica.

Non è affatto difficile dimostrare che l'odierna economia non sia una scienza e, volendo, si può farlo in molti modi diversi; ad esempio, si può evidenziare come essa pretenda di agire in una realtà fisica ignorandone le leggi che la caratterizzano. 

E come può dirsi scienza una disciplina che ignora le indicazioni della scienza per eccellenza (vale a dire la fisica) invece d'inglobarle al suo interno? 

Come può l'economia pretendere di fingere che i limiti del fisicamente possibile non esistano, ricercando una crescita illimitata in un mondo finito, pretendendo di definirsi “scienza”?

Questo è il massimo della contraddizione, ed è già di per sé sufficiente per concludere in favore della non scientificità dell'odierna economia. 

Come minimo, per rendere l'economia una vera scienza, sarebbe necessario che essa fosse compatibile con la realtà fisica in cui agisce; e per farlo, non dovrebbe ignorare, e ancor meno entrare in contraddizione, con ciò che la scienza che studia le leggi della natura (ovvero la Fisica) le suggerisce: una cosa che invece oggi accade puntualmente.

Che cos'è allora l'odierna economia? 

È una sofisticata forma di religione; essa, infatti, al pari delle religioni, è basata su assunti metafisici arbitrari svincolati dalla realtà fisica, che vengono posti a fondamento delle varie dottrine economiche in modo dogmatico e che, in quanto tali, non possono essere né criticati, né rimessi in discussione dai seguaci del tal culto economico, esattamente come avviene in ogni setta che si rispetti (per fissare le idee, si pensi pure alla metafisica del denaro, al concetto di mercato ed alle logiche del profitto).

L'economia ha le sue divinità da adorare (la Crescita, il Mercato, il Denaro, il Lavoro...) le cui presunte Volontà non possono essere ignorate; ha i suoi demoni da temere (la Decrescita, la Pianificazione, la Disoccupazione, l'Inflazione...) ed ha anche i suoi sacerdoti (i professori, gli economisti, i politici...) responsabili di diffondere il Verbo, indottrinando le masse a credere vero ed assoluto, ciò che invece è falso e relativo. 

In tal senso, è del tutto lecito ed appropriato parlare di “teologia del Mercato” e di “Verbo del dio Denaro”, ed è invece del tutto errato parlare di “scienza economica”, perché ad oggi, per com'è concepita l'economia, non esiste alcuna scienza economica, esistono soltanto dottrine economiche. 

Soltanto quando l'economia ingloberà la fisica si potrà cominciare a parlare di “scienza” economica, e si dovrà comunque farlo in senso lato, perché se non altro i fini da perseguire con l'azione economia resterebbero arbitrari, sebbene i metodi individuati per raggiungere tali fini poggerebbero su più solide basi. 

Una questione di (in)efficienza

Che cosa accade se non si tengono in considerazione gli aspetti fisici e si fonda l'economia su di una metafisica svincolata dalla realtà fisica in cui si va ad operare? 

Accade che ciò che è economicamente ammissibile, o auspicabile, può non esserlo fisicamente; inoltre, ciò che è fisicamente possibile, o auspicabile, non è detto che lo sia economicamente.

Ciò accade perché la visione economica e quella fisica non coincidono. In altri termini, si verifica un disaccoppiamento tra il fisicamente e l'economicamente ammissibile/auspicabile, ovvero tra ciò che può/dovrebbe essere fatto da un punto di vista fisico e ciò che invece può/dovrebbe esser fatto da un punto di vista economico. 

Questa deriva è dovuta al fatto che la metafisica su cui si fonda l'economia non corrisponde alla metafisica che regola la realtà fisica, mentre invece sarebbe opportuno che queste due “realtà” sovrasensibili collimassero.

Si può quindi sostenere che l'economia sia un sistema metafisico che si frappone tra l'azione umana e ciò che è fisicamente possibile fare da un punto di vista potenziale. Pertanto, possono presentarsi tre casi:

se l'insieme delle attività che l'economia rende possibili coincide con l'insieme delle attività fisicamente possibili, l'azione umana non ha limiti, al di fuori di quelli posti dalle leggi della fisica, e l'umanità può scegliere in piena libertà cosa fare o non fare; 

se l'insieme dell'economicamente possibile è più piccolo di quello del fisicamente possibile, allora si ha una limitazione fisica, in relazione alle attività che gli esseri umani possono fare, indotta da limiti metafisici fittizi ed arbitrari; 

infine, se l'insieme di ciò che è economicamente ammissibile è più grande rispetto all'insieme di cose che è fisicamente possibile fare, allora l'umanità rischia di auto-condannarsi a subire le conseguenze dovute al folle ed irrazionale tentativo di voler fare ciò che invece non può in nessun modo essere attuato a causa di limitazioni fisiche ineludibili più stringenti delle illusioni suggerite dalla metafisica fittizia ed arbitraria posta a fondamento dell'economia.

Ad esempio, quando non si costruisce un'infrastruttura pubblica, non perché non ci sia forza lavoro o materiale per farlo, ma perché non ci sono soldi a sufficienza, si sta limitando l'azione umana a causa dell'economia, ovvero a causa dell'interferenza di una finzione metafisica arbitraria. Ciò può accadere soltanto se l'insieme dell'economicamente ammissibile è più piccolo rispetto all'insieme del fisicamente possibile.

Quando invece si tenta di mettere in atto con ogni artificio una crescita infinita in un mondo finito, nonostante ciò sia fisicamente impossibile, lo si sta facendo perché ciò di cui avrebbe bisogno l'economia per mantenersi in essere è più ampio rispetto a ciò che è fisicamente possibile.

Entrambe queste situazioni non si sarebbero verificate se l'economicamente ed il fisicamente possibile avessero coinciso e l'umanità avesse scelto, in piena libertà, cosa attuare nel rispetto delle leggi e dei vincoli suggeriti dalla fisica, tenendo in considerazione le caratteristiche dell'ambiente in cui s'intende operare. 

Una ulteriore conseguenza negativa, riconducibile al disaccoppiamento tra fisica ed economia, consiste nell'eclatante inefficienza che caratterizza l'odierno sistema economico. 

Ciò accade perché quando la metafisica del sistema economico non collima con la metafisica che regola la realtà fisica, l'efficienza intesa in senso economico non coincide con l'efficienza intesa in senso fisico.

Inoltre, a causa del suddetto disaccoppiamento, minimizzare i “costi” in senso economico, non significa minimizzare i “costi” in senso fisico. 

Così facendo, può accadere che ciò che sia ritenuto “efficiente”, da un punto di vista economico, non lo sia affatto da un punto di vista fisico, o che ciò che invece sarebbe fisicamente “efficiente” non possa essere attuato in quanto economicamente inefficiente/inammissibile... e così via.

Nonostante vi dicano esattamente il contrario, e non passi giorno in cui politici, giornalisti, economisti e capitalisti non mitizzino il mercato, ancor meglio se "libero", come il miglior “strumento” per raggiungere la massima efficienza e per allocare in modo ottimale le risorse, le evidenze empiriche, che possono essere facilmente raccolte analizzando la realtà sociale, confutano in modo inequivocabile questa forma di fede aprioristica nei confronti di quella che non è altro che l'ennesima entità metafisica elevata a divinità dalla religione economica attualmente in essere. 

Un esempio su tutti sarà più che sufficiente per comprendere la gravità della situazione: quello del cibo. 

Attualmente, a livello mondiale, viene letteralmente sprecato il 33,3% degli alimenti; al tempo stesso, il 10,5% degli esseri umani soffre la fame mentre un 28,9% di persone è obeso o in sovrappeso. 

Asserire che tutto ciò significhi essere “efficienti” ed allocare in modo “ottimale” le risorse non è niente di più che una battuta di cattivo gusto. 

Se il sistema fosse stato efficiente non si sarebbero verificati sprechi in quantità così elevate, e se fosse stato in grado di allocare in modo “ottimale” le risorse non avrebbe consentito che 2,2 miliardi di persone si rovinassero la salute ingurgitando cibo in eccesso, mentre quasi 900 milioni di persone non mangiavano a sufficienza. 

Il cibo non risponde alla logica del km zero, ma viene prodotto dove i costi sono più bassi per poi essere caricato e trasportato nei mercati più ricchi sparsi per tutto il mondo utilizzando mezzi energivori ed inquinanti, aggiungendo così dosi addizionali di inefficienza, sprechi, lavoro ed inquinamento in modo del tutto superfluo e facilmente evitabile.

Il mercato, quindi, non solo non è affatto efficiente, ma non alloca né in modo “ottimale”, né in modo equo, le risorse, ed ancor meno lo fa in modo razionale: che cosa c'è di razionale in una società che permette che ci siano persone che muoiono di fame mentre altre si ammalano a causa degli eccessi alimentari, mentre i produttori spostano merce avvelenata e di bassa qualità da una parte all'altra del mondo, quando invece si potrebbe autoprodurre per autoconsumo a livello locale cibo sano di alta qualità?

In tal caso, infatti, l'unica allocazione “ottimale”, equa e razionale, è quella che fornisce cibo in giusta quantità a tutti gli esseri umani della Terra, senza distinzione alcuna, producendo tutto quanto sia possibile e conveniente a km zero, importando ed esportando soltanto il necessario per soddisfare i veri bisogni di chi non può provvedere da sé. 

Se ciò non avviene, oggi, non è perché non sia possibile, o perché non ci siano cibo, conoscenze o mezzi per farlo, ma è a causa delle logiche economiche distorte che non guardano ai veri bisogni degli esseri umani. 

Se invece che al cibo si guarda agli altri prodotti, la situazione in merito all'accesso ai beni è ancora più grave. 

In generale, vi è una piccola percentuale di persone che può permettersi, non di consumare, ma addirittura di iper-consumare in modo sfacciato, mentre la parte restante, composta dalla stragrande maggioranza della popolazione, o non ha affatto accesso ai beni realizzati, perché non ha denaro a sufficienza per acquistarli, oppure può permettersi di comperare soltanto un piccolo quantitativo di cose di scarsa qualità. 

Si capisce quindi come l'odierno sistema economico, oltre ad essere altamente inefficiente, sia anche profondamente ingiusto. 

Il fatto che alcuni possano permettersi di vivere nel lusso mentre altri mancano anche del necessario è una diretta conseguenza di un altra grande incapacità dell'odierno sistema economico: quella di non riuscire a distribuire in modo equo la “ricchezza” prodotta dall'umanità.

Se si guarda ai dati, infatti, si può osservare come il sistema tenda per, sua natura, ad accentrare la ricchezza nelle mani di pochi individui, lasciando che la maggior parte degli esseri umani sperimenti la povertà. 

Per contrastare questa tendenza si rendono sistematicamente necessari degli interventi di tipo redistributivo, i quali, guarda caso, sono sempre troppo poco incisivi per porre realmente rimedio al problema della disuguaglianza sociale (chissà come mai?). 

L'umanità non ha di certo bisogno di un'economia che, per costruzione, accentri la ricchezza esistente e che pertanto richieda continuamente d'intervenire con misure ad hoc per correggere questa sua distorsione, ma di una logica che non produca accentramento della ricchezza, o, al limite, di un sistema che la re-distribuisca automaticamente, facendo in modo che tutti i membri della società possano usufruirne con equità.

La situazione ottimale sarebbe quella in cui la società riuscisse ad assicurare a tutti gli esseri umani un comparabile livello di ricchezza, che sia sufficientemente elevato per condurre un'esistenza degna d'essere vissuta. 

Questo significa che tra i membri della società non dovrebbe esistere un divario sociale così marcato da rappresentare una connotazione valoriale significativa. 

Per raggiungere un simile obiettivo, come minimo, si dovrebbe impedire che il livello di benessere materiale di ogni individuo possa scendere al di sotto di un certa soglia, così che nessuno, per nessuna ragione al mondo, debba essere condannato alla povertà.

E siccome oggi è la smisurata ricchezza dei ricchi la causa della povertà, non la mancanza di beni in sé, come invece i più ingenui potrebbero essere indotti a pensare, non sarebbe affatto male se, tanto per cominciare, come contromisura, s'imponesse un tetto massimo ai guadagni ed agli averi dei singoli individui, facendo in modo che tutti gli eccessi di ricchezza oltre le soglie stabilite vengano redistribuiti automaticamente in favore dei più poveri.

Pur non trattandosi di una soluzione ottimale, di certo, una simile misura porrebbe un freno alle indicibili ingiustizie dell'odierna società, riuscendo ad arginare, anche se non a debellare, sia la povertà più estrema, che le problematiche legate all'accentramento di potere nelle mani di un piccolo numero di individui smisuratamente ricchi. 

Disgraziatamente, nessuna di queste soluzioni, basate sul buon senso, non è contemplata dalle odierne logiche economiche, stando alle quali, evidentemente, è ritenuto sacrosanto tutelare il diritto di alcuni soggetti di continuare ad accumular risorse, beni ed averi senza alcun limite, anche in presenza di altri individui in estrema difficoltà: se ciò non fosse vero, politici ed economisti avrebbero potuto risolvere la suddetta problematica proponendo ed attuando delle manovre fortemente redistributive, cosa che invece non è mai stata fatta in modo serio e risoluto.


Incrementare l'efficienza

Una volta che si è compreso come intendere correttamente i termini, e si comincia a guardare le cose da un punto di vista fisico, e non dal punto di vista dell'odierna economia, l'eclatante inefficienza dovuta all'insieme di assunti metafisici attualmente in vigore comincia ad essere colta in ogni dove...

Utilizzare beni in comune, ove possibile e ragionevole, è drasticamente più efficiente rispetto al fornire un bene (o più) ad ogni essere umano, se poi quel bene verrà utilizzato soltanto per un piccolo lasso di tempo, rimanendo inutilizzato per la maggior parte della sua vita utile. 

A ben pensare, un simile destino non riguarda soltanto un gruppo minoritario di beni, ma la stragrande maggioranza di ciò che viene acquistato. 

Le automobili restano parcheggiate per il 90% della loro vita; utensili come trapani, motoseghe e decespugliatori vengono utilizzati ancor meno. Una famiglia numerosa utilizza la lavatrice per un'ora al giorno, ovvero per 1/24 della sua esistenza... e così via.

Estendendo la precedente analisi a tutti i beni ed ai servizi esistenti, si comprende che esistono degli ampi margini per incrementare l'efficienza del sistema. Come? Adottando la filosofia della condivisione.

Se si utilizzassero i beni in comune si potrebbe lavorare, produrre, consumare, sprecare ed inquinare di meno, pur avendo accesso ai medesimi oggetti di cui si sarebbe potuto godere in un mondo dove le cose non fossero state condivise. 

Anzi, nella giusta ottica, in virtù del drastico incremento di efficienza reso possibile dalla strategia della condivisione, si potrebbe perfino ampliare il paniere dei beni disponibili incrementandone al contempo anche la qualità, totalizzando un impatto ambientale minore rispetto ad un mondo che debba farsi carico dell'inefficienza dovuta all'utilizzo non condiviso.

Paradossalmente, se si decidesse di realizzare un sistema di trasporto pubblico basato su automobili dotate di guida autonoma da utilizzare in comune, gli esseri umani potrebbero soddisfare i loro bisogni spostandosi con delle auto di lusso, lavorando, sprecando, inquinando e consumando addirittura di meno rispetto ad oggi, dove ogni individuo possiede in media più di un auto a testa, la maggior parte delle quali sono vecchie e scassate, che vengono comprare e demolite in gran quantità a causa degli incidenti, delle mode e/o con il pretesto dell'inquinamento ambientale. 

L'efficienza aumenterebbe ancor più se, invece di utilizzare soltanto automobili, per coprire le tratte con maggiore affluenza, s'impiegassero mezzi di trasporto con un più elevato numero di posti, come ad esempio pullman e treni. Ciò resterebbe vero anche se li si dotasse di tutti i lussi e le comodità.

Onestamente non so con quale coraggio si possa sostenere che un simile sistema di trasporto scientificamente tarato sulle esigenze degli individui che si avvale di mezzi di trasporto costruiti al massimo della qualità, possa essere ritenuto “inferiore” all'odierna situazione generata dalla logica del mercato, dove invece di ottimizzare il servizio per gli utilizzatori, si è preferito vendere il maggior numero di mezzi al maggior numero di persone, creando un sistema di trasporto pubblico inefficiente, con un risultato disastroso sotto ogni punto di vista.

Estendete un simile approccio a tutti i beni ed i servizi in cui la logica della condivisione non è stata attuata, quando invece sarebbe stato opportuno farlo, ed aggiungete a questa considerazione il fatto che la logica del profitto ha spinto il sistema a produrre cose di bassa qualità e di breve durata al fine di massimizzare le vendite, e comprenderete immediatamente come sia possibile che l'umanità abbia compromesso l'intero ecosistema producendo quantità sterminate di prodotti che, se fossero state utilizzate in comune e fossero state realizzate per durare a lungo, avrebbero potuto essere impiegate con intelligenza per soddisfare le esigenze di una popolazione composta da decine di miliardi di esseri umani, mentre invece il massimo che si è riusciti a fare è stato di offrire un servizio “pessimo” ad una piccola parte della popolazione mondiale, quella che poteva permettersi di acquistare i beni concepiti per essere consumati, mentre gli altri perseveravano nella loro condizione di povertà. E tutto ciò, devastando il mondo intero. 

È del tutto evidente che se si fosse adottata la logica delle condivisione, con un approccio alla produzione finalizzato alla qualità e alla durevolezza, già da lungo tempo ogni essere umano avrebbero potuto avere accesso a tutti i beni ed i servizi prodotti e forniti ai membri più ricchi del primo mondo, producendo e consumando soltanto una frazione delle cose che sono già state prodotte, fornite e usate e che ora, in gran parte, stanno avvelenando il mondo intero perché si sono trasformate in scarti inquinanti.

Si consideri il seguente esempio: la popolazione europea è composta da 750 milioni di abitanti. Supponiamo che ogni famiglia sia formata in media da 3 persone e, negli ultimi 5 decenni, abbia sempre posseduto una lavatrice, sostituendola ogni 10 anni. Questo significa che in 50 anni sono state realizzate 750/3*5=1.250 milioni di lavatrici, che corrispondono a circa una lavatrice ogni due famiglie per tutti gli abitanti della Terra.

Si comprende quindi che se le lavatrici fossero state concepite per durare 50 anni, o più, senza dover essere sostituite a causa di guasti reputati irreparabili, e si fosse adottata la logica della condivisione, con la sola produzione destinata agli abitanti dell'Europa, si sarebbe potuto garantire l'accesso alle lavatrici a tutti gli esseri umani. 

Si confronti ora il precedente scenario con la realtà storica prodotta dalle odierne logiche economiche, in forza delle quali si è preferito produrre miliardi e miliardi di lavatrici, per farle utilizzare soltanto da una percentuale minoritaria d'individui, lavorando, inquinando e sprecando a più non posso in modo completamente folle, inutile ed irrazionale. 

Il lettore più volenteroso potrà divertirsi ad effettuare qualche ulteriore calcolo per dimostrare con facilità che quanto precedentemente asserito corrisponde a verità per la quasi totalità dei beni esistenti.

In ultima analisi, la scelta di non adottare la logica dei beni comuni, non fa altro che incrementare drasticamente l'inefficienza del sistema, perché un'economia che, a parità di obiettivi, impiega un minor quantitativo di risorse, tempo, lavoro, energia, producendo un minor inquinamento ed una minore distruzione ambientale, è chiaramente più efficiente ed ecologico rispetto ad un sistema che ottiene i medesimi obiettivi impiegando però un maggior quantitativo di risorse, tempo, lavoro, energia, causando un più elevato impatto ambientale.

Ora vorrei proprio sapere chi ha il coraggio di asserire che tutto ciò possa essere considerato un modo sensato, ragionevole, equo od ottimale, di utilizzare le risorse, la forza lavoro e il tempo di vita per creare e distribuire i beni ed i servizi.

Se l'odierno sistema economico fosse stato orientato all'efficienza avrebbe scelto la condivisione dei beni, invece la storia ha dimostrato che esso ha premiato l'impiego non condiviso dei beni, sprecando risorse ed energia, condannando l'umanità a compiere un iper-lavoro futile e detestabile, inquinando e distruggendo l'ambiente, e tutto ciò per fornire l'accesso a beni e servizi soltanto ad una parte minoritaria della popolazione: non posso far altro che porre le mie più sincere congratulazioni agli economisti per il loro strepitoso successo!

La spiegazione del perché ciò sia avvenuto è un fatto banale: l'utilizzo condiviso di beni durevoli non consente di realizzare gli eclatanti profitti che invece possono essere ottenuti producendo quantità sterminate di beni di consumo, sfruttando il fatto che il loro numero sia altamente superiore alla minima quantità che, se utilizzata in modo ottimale, sarebbe sufficiente per soddisfare le necessità di tutti i membri di una certa popolazione.

Secondo la risibile logica produttivista/consumistica, invece, più si produce e si consuma e meglio è, perché così facendo c'è lavoro per tutti!

Il punto è che ciò che è “bene” per un'economia malsana non è affatto detto che sia benefico anche per l'umanità, la quale avrebbe evidentemente tratto maggior benefici dal lavorar di meno, dall'utilizzar un minor quantitativo di risorse e dal contenimento della distruzione e dell'inquinamento ambientale, senza peraltro doversi vedere ridurre l'accesso a beni e servizi; un obiettivo che, per quanto fin qui asserito, si sarebbe potuto raggiungere con facilità, se solo si fosse adottata un'altra logica economica.

Un'ulteriore causa dell'introduzione di una grande inefficienza, anch'essa dovuta alle logiche distorte dell'odierno sistema socio-economico, è quella legata alla folle pratica, ormai più che consolidata da decenni e decenni di studi, sperimentazioni e applicazioni, che consiste nel ridurre, con ogni strategia possibile, la durata in vita dei prodotti, agendo sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista psicologico.

Il massimo risultato ottenuto in tal senso riguarda la folle pratica “dell'usa e getta”, dove, ad esempio, invece di possedere un rasoio di alta qualità a testa, in grado di radere un uomo per tutta la sua esistenza, previa affilatura, si preferisce usare migliaia di lamette che non possono essere affilate, da gettare tra i rifiuti non appena la rasatura non risulta più scorrevole. 

Grazie all'adozione di questa filosofia imprenditoriale, nel 2005, l'azienda francese Bic festeggiò l'incredibile traguardo di 100 miliardi di penne usa e getta realizzate; giornali e notiziari ne diedero gran risalto, come se fosse stato ottenuto uno strepitoso successo. Io, in tutta sincerità, mi domando che cosa ci sia da festeggiare, se non l'umana stupidità.  

Non ho la più pallia idea di quante decine di miliardi di penne usa e getta le industrie abbiano costruito nel loro insieme, ma di certo, se invece di realizzare una penna di plastica da gettare nel cestino, si fossero costruite penne ricaricabili di alta qualità e fossero state distribuite in parti uguali a tutti i membri della società, a quest'ora tutti gli esseri umani presenti sulla Terra avrebbero potuto disporre di un numero decisamente superiore a 13 penne a testa.

A quel punto, quasi tutte le aziende produttrici di penne avrebbero potuto chiudere i battenti, senza arrecar danno alla società, perché l'umanità non ne avrebbe più avuto bisogno per fornire penne per tutti.

Oggi invece c'è ancora gente che continua a sprecare l'esistenza per produrre miliardi di penne, consumando risorse ed inquinando l'ambiente, nella consapevolezza che i loro prodotti usa e getta finiranno puntualmente nella spazzatura, perché questo è il loro destino. E vi è pure qualche parassita che trae un vantaggio economico da una simile follia, applicandola ovunque sia profittevole (accendini, piatti, bicchieri, buste... e così via). 

E che dire degli ormai onnipresenti beni che si guastano allo scadere della garanzia, rispetto ai quali i consumatori si sentono puntualmente pronunciare una delle frasi più stupide dell'epoca corrente: «se deve sostituire questo piccolo pezzo, le conviene ricomprare tutto».

Ma a mio avviso l'apoteosi è stata raggiunta quando gli esperti del marketing sono riusciti a convincere di dover gettare via apparati tecnologici perfettamente efficienti e addirittura di alta qualità, soltanto per star dietro alla moda del momento: quale sarà il prossimo passo, buttar via le cose da nuove, senza neanche utilizzarle?

Se alla precedente strategia, che ripudia la condivisione dei beni, si somma la metodica attuazione di un generico iper-consumo, il quadro di massima dell'inefficienza dovuto all'odierna economia giunge al termine, nei suoi tratti patologici essenziali.

Anche in questo caso si può dire che se il sistema economico fosse stato votato all'efficienza avrebbe scelto di produrre beni di altissima qualità, concepiti per durare il più a lungo possibile, ed avrebbe fatto in modo che gli esseri umani consumassero soltanto il necessario, senza indurre alcun consumo forzato e superfluo, come quello dovuto all'obsolescenza programmata e alle ridicole mode consumistiche. 

All'atto pratico, si sarebbero dovuti vietare sia la pubblicità che l'usa e getta, e la garanzia sui prodotti si sarebbe dovuta estendere notevolmente... ma così non è stato, perché se una simile strategia se fosse stata attuata, non avrebbe neanche lontanamente consentito la nascita della società dei consumi, così come la si intende oggi, con tutte le sue laute opportunità di profitto, ottenute al costo dello sfruttamento indiscriminato esseri umani, animali e risorse ambientali. 

Realizzare il minor quantitativo di beni per soddisfare le esigenze di tutti con prodotti concepiti per durare a lungo ed essere riparati, e che quindi non avrebbero richiesto di essere continuamente prodotti e ri-prodotti, avrebbe significato gettare le basi per il fallimento della maggior parte delle industrie.

Pertanto, pur riuscendo, almeno in teoria, a produrre il necessario per tutti, una simile strategia sarebbe risultata economicamente insostenibile. Ben presto, infatti, la disoccupazione avrebbe dilagato, e così in molti non avrebbero avuto i soldi per comprare ciò che invece era disponibile.

Il sistema economico avrebbe esibito le sue contraddizioni, ed il popolo avrebbe preteso un radicale cambio di paradigma: una cosa che l'élite che traeva ricchezza e potere dall'organizzazione sociale in essere non avrebbe affatto gradito, preferendo barattare efficienza, benessere e sostenibilità ambientale con un iper-lavoro funzionale alle logiche del profitto e del controllo sociale. 


Crescita o decrescita?

Prima di procedere oltre, è utile chiarire i principali errori concettuali posti alla base dell'ideologia della crescita proposta come panacea di ogni male.

Oggi si ritiene che l'economia debba necessariamente crescere, che la crescita sia funzionale al miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani e che la decrescita sia dannosa.

Per valutare la crescita si utilizza il PIL, un indicatore che misura il valore di mercato aggregato di tutte le merci finite e di tutti i servizi prodotti nei confini di una nazione in un dato periodo di tempo.

Secondo i sacerdoti della crescita ogni incremento del PIL è un ottimo motivo per festeggiare, ma le cose non stanno affatto così.

La pretesa necessità di una crescita continua è auto contraddittoria. Supponiamo che esista una società composta da n persone che producono un solo bene, il Bene Supremo.

Assumiamo anche che, in un dato anno, tutti gli individui di quella società riescano a produrre e a possedere un Bene Supremo a testa, e che esso sia più che sufficiente per soddisfare i loro bisogni per 10 anni: per quale assurdo motivo l'anno successivo si dovrebbe produrre una maggior quantità di Beni Supremi?

Logica e buon senso vorrebbero che tutte le fabbriche di quel prodotto chiudessero i battenti per 10 anni, senza che si causasse alcun problema sociale, dato che tutti disporrebbero di un Bene Supremo a testa e le necessità di ciascuno sarebbero pienamente soddisfate.

Se si continuasse lo stesso a produrre Beni Supremi, aumentandone addirittura la produzione, si verificherebbe soltanto un inutile spreco di tempo, risorse, energie, incrementando l'impatto ambientale, per realizzare cose di cui in realtà nessuno avrebbe bisogno.

Ciò dimostra che non è vero che l'economia debba necessariamente crescere, ma che debba farlo soltanto fin quando i reali bisogni degli esseri umani non siano soddisfatti, a patto che i livelli di consumo si attestino entro i limiti della sostenibilità ambientale e che la crescita non porti con sé degli aspetti negativi così grandi da annullare i benefici apportati alla comunità.

Che la crescita sia sempre un bene è falso tanto quanto lo è affermare che la decrescita sia sempre un male.

Se la crescita e la decrescita siano un male oppure un bene, ed in che misura lo siano, dipende fortemente da come il sistema sta crescendo o decrescendo.

Si può far crescere l'economia migliorando le condizioni di vita o si può farlo peggiorandole, la stessa cosa vale per la decrescita.

Un conto è crescere perché si costruiscono armi da guerra, un altro è crescere perché si forniscono beni e servizi essenziali a chi non ne ha; un conto è crescere rimanendo entro i limiti della sostenibilità, un altro è voler continuare a crescere nonostante ciò comporti la completa distruzione degli ecosistemi.

Allo stesso modo, un conto è decrescere per colpa dei fallimenti legati ad una crisi economica, un altro è decrescere perché si passa scientemente da una produzione quantitativa di beni scadenti progettati per guastarsi subito dopo la garanzia, ad una produzione qualitativa cominciando ad utilizzare beni di alta qualità concepiti per durare a lungo; un conto è decrescere facendo impoverire le persone, un altro è decrescere arricchendo l'esistenza di tutti.

Ben vengano crescita e decrescita, a patto che esse si traducano in aspetti positivi per l'umanità, come un incremento di tempo liberato dalla costrizione al lavoro, un decremento dell'inquinamento ambientale o un, seppur minimo, incremento di felicità; che siano maledette quando invece crescita e decrescita non concorrono pienamente al raggiungimento di un reale benessere sociale: quando ciò accade queste strategie non devono essere applicate e si devono ideare soluzioni alternative, senza giustificare l'ingiustificabile, arrivando perfino a negare la loro palese dannosità.

Ciò che però non si può in alcun modo negare è che, in generale, mentre la crescita porta con sé un certo incremento del consumo delle risorse e dell'impatto ambientale, ciò non avviene per la decrescita, dove al contrario, di norma, si realizzano dei tagli in termini di utilizzo di risorse ed energia a tutto vantaggio della sostenibilità.

Ne consegue che una crescita economica materiale indefinita in un mondo limitato e dalle risorse finite, è fisicamente impossibile.

E purtroppo non ci si può neanche rifugiare nella ricerca di una crescita indefinita di servizi immateriali, come qualcuno potrebbe ingenuamente pensare, perché i servizi sono destinati agli esseri umani e ciascuno di essi assorbe un certo lasso di tempo per essere “consumato”, ma il numero di individui è finito e ciascuno di essi vive non più di 24 ore al giorno.

Ne consegue che, prima o poi, anche il mercato dei servizi raggiungerà un punto di saturazione e quindi il sistema non potrà continuare a crescere in modo indefinito.

Si comprende, quindi, che un'economia basata sulla crescita abbia già creato i presupposti per il suo fallimento.

In realtà, resterebbe in essere una terza via: quella di far aumentare il PIL incrementando il valore delle cose, senza produrne necessariamente in maggior quantità.

Ma così facendo la “crescita” si ridurrebbe ad una sorta di artificio matematico, dando luogo, di fatto, ad un'economia stazionaria, o ad una situazione di decrescita materiale: in tutta onestà non si capirebbe né il senso né l'utilità di mantenere in piedi un simile sistema economico che finge numericamente di crescere quando poi in realtà non incrementa la quantità delle cose e dei servizi prodotti, sempre ammesso che un simile artificio sia effettivamente realizzabile entro le odierne logiche.

Ciò che dev'essere criticato è una crescita illimitata di beni e servizi intesa in senso quantitativo: cosa che abbiamo testé dimostrato non essere fisicamente possibile.

Ma il punto fondamentale è un altro: l'umanità per esser felice ha davvero bisogno di un sistema economico che assicuri un continuo crescendo di beni e servizi?

La domanda è chiaramente retorica e la risposta è altrettanto chiaramente negativa.

La credenza che la felicità aumenti in modo lineare con l'incremento di beni e servizi è stata ormai confutata da ogni punto di vista.

Non c'è bisogno di chissà quale studio scientifico per rendersi conto che i membri più “ricchi” delle cosiddette società “avanzate” sono tutt'altro che felici: basta guardarsi intorno.

Questa innegabile verità si riflette nel celebre Paradosso di Easterlin, dove viene messo in evidenza come al verificarsi di successivi incrementi di reddito, e quindi del benessere economico sperimentato, la felicità umana aumenti fino a un certo punto, per poi cominciare a decrescere, disegnando una parabola con la concavità rivolta verso il basso, e non una retta crescente.

Ciò significa che, oltre una certa soglia, un maggior quantitativo di ricchezza materiale non solo non implica un incremento della felicità, ma addirittura ne causa una sua diminuzione!

La felicità è il frutto di una molteplicità di aspetti: il volerla ridurre al consumo di beni e servizi è un grossolano errore.

Del resto, come può dirsi felice un essere umano che per aver accesso ad un gran quantitativo di beni e servizi, molti dei quali sono addirittura superflui, deve vivere in un mondo distrutto, devastato ed inquinato?

Come può dirsi felice, se per acquistare quei beni deve sacrificare la maggior parte della sua esistenza per il lavoro e non ha tempo per vivere in modo libero?

Come può dirsi felice, se nella società in cui vive non v'è più alcuna traccia di relazioni sociali vere, autentiche e disinteressate, perché tutto è subordinato alla sfera economica?

Come può dirsi felice, se a causa dell'inquinamento, del cibo malsano, dello stress e della propria miseria esistenziale, egli è profondamente malato, sia nel corpo che nello spirito?

Come mai i membri delle “poverissime” tribù di cacciatori-raccoglitori sono da sempre annoverati tra i popoli più sereni che siano mai vissuti sulla Terra?

Di certo essi non dispongono di beni e servizi in quantità comparabili a quelle dei membri delle cosiddette civiltà “avanzate”, eppure sono felici.

Ciò dimostra che, non solo la felicità non viene determinata esclusivamente dal livello di ricchezza, intesa in senso economico, ma che l'accesso ai beni ed ai servizi, non appena superata una certa soglia di base, diviene del tutto irrilevante, se vi sono altre caratteristiche nella società, come ad esempio un ambiente sano, un'effettiva condizioni di libertà e relazioni sociali autentiche. Se così non fosse, i cacciatori-raccoglitori non potrebbero essere felici.

Se ne deduce che le condizioni che assicurano la felicità debbano ricercarsi al di là della sfera economica, e che laddove quest'ultima sia divenuta ipertrofica l'economia possa essere ridotta senza compromettere la felicità.

Quindi, non solo una crescita continua è fisicamente impossibile, ma non è neanche auspicabile per assicurare il più elevato livello di felicità a tutti i membri della società!

A complicare ulteriormente le cose vi è poi l'ormai più che consolidata pratica di valutare la crescita economica in termini di PIL.

Ma il voler ridurre la complessità della realtà sociale ad un singolo valore numerico, pretendendo che esso restituisca delle indicazioni non distorte ed affidabili per effettuare valutazioni e previsioni sulla bontà dell'azione economica, è quanto di più ridicolo si possa pensare.

Il PIL, infatti, conteggia ogni sorta di crescita come se questa fosse sempre un qualcosa di positivo, ignorando completamente gli aspetti negativi, anche quando essi sono chiaramente presenti ed il loro impatto e tutt'altro che trascurabile. Inoltre, esistono tutta una serie di attività  “trasparenti” dal punto di vista del calcolo del PIL, che però sono di fondamentale importanza per l'umanità.

Tutto ciò è ormai ben noto e non mi dilungherò oltre a rimarcare l'ovvio, dirò soltanto che un simile sistema di valutazione dovrebbe essere completamente abbandonato.

Non dovrebbe importare niente a nessuno se il PIL aumenta o diminuisce; dovrebbe importare se gli esseri viventi sono felici o infelici, se l'ambiente viene curato o distrutto, se gli animali vengono torturati o hanno modo di vivere in libertà... e così via.

Ogni discussione relativa alla crescita, in realtà, è mal posta fin dai suoi presupposti.

Il punto fondamentale da comprendere è l'assoluta necessità di effettuare delle valutazioni di tipo qualitativo sia in relazione alla crescita che alla decrescita del sistema economico; si devono subordinare crescita e decrescita allo specifico raggiungimento di determinati fini che devono essere intrinsecamente compatibili con il benessere di tutti gli esseri viventi. Se ciò non avviene si producono dei disastri, sia nel primo che nel secondo caso.

Invece di pensare «che cosa bisogna fare per far crescere l'economia?», molto più saggiamente, ci si dovrebbe chiedere «che cosa bisogna fare affinché gli esseri viventi siano felici? Di che cosa abbiamo bisogno per raggiungere un simile obiettivo?».

Non di certo di un'economia che debba crescere in modo forzoso, bensì di un sistema che cresca e decresca all'occorrenza, senza creare né danni, né problemi sociali.

Crescita e decrescita non devono divenire a loro volta dei fini, ma devono servire come mezzi da utilizzare con intelligenza per la realizzazione di un sistema economico stazionario che si mantiene in uno stato di equilibrio dinamico sostenibile e che, nel far questo, soddisfa i veri bisogni di tutti gli esseri viventi.

Soltanto realizzando uno stato stazionario, caratterizzato da un complessivo impatto ambientale mantenuto entro i limiti della sostenibilità, è possibile garantire delle reali condizioni di benessere all'umanità, massimizzando la felicità degli individui.

Ora, però, non si deve commettere l'errore di pensare che un'economia stazionaria sia condannata a produrre e fornire sempre e solo la medesima tipologia di beni e servizi nelle stesse identiche quantità, questo è oltremodo falso!

In un sistema stazionario si ha soltanto un limite inviolabile, il quale è intimamente legato al complessivo impatto ambientale da non superare, ad esempio, in un anno solare; che cosa si decide di fare entro questo limite, resta a completa discrezionalità degli esseri umani.

Ad esempio, un anno si può scegliere di produrre un certo bene, fin quando tutti non ne hanno accesso. Ciò rende inutile la prosecuzione della sua produzione l'anno successivo, perché magari quel bene è durevole. Ecco quindi che si creano “spazi” per produrre e fornire altri beni.

Anche un'economia stazionaria, se ben concepita, può crescere e decrescere a seconda delle esigenze, senza mai peggiorare le condizioni di vita dell'umanità.

Quand'è che un simile sistema può crescere? Quando vi sono margini di manovra perché si è ancora al disotto dei limiti ambientali che assicurano la sostenibilità e l'umanità ha un'effettiva esigenza di incrementare il paniere di beni e servizi per soddisfare le sue reali necessità.

Quand'è invece che un simile sistema può e deve decrescere? Quando si sono superati i limiti che sanciscono la sostenibilità ambientale, ovvero, più in generale, ogni qual volta sia possibile diminuire il consumo di risorse, energia, lavoro umano, senza ridurre l'accesso ai beni ed ai servizi ai membri della società.

In quest'ultimo caso è evidente che la decrescita incrementerebbe l'efficienza del sistema, creando nuovi “spazi” per poter attuare una nuova fase di crescita economica.

Simili accortezze consentirebbero di gestire al meglio l'equilibrio dinamico necessario per assicurare il miglior funzionamento di un'economia stazionaria.

Il buon funzionamento di un'economia in equilibrio dinamico richiede il controllo di un'ulteriore variabile fondamentale: quella demografica.

È del tutto evidente che, in un mondo finito, sia fisicamente impossibile soddisfare i bisogni di una popolazione in continua crescita numerica. In tal caso, infatti, pur adottando il sistema economico più efficiente al mondo, prima o poi, si verificherebbe un collasso.

Per questo motivo è assolutamente necessario che la popolazione si stabilizzi su di un certo numero d'individui, applicando una ragionevole politica per il controllo demografico, esattamente all'opposto di quanto accade oggi, dove la popolazione è libera di continuare a procreare e crescere a dismisura, nonostante non si riesca ad assicurare un livello di esistenza decoroso a tutti.

E pensare, che per fare in modo che la popolazione mondiale non aumenti, basterebbe che ogni donna scegliesse volontariamente di mettere al mondo non più di due figli.

Come ritengo di aver ampiamente dimostrato con le mie analisi, incrementando l'efficienza al massimo grado e condividendo la ricchezza prodotta, è ancora possibile assicurare l'accesso ad un paniere di beni e servizi essenziali di alta qualità a tutti gli esseri umani presenti sulla Terra, scongiurando l'avvento di un collasso ecologico forse per qualche altro secolo, ma, sulla base dell'attuale livello scientifico-tecnologico, non è affatto chiaro se un simile obiettivo possa essere raggiunto in un mondo composto da 10 miliardi (o più) di esseri umani, a meno di ridurre fortemente il paniere di beni e servizi da offrire all'umanità.

Negare l'esistenza di simili problematiche significa essere completamente ciechi all'evidenza, lasciando che si accrescano tutte le criticità già oggi presenti in ambito sociale: non ho idea di quali atrocità possano accadere in una realtà sociale organizzata come quella attuale ma con una popolazione composta da 10 miliardi d'individui, dato che già oggi, alcune risorse sono in esaurimento ed i livelli d'inquinamento si attestano oltre ogni limite della decenza, mentre la maggioranza degli esseri umani vive in condizioni di povertà.

Una seria politica demografica potrebbe scongiurare il collasso ambientale, evitando che in futuro miliardi di persone muoiano letteralmente di fame, oppure che l'intensificarsi dei conflitti sociali dovuti alla scarsità sfoci in un nuovo conflitto mondiale.
Fini e valori

Affrontiamo ora un altro eclatante punto di criticità dell'odierna economia: essa persegue dei fini sistemici “errati”, come una crescita infinita, e, al tempo stesso, induce i membri della società a perseguire dei fini individuali altrettanto “errati”, come la ricerca di un egoistico profitto personale. 

Mi affretto subito a precisare che, a mio avviso, un fine può dirsi "errato" quando ciò che consegue dal suo perseguimento entra in contrasto con il più alto e nobile dei fini: il raggiungimento del benessere collettivo.
Chiaramente, le distorsioni legate ai fini dell'economia si ripercuotono anche nei fini individuali, perché quest'ultimi sono intimamente legati agli obiettivi assunti come validi dal sistema che regola le dinamiche economiche della società.

In verità, sussiste anche un viceversa, dato che la risultante dovuta al perseguimento di fini individuali errati non può far altro che dar luogo a conseguenze aggregate ancor più distorte, che si rispecchiano in obiettivi sistemici altrettanto errati.

Vi è quindi una relazione di interdipendenza tra fini individuali e fini sistemici, in quanto gli uni determinano reciprocamente gli altri. La “direzione” dell'economia scaturisce dalla risultante delle “direzioni” intraprese dai singoli ma, al tempo stesso, la “direzione” verso la quale i singoli individui decidono di dirigersi è fortemente determinata dalla “direzione” dell'economia.  

Quando i fini sono “errati”, da un lato, si favoriscono tutta una serie di dinamiche inutili e dannose per il miglioramento delle condizioni di vita degli esseri viventi (quelle compatibili con i fini “errati”), e dall'altro, si ostacolano tutta un'altra serie di azioni utili e benefiche per l'umanità (quelle in contrasto con i fini “errati”). 

Non sono solo i fini ad essere “errati”, infatti, l'odierno sistema socio-economico favorisce anche la diffusione di valori distorti, che però risultano funzionali al raggiungimento dei fini assunti come validi dal sistema, anche quando tali valori si rivelano disfunzionali per la realizzazione di un reale benessere sociale. 

Ciò accade, ad esempio, con l'egoismo e la competizione, elevati al massimo grado di questi tempi, nonostante sia evidente che l'umanità abbia bisogno di promuovere l'altruismo e la cooperazione.

Ora, se si accetta che la “direzione” del sistema economico sia “errata”, che le azioni dei singoli individui siano a loro volta distorte dal tentativo di realizzazione di fini “errati” e che i valori predominanti nella società siano anch'essi “errati”, poi non ci si può lamentare del fatto che le condizioni sociali siano pessime. 

Scusate: cos'altro ci si dovrebbe aspettare da un sistema sociale che non insegue il benessere collettivo cooperando in modo altruistico per l'ottenimento di questo specifico fine? Che il benessere sociale scaturisca, come per incanto, dalla risultante delle azioni scoordinate e dissonanti messe in atto da un insieme d'individui che agiscono in competizione e lottano l'uno contro l'altro, mossi da sentimenti egoistici volti all'arricchimento personale?

Soltanto un minus habens potrebbe teorizzare una simile tesi, eppure non sono mancati esempi di illustrissimi pensatori che hanno asserito esattamente ciò, anche tra i più celebri economisti vissuti nel passato, le cui teorie vengono tutt'ora osannate e propagandate da tutta una nutrita schiera di servi del Potere.

Ha dell'incredibile, ma è proprio così che stanno le cose: c'è ancora chi è così privo d'intelligenza, o così in mala fede (tertium non datur), da sostenere che dalla somma degli egoismi possa generarsi il benessere sociale, nonostante tutte le evidenze empiriche, nonché la logica ed il buon senso, suggeriscano il contrario.

Oggi gli esseri umani vivono in un mondo dove ciascuno pensa per sé e compete con gli altri, sfruttando la natura, gli animali ed i propri simili per ottenere un egoistico vantaggio personale. Così facendo, l'umanità è riuscita a provocare dolore, malattia, morte, distruzione a non finire, ponendo le basi per un collasso della civiltà. 

Io invece vorrei che gli esseri umani vivessero in un mondo dove ciascuno pensa agli altri e coopera con i propri simili, partecipando ad un progetto comune, mettendo a disposizione se stesso e le proprie abilità in modo disinteressato, per fare in modo che tutti gli esseri viventi possano condurre un'esistenza pacifica, serena e felice in una società armoniosa e sostenibile che si prende cura delle reali necessità di ciascuno: non c'è altra strada da seguire per raggiungere il benessere collettivo. 

Ma una simile visione è completamente incompatibile con le attuali logiche economiche. Oggi, infatti, si ritiene che una società competitiva generi un benessere sociale superiore rispetto ad una società cooperativa.

La falsità della precedente affermazione può facilmente essere messa in evidenza non soltanto da un punto di vista biologico e psicologico, aspetti di fondamentale importanza, dei quali però non ci occuperemo perché esulano dalle finalità di questo scritto, ma anche in campo economico. 


Competizione o cooperazione?

La retorica dei fautori della competizione è basata sulla credenza che quando gli individui competono raggiungono traguardi superiori rispetto a quando cooperano: una tesi a dir poco ridicola, confutata in ogni ambito del sociale, dallo sport, dove i miglior record di corsa su pista non vengono realizzati nelle gare individuali ma nelle staffette, alla scienza, dove la cooperazione dei gruppi di ricerca ha consentito un'accelerazione delle scoperte entusiasmante ogni qual volta è stata attuata.

La questione può essere posta in questi termini: sotto quale condizione può essere realizzato e fornito il miglior prodotto/servizio, con il minor costo e la massima efficienza? In una società dove ci sono n aziende in competizione, o in una società dove ci sono n aziende che cooperano?

Ovviamente, gli odierni economisti risponderanno nel primo caso, ma non è affatto così che stanno le cose.

Infatti, se le aziende sono in competizione, il vantaggio dell'una corrisponde allo svantaggio delle altre. 

Pertanto, tutto ciò che consente di ottenere un risultato “superiore” verrà secretato per essere impiegato come arma vincente per far breccia sui mercati e spiazzare i rivali. 

Ciascuna azienda avrà un proprio punto di forza, ma tenterà, in ogni modo, di far sì che le altre non possano sfruttarlo. Il risultato di questa gelosa competizione saranno n prodotti con certe caratteristiche peculiari. 

Se le medesime aziende non fossero state costrette a competere per “sopravvivere”, avrebbero potuto comunque effettuare delle ricerche per tentare di realizzare il miglior prodotto, e avrebbero potuto farlo anche agendo in modo indipendente, ma poi avrebbero potuto confrontare le rispettive scoperte, mettendo insieme le forze, ottenendo così un prodotto scaturito dalla summa della tecnica sviluppata dalle n aziende: il risultato sarebbe stato senz'altro superiore rispetto alla situazione con le aziende in competizione.

Questo esempio ci aiuta a comprendere che, in generale, quando vi è competizione, si tende a nascondere le informazioni, per poterle sfruttare a proprio esclusivo vantaggio, a danno della collettività.

Ma è del tutto evidente che l'umanità per progredire non abbia affatto bisogno di celare scoperte, tecnologie ed invenzioni, ma di condividere il più possibile la conoscenza. Ciò, però, può esser fatto in massima misura soltanto in un sistema cooperativo, dove il vantaggio informativo si traduce in un vantaggio collettivo. 

Non solo n aziende messe in competizione realizzerebbero prodotti di qualità inferiore rispetto alla situazione in cui fosse possibile la cooperazione, ma nel farlo esse introdurrebbero degli inutili sprechi di tempo, lavoro, risorse ed energia, se non altro, a causa delle ridondanze.

Infatti, per sviluppare, produrre e fornire il medesimo servizio, tutte le aziende dovrebbero avviare n percorsi paralleli per raggiungere i medesimi fini, ed è del tutto evidente che se esse si coordinassero potrebbero raggiungere la meta con una maggiore efficienza.

Ad esempio, se un'azienda avesse già raggiunto conoscenze ritenute sufficienti per gli standard che ci si era prefissati, sarebbe inutile compiere altri studi a tal riguardo, e magari ci si potrebbe dedicare ad altro; un'azienda potrebbe già disporre di attrezzatura/infrastrutture a sufficienza per assicurare l'intera produzione/fornitura dei beni/servizi, e quindi le altre aziende potrebbero evitare di acquistare macchinari e/o di realizzare infrastrutture che poi rischierebbero di risultare ridondanti e/o di essere sottoutilizzate... e così via. 

Com'è facile intuire, tutto ciò si ripercuoterebbe negativamente sul costo dei beni e dei servizi, il quale, in condizione di competizione, risulterebbe necessariamente superiore rispetto alla situazione di cooperazione.

Si possono citare numerosi casi concreti in cui si verifica quanto fin qui descritto, ma uno su tutti sarà più che sufficiente: quello della telefonia mobile.

In Italia esistono 4 gestori proprietari di antenne necessarie per ottenere un'elevata copertura territoriale, così da riuscire ad offrire un servizio di telefonia mobile (Tim, Vodafone, Wind e Iliad).

Questo significa che in Italia, invece di costruire una sola rete per la telefonia mobile, scientificamente studiata per coprire tutto il territorio con il minor numero di antenne ed emissioni elettromagnetiche, la tanto sbandierata competizione ha portato alla costruzione di ben 4 reti gestite in modo indipendente da ciascun operatore che ne è anche il rispettivo proprietario, condannando la popolazione a subire un inquinamento elettromagnetico decisamente superiore rispetto a quello che sarebbe stato strettamente necessario per offrire la miglior copertura nazionale.

Così facendo, a causa della ridondanza delle antenne, un comune raggiunto da tutti e quattro gli operatori, invece di essere irradiato da un solo campo elettromagnetico, deve subirsene ben 4. 

Inutile dire che questa eclatante inefficienza si ripercuota sul prezzo finale del servizio, aumentandolo, oltre ad esser chiaramente responsabile di un aggravio di: lavoro inutile, spreco di risorse/energia ed inquinamento ambientale.

Ciò prova che, rispetto ad una situazione cooperativa, come minimo, un sistema competitivo: 1) ostacola il progresso dell'umanità, celando informazioni che invece sarebbe bene condividere; 2) produce beni ed offre servizi di qualità inferiore ad un costo superiore, raggiungendo un'efficienza inferiore, sprecando inutilmente dosi addizionali di tempo, lavoro, risorse ed energia, inquinando maggiormente l'ambiente a danno di tutti.

Tutto ciò si sarebbe potuto evitare se le aziende avessero cooperato, o se, ancor meglio, fosse esistita un'unica azienda pubblica, che avesse raccolto le migliori energie, al sol fine di offrire il miglior servizio alla popolazione al prezzo più basso possibile: un obiettivo totalmente incompatibile con i fini dell'odierno sistema economico.


Questioni di profitto

Una parte di quell'incompatibilità, a cui si accennava in conclusione del precedente paragrafo, è intimamente legata alla scelta, del tutto arbitraria, di porre la realizzazione del profitto a fondamento dell'azione economica, elevando lo scopo del guadagnar denaro al rango di motivatore sociale universale.

Di conseguenza, quando s'intende avviare un'attività economica, ci si deve premurare di far sì che da essa scaturisca un profitto, perché se così non fosse, quell'attività non sarebbe economicamente sostenibile e, a lungo andare, sarebbe condannata al fallimento: ciò vincola l'azione sociale a quella che io chiamo metafisica del denaro. 

Così facendo, invece di fare ciò che è giusto, utile, benefico, necessario e fisicamente possibile, gli esseri umani si riducono ad attuare ciò che è economicamente sostenibile, nel senso suggerito dalla metafisica del denaro, nonostante quest'ultimo insieme di azioni sia più ridotto rispetto al reale spettro dell'azione umana dettata dal fisicamente possibile. 

Inoltre, siccome quando si agisce non si guarda esclusivamente al benessere collettivo, ma al profitto, e le due cose disgraziatamente non coincidono, non vi è alcuna garanzia che ciò che è reputato economicamente auspicabile lo sia automaticamente anche da un punto di vista sociale.

Pertanto, non si può escludere che ciò che consente di generare un profitto non produca un danno alla società, mentre invece l'umanità avrebbe bisogno di attuare soltanto ciò che arrechi beneficio ad un certo insieme di esseri viventi, senza diminuire il benessere degli altri.

In generale, l'introduzione di una simile sovrastruttura metafisica è sconveniente per tutta una serie di motivazioni che non è affatto difficile intuire. 

Per quale motivo si dovrebbe limitare lo spettro delle possibilità dell'azione umana? Ad esempio, nel caso in cui certe azioni nuocciano agli esseri viventi.

Ebbene, si dà il caso che le logiche del profitto, non solo non siano utili a limitare le azioni nocive, ma favoriscano addirittura le attività dannose!

Inoltre, l'imperativo del dover guadagnar un quantitativo di denaro non inferiore a quello che si è investito, taglia fuori in modo pressoché automatico tutta una serie di attività utili e benefiche che però, incidentalmente, non consentono di generare un profitto.

Ed infine, tenuto conto dell'attuale livello di coscienza dell'essere umano medio, siccome non c'è nulla che assicuri che ciò che genera un profitto sia sempre utile e benefico per gli esseri viventi, è assai probabile che le pratiche inutili e dannose, che però generano un ritorno economico sufficientemente elevato, attraggano qualche attore sociale che sia ben disposto ad attuarle, allettato dal guadagno reso possibile da esse.

Questo significa che la logica del profitto incentiva anche la criminalità; infatti, quanto appena sostenuto, sussiste per le più comuni attività illecite, come lo spaccio di droga, lo “smaltimento” illegale dei rifiuti... e così via.

Infine, come caso particolare, si può citare la situazione in cui, a parità di obiettivi, si tenderà a preferire la strategia in grado di generare un maggior profitto. Ma anche questa volta non c'è nulla che ci assicuri che la soluzione che massimizza il ritorno economico sia anche quella maggiormente auspicabile per l'umanità.

Ad esempio, se si vive in un mondo dove vige la logica del profitto, non c'è da stupirsi che le infrastrutture pubbliche crollino, perché è del tutto naturale che chi si aggiudica la gara di appalto per realizzare un'opera, vincendola a ribasso, tenti in ogni modo di risparmiare su mano d'opera e materiali, portando a termine un lavoro di bassa qualità, sfruttando al massimo i lavoratori. 

Volendo riassumere queste dinamiche con linguaggio filosofico si possono introdurre le seguenti terminologie:

1) forma limitante del profitto; si verifica quando un'azione non viene attuata perché non è in grado di produrre un ritorno economico sufficientemente elevato, e non a causa di un'effettiva impossibilità.

2) forma motivante del profitto; si verifica quando un'azione viene attuata in forza della sua capacità di assicurare un ritorno economico ritenuto sufficientemente elevato da giustificare la sua implementazione, a prescindere dal fatto che si stia commettendo un'azione utile, inutile, benefica, dannosa, lecita, illecita... e così via. 

3) forma inerziale del profitto; si verifica quando un insieme di attori sociali che hanno già messo in atto una certa attività in grado di generare un profitto, tentano in ogni modo di far sì che la loro fonte di guadagno possa perpetrarsi nel tempo mantenendosi inalterata. 

Tutte e tre le “forme” del profitto sono dannose per la società in quanto: la forma limitante impedisce di attuare ciò che sarebbe giusto, utile, necessario e fisicamente possibile, ogni qual volta ciò non consente di generare un profitto; la forma motivante incentiva sprechi, inefficienze ed ogni sorta di attività dannose e/o criminali, a patto che tali strategie consentano di ottenere un guadagno sufficientemente elevato; la forma inerziale introduce nella società un'inerzia al cambiamento, anche quando il cambiamento sarebbe effettivamente utile e necessario per migliorare le condizioni di vita degli esseri umani.

All'atto pratico, le precedenti considerazioni teoriche si traducono nei seguenti fatti esemplificativi, assolutamente non esaustivi dell'intera casistica, che sono onnipresenti nell'odierna società: purificare le emissioni industriali inquinanti è possibile ma troppo costoso? Pazienza, si continuerà ad inquinare l'ambiente. 

Sfruttare gli esseri umani come degli schiavi è utile per essere competitivi sul mercato? E allora si troverà il modo per sfruttare i lavoratori al pari degli schiavi.

Curare i sintomi è molto più redditizio rispetto all'eliminare le cause delle malattie? Ottimo, vorrà dire che si eviterà accuratamente d'intervenire sulle cause, in modo che le persone continuino ad ammalarsi e ad aver bisogno di essere “curate”.

Esiste un rimedio naturale a basso costo e senza effetti collaterali altamente efficace? Guai a farlo sapere agli ammalati, molto meglio continuare a vendere farmaci brevettati a carissimo prezzo, anche se questi non sono efficaci. 

Sono già disponibili fonti energetiche alternative rinnovabili più pulite rispetto a quelle attualmente in uso? Sia anatema! Non se ne parla di effettuare una transizione: l'umanità deve continuare ad usare il petrolio, fino all'ultima goccia.

Uno scienziato ha scoperto il modo per auto-produrre e trasmettere energia a costo zero, senza alcun impatto ambientale? Sarà bene occultare tali studi screditando e/o uccidendo quel personaggio, se necessario, attivandosi per impedire che si tenti di effettuare ricerche in tal senso, in modo tale che si possa continuare indisturbati a impiegare le fonti energetiche disponibili che hanno il grande “pregio” di rendere le persone dipendenti dalla grande distribuzione e di farle ammalare, in modo tale da generare lauti profitti. E tutto ciò, anche a costo di distruggere ed avvelenare l'intero pianeta... si potrebbe andare avanti per ore, ma ci fermiamo qui.

In relazione all'efficienza, si può comprendere come un sistema basato sul profitto sarà sempre ben disposto a ricercarla soltanto a patto che essa consenta di ottenere un incremento di profitto, e che, in modo duale, sarà altrettanto propenso a tollerare e/o ad introdurre appositamente inefficienza ogni qual volta ciò consenta di incrementare i guadagni. 

Così facendo situazioni del tutto paradossali non tardano a verificarsi nella società, causando problematiche di entità per nulla trascurabili.

In generale, produrre (e consumare) in modo localizzato è più efficiente e meno inquinante rispetto ad un sistema produttivo globalizzato dove i vari Paesi esportano ciò che producono ed importano ciò che consumano, anche nei casi in cui non ce ne sarebbe affatto bisogno, se non altro, perché nel primo caso si evita di spostare un enorme quantitativo di materia da una parte all'altra della Terra.

Ciò nonostante, nell'odierna economia si preferisce una produzione globalizzata, perché grazie ad essa i capitalisti riescono ad ottenere un più ampio saggio di profitto: non vi è altra giustificazione, se non che questa strategia sia considerata efficiente da un punto di vista economico, nonostante non lo sia affatto da un punto di vista fisico.

Non finirò mai di sottolineare l'imbecillità dell'attuale sistema economico all'interno del quale un kg di pomodori prodotti a km zero ha un prezzo decisamente superiore rispetto ad un medesimo kg di pomodori proveniente dall'altra parte del mondo (più avanti spiegheremo il perché ciò avvenga). 

Questo significa che oggi è reputato più “conveniente” costruire ed utilizzare delle navi per trasportare in Italia pomodori coltivati in Cina, piuttosto che coltivare direttamente pomodori in Italia, senza alcuna necessità né di produrre né di utilizzare navi!

Un'eclatante inefficienza s'introduce anche quando i cittadini dello Stato A consumano il bene P prodotto nello Stato B e, al tempo stesso, i cittadini dello Stato B consumano il medesimo bene P prodotto nello Stato A, nonostante sia A sia B potrebbero soddisfare i bisogni dei propri cittadini utilizzando ciascuno i rispettivi prodotti.

Anche in questo caso, è del tutto evidente che se ciascuno consumasse ciò che produce nel suo territorio ed importasse beni, non per un vezzo (come quando l'italiano vuole consumare vino francese, ed il francese vuole consumare vino italiano, per distruggere le cellule del proprio cervello utilizzando alcol fermentato a migliaia di km da casa sua) ma soltanto per necessità (come quando in un paese manca effettivamente un certo bene di consumo ed esso è indispensabile per i cittadini), si avrebbe un notevole risparmio in termini di tempo, energia, risorse, costi e lavoro, riducendo l'impatto ambientale.

E invece non è così che vanno le cose, tanto che si concretizzano delle dinamiche che hanno addirittura dell'inverosimile, come quando uno Stato A produce così tanto da riuscire a soddisfare tutto il proprio fabbisogno nazionale, avendo a disposizione grandi quantitativi di eccedenze da esportare, e ciò nonostante importa lo stesso grandi quantitativi del medesimo prodotto!

Ciò dimostra che importazioni ed esportazioni non vengono di certo effettuate al fine di massimizzare l'efficienza del sistema. Infatti, il motore che muove i produttori non è la minimizzazione degli spostamenti delle loro merci, ma la possibilità di ottenere un guadagno sfruttando i consumatori presenti in tutto il mondo.

Per quanto un simile modo di agire sia oggettivamente folle, non c'è da stupirsi che tutto ciò accada, perché il fine che viene ricercato non è la complessiva efficienza del sistema, ma l'arricchimento personale all'interno di un sistema competitivo concorrenziale. 

Pertanto, è oltremodo evidente che, fin quando si porrà la logica del profitto a fondamento dell'economia, l'efficienza rimarrà un obiettivo di secondaria importanza e l'inefficienza sarà puntualmente introdotta e/o tollerata ogni qual volta la sua implementazione consentirà di accrescere la ricchezza di qualche attore sociale sufficientemente potente da determinare le dinamiche della società.

Alcuni potrebbero obiettare che sia la contrapposizione d'interessi a far sì che l'odierno sistema economico attui pratiche virtuose in relazione all'efficienza. 

Ad esempio, lo spreco di energia elettrica è, al tempo stesso, un “bene” per i produttori, che possono vendere di più, e per i lavoratori di quelle aziende, che possono riceve un salario grazie agli sprechi di energia, ma è un “male” sia per i consumatori, che devono spendere di più, che per l'umanità, perché s'introduce un aggravio di tempo, lavoro, energia e risorse utilizzate, inquinando in maggior misura in mondo intero, in modo del tutto superfluo. 

Ma se questo contrasto fosse determinante, come si spiegherebbe l'elevato livello d'inefficienza che caratterizza l'odierna società?

Evidentemente il caso dell'energia elettrica non è affatto rappresentativo: per comprendere la reale dinamica si deve guardare al come ed al perché le persone consumano.

In generale, i cosiddetti “consumatori”, quando spendono il loro denaro, non effettuano valutazioni in merito all'efficienza del sistema: essi ragionano sulla base di tutt'altra scala di valori, dando priorità ad aspetti che non è affatto detto che siano compatibili con la complessiva efficienza del sistema.

Il consumatore informato, consapevole, responsabile e socialmente impegnato, disposto a rinunciare al possesso di determinati beni e a spendere di più, sacrificando le proprie comodità e le proprie finanze, per il bene dell'umanità, è poco più di una rara figura mitologica.

In realtà, il consumatore medio è disinformato, inconsapevole, irresponsabile e socialmente dannoso, e non è affatto disposto a rinunciare al possesso di determinati beni e a spendere di più, sacrificando per giunta le proprie comodità e le proprie finanze, per il bene dell'umanità!

Senza contare che oggigiorno la maggior parte delle persone, per sopravvivere, non può far altro che cercare di spendere il meno possibile. 

Questo significa che, volenti o nolenti, la maggior parte dei consumatori cercherà di risparmiare sui prodotti. 

E se i prodotti offerti a più buon mercato sono proprio quelli che introducono una maggiore inefficienza nel sistema, ecco che gli interessi delle aziende e le priorità dei consumatori tornano ad essere consonanti, pur essendo dissonati in relazione alle vere esigenze dell'umanità.

Se il sistema economico commercializza prodotti concepiti per guastarsi allo scadere della garanzia, in assenza di alternative, i consumatori non potranno far altro che scegliere tra privarsi di quei beni o acquistarli lo stesso. 

In questo caso il dilemma si riduce al “sacrificare” la propria esistenza o al partecipare alla complessiva inefficienza del sistema: inutile dire quale sia l'esito maggioritario.

In generale, anche quando evitare gli sprechi e le inefficienze sarebbe nell'interesse del consumatore, non è affatto detto che egli si possa permettere di poterlo fare. 

Ad esempio, per ridurre i consumi energetici è assai utile vivere in un'abitazione ben coibentata. Ma i proprietari delle vecchie abitazioni, che non hanno soldi per ristrutturarle, saranno costretti a continuare a sprecare energia.

Tutto ciò aiuta a comprendere perché il cosiddetto contrasto d'interessi non sia affatto sufficiente per indurre il sistema ad attuare pratiche virtuose che, all'atto pratico, attualmente sono del tutto inefficienti per indirizzare correttamente l'economia. 

D'altro canto, se il sistema economico fosse concepito per essere efficiente, tali problematiche non si porrebbero affatto, perché i consumatori non potrebbero far altro che attuare scelte di consumo associate alla massima efficienza possibile, in relazione al soddisfacimento di un certo insieme di bisogni reputati essenziali.

Siamo tutti d'accordo sul fatto che, in definitiva, la realtà sociale dipende dalle scelte individuali, e che quindi, se tali scelte fossero sempre attuate in modo etico e responsabile, non vi sarebbe alcun problema nella società.

Ma è altrettanto vero che un simile livello di coscienza non è affatto presente nell'umanità. Che cosa s'intende fare nel mentre che esso si sviluppi? 

Lasciare che l'umanità si autodistrugga nell'attesa che il livello di coscienza aumenti e gli esseri umani comincino ad effettuare le scelte corrette in modo autonomo? 

Tutti sanno che comprare frutta e ortaggi fuori stagione è errato per tutta una serie di motivazioni. 

Ma che senso ha continuare a far sì che il sistema economico metta a disposizione dei consumatori frutta e verdura fuori stagione, per poi lamentarsi che la colpa sia dei consumatori irresponsabili, quando si potrebbe molto più semplicemente creare un sistema socio-economico dove i consumatori trovino soltanto frutta e verdura di stagione? 

Se commercializzare frutta e verdura fuori stagione è dannoso, perché si continua a farlo? La risposta “perché c'è qualcuno che domanda quei beni” è del tutto ridicola: se una cosa è sbagliata non va fatta, a prescindere dal fatto che ci sia qualcuno che chieda quella cosa. 

Il fatto che un sistema socio-economico assecondi una domanda contraria all'etica ed alla sostenibilità, non è di certo una nota di merito da ascrivere all'odierna economia. Tutt'altro: è l'ennesima dimostrazione della sua dannosità.

Analoghe argomentazioni, purtroppo, sussistono anche per le questioni ecologiche: ci sarà o no un motivo se l'umanità, con le sue attività economiche ed i suoi modi di consumo, ha causato la sesta estinzione di massa, gettando le basi per un collasso della società? 

Il motivo è presto detto: l'odierna economia non è concepita per essere compatibile con l'ambiente in cui opera, né tra i suoi obiettivi include la minimizzazione dell'impatto ambientale o il raggiungimento di uno stato stazionario “sostenibile”. 

Essa persegue una crescita illimitata in un mondo limitato, sia nell'estensione che nella disponibilità di materia, e lo fa depredando, distruggendo ed inquinando l'ambiente in modo scellerato, perché questo è ciò di cui ha bisogno un'economia consumistica per mantenersi in essere. 

Non serve molto a comprendere che una società ecologica non può essere una società consumistica (e vice versa).

Di norma, il rispetto dell'ambiente non è preso in considerazione come primo fine, in quanto risulta incompatibile con le logiche economiche attuali, entrando in contrasto con i suoi veri obiettivi, se non nel caso minoritario, e del tutto eccezionale, in cui una qualche attività ecologica sia incidentalmente in grado di generare un certo profitto o, per qualche altra ragione, si riveli funzionale al mantenimento in essere delle attuali logiche economiche.

Ciò accade, ad esempio, con le  strategie di economia “circolare” (che all'atto pratico continuano ad essere strategie lineari) che vanno tanto di moda in questo periodo. 

Esse, infatti, non vengono adottate con l'intento di minimizzare l'impatto ambientale, ma al fine di avere a disposizioni materia recuperata da utilizzare per continuare a sostenere la crescita del sistema, forse per qualche altro decennio, senza rimettere in discussione le contraddizioni che stanno causando un totale disastro ecologico.

Un disastro che, senza intervenire con decisione sulle cause, si verificherà comunque: con o senza economia circolare.

Anche in questo caso, da un punto di vista di scelte individuali, si può osservare come, di norma, al netto di quei rari esempi di ecologisti integralisti disposti a sacrificare se stessi per il bene dell'ambiente, la maggior parte delle persone attui soltanto quelle pratiche ecologiche compatibili con la propria condizione economica e con il proprio livello di consapevolezza. 

E tutto ciò ammesso che vi sia una massa critica di persone interessate alla salvaguardia ambientale, cosa che ad oggi non è data. 

Da un punto di vista economico, il minimo che si possa fare è di mettere tutti gli esseri umani in condizione di poter effettuare scelte di consumo quanto più possibili ecologiche, ma ancor meglio sarebbe che il sistema stesso non creasse situazioni in cui il consumatore possa scegliere di utilizzare beni che non siano stati prodotti, concepiti e distribuiti in modo da essere sostenibili al massimo grado.

Ad esempio, i negozianti non dovrebbero vendere cibo biologico prodotto a km zero e cibo non biologico importato dall'altra parte del mondo, dovrebbe esistere soltanto cibo biologico prodotto a km zero e, ovviamente, tutti gli esseri umani dovrebbero essere messi in condizione di poterne disporre.  

Oggi invece non solo vengono commercializzati sia alimenti insalubri ad alto impatto ambientale che cibi sani a basso impatto ambientale, ma i cibi sani costano addirittura di più rispetto ai loro corrispettivi avvelenati, mentre una vasta platea d'individui non può neanche permettersi di acquistare né gli uni né gli altri. 

Immaginiamo ora che tutti gli esseri umani siano sufficientemente ricchi da potersi permettere di acquistare ciò che desiderano, e quindi non vi siano più scuse per non effettuare acquisti che risultino ecologici al massimo grado.

Visto e considerato l'attuale livello di coscienza degli esseri umani, pensate che le problematiche ambientali si ridurrebbero, perché gli individui attuerebbero come per magia delle oculate scelte di consumo in perfetto stile ambientalista, oppure che la questione ecologica si accrescerebbe, perché la maggior parte degli individui incrementerebbe drasticamente il proprio livello di consumo?

Che cosa s'intende fare, quindi, nel mentre che il livello di coscienza aumenti e gli esseri umani tornino ad essere un tutt'uno con l'armonia dell'universo: ridurre le persone in povertà, così da contenere la loro impronta ecologia? Oppure dare più soldi alle persone, così che possano vivere una vita più dignitosa, disponendo di un maggior numero di beni, fin quando non distruggeranno completamente l'ecosistema, non prima di aver inquinato persino la loro stessa anima? 

Non sarebbe forse il caso di concepire ed attuare un nuovo sistema economico che, per sua costruzione, risulti ecologicamente compatibile e all'interno del quale gli individui sperimentino un'esistenza dignitosa non potendo attuare scelte individuali che non siano ecologiche al massimo grado, a prescindere dal loro livello di coscienza, così che l'umanità non si autodistrugga e agisca entro i limiti necessari per assicurare la produzione e la fornitura di un certo paniere di beni e servizi ritenuti fondamentali assicurando una complessiva sostenibilità? 

Inutile dire che un simile obiettivo non può essere attuato continuando ad applicare le odierne logiche economiche.
La trappola della meritocrazia

Consentitemi di riprendere e concludere il discorso relativo alla competizione affrontandolo da un punto di vista individuale.

Per prima cosa, vorrei chiarire che non si può parlare di competizione senza parlare di meritocrazia e viceversa: esse infatti sono intimamente collegate.

Come mostrerò tra breve, la competizione induce un sistema meritocratico, infatti i vincitori della competizione sono reputati “meritevoli secondo un qualche criterio, mentre un sistema meritocratico innesca una lotta competitiva. Infatti, se si riconosce il merito soltanto a chi ha certe qualità, ricompensandole, ecco che gli individui cominceranno a confrontarsi per stabilire chi tra essi ne possieda in maggior misura, aggiudicandosi così dei vantaggi.

Come naturale conseguenza dei sistemi competitivi-meritocratici si ha che essi danno origine ad una qualche forma d'ingiustizia sociale.

Infatti, assegnare il livello di benessere economico che una persona può sperimentare con un qualsiasi sistema basato sul riconoscimento del “merito”, significa stratificare di conseguenza la società, e ciò si verifica a prescindere da quale sia il criterio di riconoscimento del merito adottato.

Ad esempio, in una società dove è ritenuto meritevole chi è alto, i bassi non saranno tali; in una società dove è ritenuto meritevole chi è bello, i brutti non saranno tali; in una società dove è ritenuto meritevole chi è italiano, gli stranieri non saranno tali; in una società dove è reputato meritevole chi ha acquisito elevate competenze, le persone meno istruire non saranno tali... e che cosa si vorrà fare con questi individui identificati come “immeritevoli”, li si vorrà forse condannare alla fame?

Ovviamente no, si prevederanno delle misure ad hoc per aiutare i più “deboli”. Questo però significa auto-contraddirsi, perché se da un lato si stabilisce un criterio meritocratico e poi dall'altro ci si rende immediatamente conto che tale criterio ha bisogno di una misura correttiva, perché altrimenti i non meritevoli sarebbero  condannati già in partenza, allora si sta tacitamente ammettendo che la regola adottata sia intrinsecamente ingiusta. Del resto, se così non fosse, non avrebbe indotto una problematica sociale a cui dover porre rimedio.

Senza contromisure, anche le sole dinamiche competitive stratificano la società. Infatti, se il criterio adottato è che più si è “abili” nella competizione sociale, qualunque essa sia, e più si ha diritto a vivere una vita agiata, ecco che inevitabilmente viene a crearsi un sistema meritocratico, dove i “meritevoli”, ovvero i vincitori della folle lotta fratricida messa in atto nella società, vivranno molto meglio degli altri, mentre i “non meritevoli”, ovvero tutti coloro che, per qual si voglia motivo, risulteranno “sconfitti” dalle competizioni sociali, saranno condannati a viver peggio degli altri.

In tutta onestà non si capisce come questa disumana forma di darwinismo sociale possa essere ritenuta degna anche solo d'esser presa in considerazione. Il discorso potrebbe concludersi già qui, ma vi sono delle ulteriori osservazioni da fare.

Fermo restando che la competizione in ambito sociale è una follia in sé, all'atto pratico, nell'odierna società non sarebbe neanche possibile dar modo a tutti di partecipare ad una competizione equa: come può infatti un individuo costretto a portare il peso di un incidente, o di una malattia, competere alla pari con una massa d'individui che non hanno avuto una simile sfortuna?

Come può un figlio di un povero competere alla pari con un figlio di un ricco, se i mezzi e le opportunità che essi hanno a disposizione sono drasticamente differenti?

Si comprende quindi che l'esito di una simile competizione sociale sia irrimediabilmente falsato.

Non a caso i figli dei ricchi, se hanno più di 2 neuroni in testa, finiscono per ricoprire ruoli di prestigio con grande facilità, mentre quasi sempre i figli dei poveri, pur essendo dei potenziali geni, sprecano la loro esistenza dovendosi accontentare di un qualsiasi lavoro, non riuscendo quasi mai ad esprimere il loro vero potenziale.

E non è un caso neanche che, in generale, le persone con disabilità sperimentino condizioni economiche peggiori rispetto alla media.

Che il talento sia il fattore predominante per emergere nella società, è un altro luogo comune: basta guardarsi intorno per trovare numerosi controesempi.

Quei rarissimi casi in cui qualche “figlio di nessuno” riesce a vincere la competizione sociale, possono essere tranquillamente catalogati nell'aneddotica, e non di certo nelle dinamiche generali, nonostante a livello mediatico si dia un gran risalto a queste eccezioni al fine di illudere la restante massa della popolazione che, in fin dei conti, sia possibile ottenere quello che tutti gli altri non sono riusciti a fare, sostenendo chiaramente il falso, dato che in ogni competizione soltanto un'élite può emergere e primeggiare.

A questo punto vorrei far notare a coloro che si lamentano dicendo che se l'ascensore sociale è rotto il motivo risiede nel fatto che l'attuale società non è sufficientemente meritocratica, che in realtà, ad una più attenta analisi, l'odierno sistema si rivela estremamente “meritocratico”: è solo che il criterio che definisce il merito non coincide con ciò che essi intendono.

Per essere "meritevoli", oggi, bisogna avere delle conoscenze altolocate, bisogna essere in grado di truffare, mentire, sfruttare, rubare, lottare, sopraffare, sapersi vendere, sottomettersi, obbedire, servire e via dicendo... se non si hanno queste caratteristiche non si riesce a vincere la competizione meritocratica.

Ma questo non significa che non esiste la meritocrazia: al contrario! Oggigiorno, la scarsità di posti di lavoro ha creato un ambiente dove la competizione è esasperata, e chi accetta il criterio meritocratico come valido, non riuscendo ad emergere,  deve concludere che la colpa sia soltanto sua, perché evidentemente non è stato sufficientemente meritevole!

Volevate la meritocrazia e non vi eravate neanche accorti di esserci immersi fino al collo. Benissimo: ora che lo sapete, godetevela!

Alcuni sobbalzeranno inorriditi leggendo queste parole, dicendo dentro di sé che non è questo il genere di meritocrazia che essi hanno in mente.

A costoro vorrei far notare che i problemi della società non si risolverebbero sostituendo un certo criterio per stabilire chi siano i meritevoli con un altro metodo di valutazione, per poi fregarsene altamente delle condizioni di vita dei non meritevoli.

Se così fosse, e nell'odierna società si sostituissero tutti i raccomandati con i più talentuosi, si otterrebbe semplicemente un'altra classe di privilegiati, condannando alla miseria un gruppo di persone differente.

Nessuno sta sostenendo che non si debbano far ricoprire i ruoli sociali a individui motivati e competenti, invece che a degli inutili scansafatiche, privilegiati e raccomandati, ci mancherebbe altro, si sta solo sottolineando che il voler risolvere i problemi della società mantenendo in essere un sistema competitivo che ripartisce il benessere sociale sulla base di un qualche criterio meritocratico è una pia illusione.

Il punto non è creare una società competitiva e meritocratica, il punto è creare una società che assicuri un elevato livello di benessere a tutti i suoi membri.

Si dovrebbe creare una società non competitiva, nella quale non si abbia stratificazione sociale indotta da criteri meritocratici, in cui nessun individuo debba lottare con gli altri per assicurarsi una posizione sociale che gli assicuri un'esistenza più dignitosa rispetto a quella degli altri.

L'organizzazione sociale non deve riprodurre le condizioni di una gara, dove soltanto chi sale sul podio ha diritto ad esistere; al contrario, deve realizzare un ambiente collaborativo, nel quale vengono colte le migliori caratteristiche di ciascuno, così da ottenere il più elevato livello di benessere sociale possibile, senza che l'incapacità di un gruppo d'individui classificati secondo un certo criterio, presunta o reale che sia, si trasformi in una condanna sociale.

Ma ciò non può essere ottenuto fin quando non si sostituisce la competizione alla cooperazione, in una società volta al benessere collettivo.

In un sistema cooperativo sarebbe nell'interesse della comunità assegnare i ruoli sociali sulla base delle effettive competenze, impedendo agli incompetenti e ai raccomandati di fare ciò per cui non sono evidentemente tagliati, così che ciascuno possa svolgere al meglio la propria funzione nell'interesse di tutti. Se così non fosse, la società subirebbe un gran danno.

Invece, in un sistema competitivo, finalizzato agli interessi personali, è naturale che gli individui utilizzino tutte le armi in loro possesso per vincere la lotta con i propri simili, così da emergere dalla massa per assicurarsi condizioni di vita migliori, a prescindere dalle loro effettive competenze.

Si scopre così che è proprio la competizione sfrenata ad ostacolare l'assegnazione dei ruoli sociali in base al merito, così come comunemente inteso, invece di agevolare un simile processo, come ritiene a torto la maggior parte delle persone.

Per concludere possiamo porci la seguente domanda: per quale assurdo motivo gli esseri umani dovrebbero preferire una società dove per sopravvivere si deve lottare con i propri simili per assicurarsi le migliori condizioni di vita che si è in grado di procurarsi, agendo, non di rado, a discapito degli altri, ad una società dove si coopera con gli altri per fare in modo che tutti quanti possano sperimentare le più elevate condizioni di vita possibili?

Soltanto un folle potrebbe preferisce il primo scenario al secondo. Ma allora com'è possibile che l'odierna società si fondi sulla competizione?

Per rispondere a questa domanda basta chiedersi a chi fa comodo che gli individui inscenino una lotta tra poveri, invece di aiutarsi come dei veri fratelli: a chi serve la competizione?

Non di certo ai popoli, i quali troverebbero gran giovamento da un sistema cooperativo. Resta in campo un'altra classe di attori sociali: i membri dell'élite che oggi detengono ricchezza e potere.

Da loro punto di vista, il fatto che un sistema meritocratico-competitivo sia socialmente accettato comporta numerosi vantaggi, in particolar modo al fine del controllo sociale.

Se gli individui ritengono che sia giusto ricompensare il merito, allora saranno anche portati a credere che sia altrettanto giusto e normale che la società si stratifichi in modo piramidale e che, ai suoi vertici, esistano degli individui più ricchi degli altri, mentre alla base, vi siano folle d'individui ridotti in povertà.

Essi, nel loro intimo, pensano che chi si è arricchito lo ha fatto perché aveva delle capacità superiori rispetto alla media, e quindi è doveroso che quelle abilità vengano ricompensate.

In modo duale, però, saranno anche indotti a pensare che i poveri sono tali a causa della loro svogliatezza e della loro incapacità, e non per colpa dell'organizzazione sociale.

Inoltre, essi si convinceranno che anche loro, se solo avessero l'idea giusta e s'impegnassero con costanza, potrebbero emergere risalendo la scala sociale, diventando ricchi e potenti.

Ciò è ovviamente falso, ma una simile illusione è sufficiente a far apparire l'esistenza dei ricchi e dei poveri del tutto legittima, ed il mantenimento di un sistema competitivo addirittura auspicabile.

Ma non appena le masse accettano di dover competere per emergere dalla società, e che sia giusto che ciascuno riceva soltanto ciò che si è meritato guadagnandoselo con il proprio genio e le proprie fatiche, scatta una potente trappola sociale.

La competizione tra i lavoratori avrà come effetto collaterale la compressione dei diritti e dei salari; essi infatti, pur di lavorare, innescheranno una dinamica a ribasso.

L'unica cosa sensata sarebbe quella di unirsi, per eliminare dalla faccia della terra tutti gli sfruttatori, così da redistribuire la ricchezza e riorganizzare il lavoro, riuscendo a lavorare di meno, lavorando tutti, guadagnando addirittura di più.

Ma com'è ben noto, quando si mettono i lavoratori in competizione, creando una scarsità artificiale di lavoro, la paura di finire in miseria spinge gli individui a mendicare qualsiasi forma di schiavitù, svendendo la propria forza lavoro.

A quel punto il “nemico”, invece di essere il capitalista, diviene il proprio compagno di sventure, al quale si deve  rubare il lavoro, perché, sotto queste condizioni, si viene indotti a pensare che “o sopravvive lui, o sopravvivo io”.

Questa dinamica si estende a tutta la società, e non resta confinata ai lavoratori, si pensi ad esempio agli studenti, che invece di aiutarsi si ostacolano a vicenda, perché devono primeggiare, altrimenti non riuscirebbero a mettersi in mostra e a diventare degli schiavi modello che verranno selezionati con maggior facilità dagli sfruttatori, ma il motivo di fondo resta sempre lo stesso: siccome gli individui devono lottare gli uni contro gli altri per “sopravvivere”, cominceranno a vedere i propri simili come dei nemici, invece che come dei compagni con i quali coalizzarsi per opporsi ai veri oppressori, cominciando a cooperare per perseguire un fine comune assai più elevato, rispetto a ciò che può emergere dall'egoistica somma di fini individuali e contrapposti.

Così facendo, invece d'intraprende un'azione sinergica nell'interesse generale, finiranno per dissipare le loro energie contrapponendosi, in modo del tutto sterile e controproducente, al sol fine di ottenere un qualche genere di vantaggio personale, trascinando nel baratro la collettività.

Ogni fallimento individuale verrà completamente imputato all'incapacità dei singoli, i quali crederanno di non essere stati sufficientemente abili, formati e forti, per emergere.

In questo modo gli individui saranno intimamente indotti a pensare che la colpa sia soltanto loro, e che la “soluzione” consista nell'impegnarsi di più, ammesso che non mollino la spugna, accettando la propria misera condizione esistenziale come l'unica possibile o, peggio, che non cadano in depressione a causa dei loro fallimenti.

Così facendo il sistema sociale verrà scagionato e gli individui non saranno portati a pensare che forse sarebbe il caso di cambiare le regole del gioco.

Pertanto, competizione e meritocrazia, creeranno il substrato necessario per indurre: l'accettazione e la legittimazione della stratificazione sociale e dell'esistenza di individui ricchi e di altri poveri; la compressione dei diritti e dei salari dei lavoratori; una pressante colpevolizzazione dell'individuo; una poderosa dissipazione delle energie rivoluzionarie.

Come naturale conseguenza di questo insieme di circostanze si ha che il sistema non verrà cambiato, e resterà in essere esattamente così com'è, consentendo ai detentori del potere e delle ricchezze di continuare a mantenere il loro stato sociale, mentre il popolo compete mosso dall'illusione di riuscire ad emergere vedendosi riconosciuto il “merito”, entrando così a sua volta tra i membri dell'élite, quando invece l'unica cosa che riesce ad ottenere è di danneggiarsi vicendevolmente dando luogo a delle dinamiche sociali dannose ed inconcludenti, che gli impediranno di cooperare per costruire un'altra realtà sociale nell'interesse generale.

Gli inganni del denaro

Le precedenti argomentazioni inerenti alle logiche del profitto conducono la nostra riflessione verso il denaro, ad oggi, considerato come uno strumento indispensabile, posto a fondamento dell'economia, come se non fosse possibile concepire e realizzare una società che funzioni senza di esso, quando invece, come avremo modo di comprendere, la sua eliminazione non solo è possibile, ma sarebbe addirittura auspicabile.

Dietro ai meccanismi del denaro si cela la più grande truffa perpetrata a danno dell'umanità che sia mai stata attuata nel corso della Storia; una truffa che qui di seguito cercheremo di svelare, semplificandone volutamente le dinamiche, in modo tale che la più vasta platea di lettori possa comprenderla.

Per prima cosa, quando si parla del denaro bisogna sempre ricordare che si tratta di un'invenzione umana e che il suo uso è puramente convenzionale.

Quello che sto cercando di dire è che quella del denaro non è niente di più che una finzione che gli esseri umani accettano per vera e reale, nonostante le sue modalità di utilizzo siano del tutto arbitrarie.

Il denaro, infatti, non segue leggi divine, ed ancor meno è diretto da leggi di natura, segue leggi metafisiche umane, nient'altro che umane, che, in quanto tali, possono essere modificate a piacimento. 

Il denaro viene creato dal nulla a costo zero e non v'è alcun limite alla sua creazione, fatta eccezione per i limiti che gli esseri umani decidono di fissare. Il denaro quindi, per sua natura, non può essere scarso, può essere soltanto reso artificialmente scarso.

Esso può assumere la forma di monete metalliche e pezzi di carta, ma ormai, nella maggioranza dei casi, si tratta soltanto di bit di informazioni che transitano all'interno di una rete di calcolatori.

Il denaro non ha valore in sé, esso ha valore soltanto perché le persone credono che ne abbia, e continua ad averne finché esistono persone così ingenue da ritenere che un segno contabile stampigliato su di un pezzo di carta, o un numero visualizzato su di un monitor, abbia il potere di comprare cose e persone. 

Non appena questa forma di fede viene meno, l'illusione svanisce, e il denaro torna ad esibirsi per ciò che è: una mera finzione.

Nell'odierna società, il denaro viene “creato” dal nulla dalle banche (centrali e commerciali) e viene prestato a Stati (che non hanno sovranità monetaria), imprese e cittadini, previa richiesta di un interesse. 

Gli utilizzatori finali del denaro, ovvero i comuni cittadini, non ne sono proprietari: all'atto pratico, sono le banche che ne detengono la proprietà. 

Ciò è evidente se si pensa che il denaro in circolazione viene concesso in prestito da enti terzi (le banche, appunto) che ne esigono la restituzione. 

Del resto, se gli utilizzatori del denaro fossero stati i suoi effettivi proprietari, non ci sarebbe stato bisogno che intervenisse qualcun altro a prestare loro qualcosa di cui essi erano già in possesso, pretendendo che quel qualcosa gli venisse reso addirittura con un interesse (che neppure esiste)!

Simili argomentazioni sono del tutto banali se si pensa ad un qualsiasi bene, come ad esempio un'automobile, ma diventano oscure e misteriose quando si parla del denaro: chi possiede un'automobile non ha bisogno di chiederla in prestito ed ancor meno deva pagare un compenso per il suo utilizzo. 

Eppure è proprio così che stanno le cose: la proprietà del denaro non è dei suoi utilizzatori, che con la loro fede gli attribuiscono valore (gli esseri umani), ma dei suoi creatori (il sistema bancario).

L'odierna modalità di gestione del denaro dà luogo alla formazione di un debito matematicamente inestinguibile, perché in ogni dato istante il denaro creato è sempre inferiore all'importo che si pretende che debba essere restituito.

Infatti, per estinguere integralmente il debito esistente, bisognerebbe rendere una cifra pari al denaro creato a cui andrebbero aggiunti gli interessi richiesti, i quali però non esistono sotto forma di denaro, perché non sono stati creati ed emessi da nessuno!

Non è difficile comprendere che la promessa di ripagare un debito dovuto alla creazione di moneta gravata da un interesse positivo, con altro debito, a sua volta legato alla creazione di moneta gravata dalla richiesta d'un interesse positivo, è impossibile da rispettare.  

Ciò costringe l'umanità ad un continuo processo d'indebitamento nei confronti dei detentori della proprietà del denaro, i quali traggono grandi vantaggi da questa sorta di schema Ponzi, che gli consente di arricchirsi con grande facilità drenando interessi senza far nulla e di esercitare un potere smisurato mediante l'attuazione di una vera e propria truffa.

Chi si è divertito ad effettuare il calcolo sostiene che ad oggi l'umanità abbia contratto circa 250 mila miliardi di debiti, tra debiti pubblici e privati, corrispondenti a circa 33mila dollari per ogni essere umano.

Ma come si può accettare l'imposizione auto-contraddittoria di dover restituire un'entità metafisica creata dal nulla a costo zero con tanto di interessi che neppure esistono?

Per comprendere perché sia praticamente impossibile liberarsi dalla schiavitù del debito (a meno di esser disposti a ripudiare le logiche attuali), basta immaginare un mondo semplificato in cui le banche abbiano creato ed emesso, prestando a Stati, aziende e cittadini, soltanto 100 euro gravati da un interesse del 5% annuo. 

Come si può pensare di restituire, dopo un anno, 105 euro se in circolazione ne esistono soltanto 100? 

Rimborsare la totalità dei debiti, infatti, significherebbe eliminare dal mondo la totalità del denaro, a cui però si dovrebbero sommare un certo quantitativo di beni reali da cedere alle banche per ripagare quel 5% d'interesse che evidentemente non può essere onorato con denaro inesistente.

Ed ecco che, così facendo, il sistema bancario, in cambio della fornitura di entità immaginarie, si sarebbe appropriato di beni reali. A quel punto, però, in circolazione non ci sarebbe più denaro, ma quella attuale è un'economia che ha bisogno del denaro per funzionare.

È quindi evidente che per far sì che resti del denaro in circolazione si debba rifinanziare il debito (o una sua parte) già contratto nei confronti delle banche con altro debito, a sua volta gravato da interesse, che chiaramente, a meno di voler eliminare completamente il denaro dalla circolazione, cedendo ulteriori beni reali a copertura degli interessi, non potrà essere interamente ripagato!

Ma noi abbiamo già detto che il denaro non può essere completamente eliminato dall'odierna società, e quindi il sistema, se vorrà continuare a “funzionare” senza che nessuno fallisca e ripaghi le banche con beni reali, dovrà continuare ad indebitarsi.

Come naturale conseguenza di questa perversa sovrastruttura metafisica, sì ha che, nel suo complesso, l'economia è intrinsecamente condannata ad espandersi per tentare di rimandare l'avvento del suo inevitabile fallimento. 

Ecco spiegato perché l'economia non ha altra scelta: deve crescere. Se non altro, ciò deve essere fatto per continuare a ripagare gli interessi!

Supponiamo ora che, per un certo lasso di tempo, non ci siano problemi ed il sistema riesca ad espandersi in modo indisturbato. 

Chiaramente, il quantitativo di denaro, e quindi il debito contratto nei confronti del sistema bancario, tenderà ad aumentare, e con esso si accresceranno anche gli interessi pagati e quelli da onorare. 

Ma così facendo, prima o poi, per un motivo o per l'altro, non si riuscirà neppure a ripagare gli interessi e l'intrinseca insostenibilità di un sistema che tenta in ogni modo di mascherare i suoi presupposti auto-contraddittori emergerà, dando luogo ad una crisi economica.

Una volta riassorbiti gli effetti negativi della crisi, si ricreeranno nuove condizioni di partenza per rimettere in moto l'economia e così avrà luogo un nuovo ciclo economico basato su indebitamento e crescita, ammesso che le condizioni al contorno lo consentano (si pensi ai limiti ecologici). 

Si comprende quindi che, con un simile meccanismo, come minimo, il sistema bancario si approprierà ogni anno di una certa quota d'interessi, quelli intrinsecamente legati alla creazione del denaro; interessi che dovranno essere pagati dai cittadini col sudore della loro fronte. 

Più l'economia si espanderà e più il sistema bancario drenerà interessi. E se qualcuno non fosse in grado di onorare i debiti contratti, le banche si approprierebbero dei suoi beni reali. 

Siccome, per quanto sostenuto in precedenza, nell'odierno sistema non ci si può liberare dal debito (a meno di rifiutarsi di pagarlo modificando la gestione del denaro), in quanto per costruzione esso è matematicamente inestinguibile, questo meccanismo diabolico è destinato a persistere nei secoli: è così che ha luogo quella che può essere definita “schiavitù del debito”.

Le persone s'illudono di essere proprietarie del denaro perché gli viene concessa la possibilità di manipolare qualche pezzo di carta e di accantonare temporaneamente qualche risparmio. 

Ma se i veri proprietari del denaro richiedessero improvvisamente agli utilizzatori di restituire ciò che in passato è stato prestato, non resterebbe alcuna traccia del denaro nella società. 

E se per giunta essi chiedessero di ripagare persino gli interessi legati all'emissione del denaro, allora l'umanità scoprirebbe che questa razza di criminali, con la truffa del debito, sarebbe riuscita ad appropriarsi della quasi totalità dei beni reali costruiti dai cittadini col proprio lavoro. 

Ma lo scopo dei banchieri non è quello di eliminare il denaro, l'obiettivo è che le persone continuino a partecipare al loro gioco, indebitandosi ed utilizzando il loro mezzo di controllo sociale.

La detenzione della proprietà del denaro, che si traduce nella possibilità di creare e prestare denaro pretendendo un interesse positivo ai non detentori della sua proprietà, che siano essi Stati, aziende e cittadini, fa sì che le banche agiscano come degli enti parassitari, che per il bene dell'umanità bisognerebbe eliminare immediatamente dalla faccia della Terra.


Debiti ed interessi

Il punto centrale da comprendere è che non c'è alcuna ragione al mondo per cui la gestione del denaro debba necessariamente realizzarsi nei termini precedentemente esposti. Cerchiamo di capire il perché.



Abbiamo detto che il denaro viene creato dal nulla e a costo zero dalle banche, che può essere creato senza alcuna limitazione e che viene prestato a Stati, imprese e cittadini, gravato dalla richiesta di un interesse positivo, in quanto, in ultima analisi, la sua proprietà è del sistema bancario.

Ma chi l'ha detto che si debba pagare un interesse sull'emissione del denaro, creando così una sovrastruttura metafisica basata sull'impossibilità di estinguere i debiti? 

Si potrebbe benissimo concepire un sistema economico in cui il denaro viene creato, emesso e prestato senza alcuna richiesta d'interesse. 

Se si adottasse un simile criterio, si eliminerebbe immediatamente l'azione parassitaria perpetrata dalle banche a danno degli altri attori sociali; che siano essi Stati, aziende o singoli cittadini, nessuno sarebbe più obbligato a restituire più di quanto ricevuto. 

Un'altra pregevole conseguenza legata all'eliminazione della pretesa di dover corrispondere un interesse maggiore di zero per poter utilizzare il denaro, è che il sistema economico, per mantenersi in essere ed evitare di fallire, non dovrebbe più espandersi in modo necessario. 

Così facendo, si potrebbero eliminare i problemi sociali, economici ed ambientali legati alla folle dinamica della continua ricerca di una crescita economica, perché verrebbero a crearsi i presupposti per la realizzazione di uno stato stazionario.

Del resto, per quale motivo si dovrebbe accettare di dover pagare interessi sull'utilizzo di un'entità metafisica immaginaria creata dal nulla a costo zero?

Quando un individuo utilizza il denaro prestato dalle banche, non si sta affatto appropriando temporaneamente di un qualcosa che apparteneva ad altri, si sta soltanto illudendo che sia così.

Ponetevi dal punto di vista di un comune cittadino: è assolutamente ridicolo che un individuo che vuole acquistare un'abitazione debba restituire indietro una cifra maggiore rispetto a quella ricevuta in prestito dalle banche, dato che quel denaro “prestato” non è il frutto delle fatiche altrui, come le persone più ingenue credono, ma è soltanto un numero memorizzato in qualche computer.

Le banche, infatti, non prestano il denaro che altre persone hanno depositato al loro interno: esse lo creano dal nulla. 

Il fatto che le banche concedano la possibilità di depositare al loro interno i risparmi dei comuni cittadini, con la scusa di “tenerli al sicuro”, facendo credere alla massa mantenuta nell'ignoranza che, così facendo, potranno prestarli ad altri soggetti, fa parte della messa in scena utilizzata per nascondere le vere dinamiche del sistema bancario, il quale non ha affatto bisogno di utilizzare i depositi esistenti per emettere prestiti, in quanto ha il potere di creare denaro dal nulla.

È quindi del tutto evidente che, pagare interessi su un mutuo, significhi ridursi in condizione di schiavitù nei confronti delle banche per assicurare un vitalizio ad una cricca composta da banchieri ed azionisti oziosi e parassitari, che non hanno neanche intenzione di sforzarsi per premere i tasti necessari per creare il denaro prestato ai loro “clienti”.

La medesima critica sussiste anche per l'attività di creazione ed emissione del denaro necessario per il funzionamento di uno Stato: per quale motivo i cittadini dovrebbero sopportare una tassazione più elevata per assicurare una rendita vitalizia e parassitaria a chicchessia, soltanto perché sono le banche a creare dal nulla e prestare agli Stati il denaro che essi stessi potrebbero creare da sé?

Se l'umanità ritiene che sia giusto che siano le banche a creare e gestire il denaro, allora è altrettanto giusto che si paghi alle banche soltanto il costo di “stampa” e di gestione del denaro, non un euro in più, non un euro in meno: tutto il resto sarebbe una truffa, un furto, un'azione criminale.

E per farlo, non ci sarebbe alcuna necessità di utilizzare le tasse, dato che il giusto compenso dovuto per sostenere i costi della gestione del denaro potrebbe essere corrisposto creandolo dal nulla.

Giungiamo così ad affrontare un altro punto fondamentale, se non il più importante, in merito al denaro: per quale assurdo motivo la proprietà del denaro dovrebbe essere delle banche, e non potrebbe essere, ad esempio, degli Stati? E perché non potrebbe essere di tutti gli esseri umani?

Perché bisognerebbe necessariamente mantenere in essere il concetto di debito in relazione al denaro? Non si potrebbe emettere moneta senza creare alcun debito? 

Che cos'è che impedisce di creare denaro in quantità ottimale per soddisfare le necessità degli esseri umani, assegnandolo a Stati, aziende e cittadini, senza che vi sia un ente o un gruppo d'individui che ne pretendano la restituzione?

Da un punto di vista teorico non c'è nulla - lo ribadisco - non c'è assolutamente nulla, che lo impedisca, perché la modalità con cui gli esseri umani creano e gestiscono il denaro dipende esclusivamente, direttamente ed inequivocabilmente, da come l'umanità decide di creare e gestire il denaro, ovvero dalle convenzioni poste a fondamento del suo funzionamento.

Per assurdo, si potrebbe concepire anche uno stravagante sistema economico in cui i soldi “spesi” non passano dal compratore al venditore, ma ad ogni acquisto ritornano da dove sono venuti: nel nulla.  

Ciò darebbe luogo ad altre dinamiche, assai differenti rispetto a quelle attuali. Ma questo non significa che un simile sistema sociale non possa esistere: nient'affatto! Potrebbe esistere benissimo, a condizione che i membri di una certa comunità accettino che le cose debbano funzionare esattamente in quel modo.

Osserviamo che le precedenti argomentazioni, mosse in favore dell'illegittimità della richiesta di un interesse, sussistono tali e quali in tutta la loro forza anche per il concetto di debito in sé: il denaro, infatti, in quanto entità metafisica immaginaria creata dal nulla, non appartiene a nessun altro che sia diverso a chi l'umanità creda che esso appartenga! 

Questo significa che se l'umanità ritiene che il denaro debba essere dell'ente X o del signor Y, allora sarà come se la proprietà del denaro fosse effettivamente  dell'ente X o del signor Y. Ciò accade perché anche l'attribuzione della proprietà del denaro è puramente convenzionale e del tutto arbitraria, in quanto mera finzione.

Pertanto, è assolutamente lecito, possibile e legittimo che la proprietà del denaro sia dello Stato o, ancor meglio, dei suoi utilizzatori, ovvero di tutti gli esseri umani. 

Ed è altrettanto possibile creare un sistema economico in cui, non solo non vengono richiesti interessi, ma non esiste neanche alcun debito, perché nessun attore sociale pretende di riavere indietro ciò che, in realtà, non è di nessuno, in quanto frutto di una creatio ex nihilo, vale a dire di una creazione dal nulla.

Dire che il denaro appartiene ai suoi creatori è come dire che le mandrie di invisibili unicorni rosa che corrono nelle invisibili praterie di un universo immaginario sono di proprietà di un fantasioso stalliere che li ha concepiti: una simile affermazione ha valore soltanto finché esistono degli individui così ingenui da credere che sia proprio così che debbano essere le cose.

Finzione per finzione, non c'è nulla che vieti di pensare che la mandria degli unicorni invisibili appartenga allo Stato, a tutta l'umanità, o a nessuno, e che ciascun individuo possa disporre di un congruo numero di unicorni, ignorando completamente le folli pretese dello stalliere che ne rivendica la proprietà, così da noleggiarli agli altri e ricavarne un profitto con l'inganno.  

Se la proprietà del denaro fosse dello Stato, e quindi fosse quest'ultimo a poterlo creare ed emettere, di colpo, si sarebbe risolto l'annoso “problema” del debito pubblico, scoprendo che, in realtà, si trattava di un “falso” problema trasformato in un “vero” problema a causa di scelte arbitrarie in relazione alla proprietà del denaro.

Infatti, uno Stato a moneta sovrana può autofinanziarsi a costo zero, senza dover subire i ricatti del mercato, perché, in linea di principio, può sempre onorare il suo debito. E volendo, potrebbe anche autofinanziarsi senza creare alcun debito. 

Senza sovranità monetaria uno Stato non ha alternative all'indebitarsi o al tassare i propri cittadini; con la sovranità monetaria, può decidere in ogni momento di creare dal nulla nuovo denaro. 

La differenza è sostanziale: per quale motivo i cittadini dovrebbero preferire uno Stato privo della sovranità monetaria che è obbligato a tassare, non per creare infrastrutture e servizi, ma per pagare interessi sul debito a soggetti privati, dovendo per giunta prestare attenzione alla volontà del mercato, perché altrimenti i tassi d'interesse salirebbero e si rischierebbe di non trovare più nessuno che sia disposto a finanziarlo, ad uno Stato con la sovranità monetaria, che potrebbe scegliere di non riscuotere quei tributi (perché non ne avrebbe bisogno per pagare gli interessi) o di destinarli interamente a finalità di pubblica utilità, potendo peraltro finanziarsi come meglio crede, senza dover sottostare ai ricatti del mercato e, addirittura, senza creare alcun debito?

Non c'è bisogno neanche di riflettere per comprendere che uno Stato privato della sovranità monetaria, di fatto, non sia neanche uno Stato, e che il Governo, dovendo rispettare le pretese dei suoi creditori, non sia affatto libero di agire come meglio crede, nel rispetto della volontà popolare che lo ha legittimato. 

Si può sostenere, a ragione, che privare lo Stato del potere di creazione del denaro rappresenti la via maestra per imporre al popolo una forma di dittatura, in quanto l'assenza di sovranità monetaria è incompatibile con la democrazia. 

Si capisce quindi che una situazione in cui uno Stato sia in possesso del potere di creazione del denaro è certamente preferibile a quella in cui le leve monetarie siano in mano a delle banche private. 

Ma a ben pensare la sola riconquista della sovranità monetaria, di per sé, pur rappresentando un passo di fondamentale importanza in questo periodo storico per ricominciare ad intraprendere il cammino di liberazione dell'umanità, non sarebbe affatto sufficiente per risolvere le criticità dell'odierna società, né eliminerebbe i numerosi problemi legati al denaro.

Ad esempio, le banche continuerebbero comunque a creare denaro dal nulla e a lucrare interessi in modo parassitario concedendo prestiti a famiglie e aziende.

Ciò significa che la riconquista della sovranità monetaria consentirebbe di risolvere il problema del debito pubblico, ma non quello del debito privato. 

In tutta franchezza, non si capisce per quale motivo, se si ha veramente a cuore la libertà dell'umanità, non si debba procedere oltre, facendo in modo che nessun individuo debba più essere schiavo dei debiti e/o delle banche.

Per eliminare questo genere di criticità bisognerebbe avere il coraggio di rimettere in discussione il concetto di debito, in tutte le sue forme, che sia esso pubblico o privato, fino ad arrivare ad attribuire la proprietà del denaro direttamente ai cittadini, in modo tale che nessuno abbia più bisogno di chiedere in prestito ciò che già gli appartiene.

Non c'è alcun valido motivo che giustifichi la restituzione di denaro dato in prestito dalle banche ai cittadini, perché esse, in realtà, non stanno concedendo nulla di reale in prestito, ed ancor meno stanno prestando qualcosa che sia di loro proprietà: esse, infatti, stanno soltanto fingendo che le cose stiano così.

È soltanto grazie ad un potente processo di condizionamento mentale che la maggior parte degli individui è così addormentata da prendere parte attivamente a questo gioco perverso rispettandone le regole, invece di rifiutarsi di giocare pretendendo che le dinamiche siano modificate in modo sostanziale.

Per quale motivo un individuo che ha bisogno di comprare un'abitazione e che, a tal fine, chiede una somma di denaro ad una banca, dovrebbe rendergliela indietro, dato che quella somma di denaro è soltanto una finzione metafisica che non esiste nella realtà ma che i banchieri hanno creato dal nulla senza alcuno sforzo e senza alcun costo?

Capite di che razza di inganno stiamo parlando?

C'è un ente che vi presta il nulla, facendovi credere che sia reale, e pretende che voi in cambio lavoriate sodo per potergli restituire quel nulla gravato da interessi, i quali saranno creati dal nulla ed emessi a debito da un'altra banca, dando luogo ad una processo infinito! 

E quale sarebbe il servizio erogato all'umanità da questa banda di criminali? Quello di renderla schiava dei loro diabolici inganni mentali? 

Si potrebbe benissimo concepire una società in cui tutti gli esseri umani sprovvisti di un'abitazione che siano desiderosi di possederla, abbiano diritto a ricevere una certa somma di denaro, senza alcun obbligo di doverla restituire, a patto che essa sia impiegata per acquistare, ristrutturare e/o costruire quella che diverrà la propria abitazione.

La stessa cosa potrebbe avvenire per finanziare una qualsiasi opera, servizio, infrastruttura o attività, che sia essa pubblica o privata, a patto che risulti effettivamente finalizzata a soddisfare le vere esigenze dei membri della società.

Un individuo ha un'idea che si rivela in grado di migliorare le sorti dell'umanità? È giusto che venga finanziata senza debito. 

Gli esseri umani hanno bisogno di un'azienda per produrre cose di cui hanno bisogno senza che nessuno la sfrutti per arricchirsi? È altrettanto giusto che venga finanziata senza debito... e così via.

Ma per far sì che si possa arrivare ad avere un sistema economico in cui il denaro non sia associato ad alcun debito, è di fondamentale importanza che la proprietà del denaro sia dell'intera umanità: se così non fosse, i proprietari del denaro conserverebbero uno smisurato potere e potrebbero ricominciare ad esercitarlo in ogni momento.  

Prima di trarre alcune conclusioni di carattere generale in merito a questi argomenti, vorrei analizzare brevemente il caso particolare in cui tutta la gestione del denaro restasse esattamente così com'è oggi, debiti ed interessi inclusi, con l'unica variante sostanziale che la proprietà del denaro non fosse più dei banchieri, ma del popolo. 

Così facendo, gli interessi pagati sull'emissione del denaro, e su tutti i debiti, sia pubblici che privati, invece di assicurare una rendita parassitaria alle banche e ai loro azionisti, potrebbero essere utilizzati per finalità sociali come, ad esempio, per finanziare un reddito di esistenza universale ed incondizionato! 

Infatti, in tal caso, se da un lato sarebbe vero che l'umanità continuerebbe ad indebitarsi e a pagare interessi legati alla creazione e all'emissione del denaro, così come avveniva in precedenza, dall'altro lato sarebbe altrettanto vero che quegli interessi, invece di generare un profitto parassitario per il sistema bancario, spetterebbero pro-quota all'intera umanità, essendo essa stessa la proprietaria del denaro.

Di colpo, gli interessi pagati dai comuni cittadini che hanno contratto un mutuo con le banche, non rappresenterebbero più un profitto per i banchieri, ma un profitto per l'umanità. La stessa cosa accadrebbe con gli interessi sul debito pubblico... e così via.

Ecco quindi che inserendo la totalità dei pagamenti legati alla creazione e all'emissione del denaro in un fondo comune, si avrebbe a disposizione il denaro per finanziare l'erogazione del reddito di esistenza universale e per pagare alle banche esclusivamente i costi legati al sistema di gestione del denaro (stipendi dei dipendenti, energia elettrica, infrastrutture, attrezzature, etc etc), senza che esse possano più realizzare alcun profitto!

Quanto è stato appena esposto rappresenta una semplice strategia da impiegare per trasformare quello che in gergo viene chiamato “reddito da signoraggio” in un “reddito d'esistenza”, impiegando  per una finalità “positiva” in ambito sociale esattamente quel meccanismo che ha assicurato potere e ricchezza ad un'élite di criminali che ancora oggi esercita il suo dominio sul mondo intero! 

Volendo trarre alcune conclusioni, alla luce di quanto fin qui asserito, si può dire che se la proprietà del denaro fosse di tutti gli esseri umani, ed esso fosse creato ed emesso senza debito, e quindi senza alcuna richiesta d'interessi, in quantità commisurata ai reali bisogni di tutti gli esseri viventi, in un sol colpo, si sarebbe eliminata dal mondo ogni forma di schiavitù del debito e con essa si sarebbero annullati anche lo strapotere delle banche e la loro detestabile attività parassitaria. 

Inoltre si sarebbe liberato il sistema economico dalla falsa e deleteria necessità di “crescere per non fallire” e non si avrebbe più alcun limite alla disponibilità di denaro necessario per realizzare e/o fornire beni, opere, servizi e infrastrutture utili a soddisfare i bisogni dell'intera umanità.  


I pericoli legati al denaro digitale

Prima di passare ad un nuovo argomento, consentitemi una breve digressione. Per tentare di risolvere le problematiche fin qui esposte, di recente, alcuni pensatori hanno cominciato a proporre l'adozione di un innovativo sistema di creazione e gestione del denaro completamente automatizzato e digitalizzato.

In estrema sintesi, si tratterebbe di eliminare le banconote e le monete metalliche dalla società, per cominciare ad utilizzare soltanto denaro virtuale creato, emesso e contabilizzato, da un'apposita rete di calcolatori sulla base di un qualche algoritmo.

È mio preciso dovere morale allertare l'umanità denunciando che, se un simile piano vedrà la luce, i problemi relativi al denaro si amplificherebbero, invece di ridursi.

L'eliminazione del contante dalla società, in favore dell'adozione di una moneta virtuale digitale, è uno dei punti principali per ottenere il pieno controllo degli individui all'interno di una tecno-dittatura.

Immaginate che ogni cittadino possieda una sorta di carta di credito personale all'interno della quale venga contabilizzato il denaro in suo possesso (visti i tempi che corrono non è esagerato supporre che questa “carta” in futuro possa assumere le sembianze di un chip sottocutaneo). 

Siccome non esisterebbe più denaro fisico, ma soltanto denaro virtuale, tutte le transazioni si svolgerebbero all'interno del sistema bancario e pertanto sarebbero tracciate. 

La propaganda sostiene che questo sia un bene, perché ogni sorta di attività illecita diverrebbe impossibile: evasione, lavoro nero, frodi, riciclaggio e criminalità, svanirebbero in un sol istante.

Questo argomento viene sfruttato per evidenziare gli aspetti positivi, nascondendo quelli negativi: in un mondo in cui tutto è tracciato, non esisterebbe più alcuna privacy. 

Alcuni aggiungono, con fare retorico, che in fondo la privacy non è poi così importante, perché essi non hanno nulla da nascondere, senza nemmeno soffermarsi a riflettere sulla colossale imbecillità del legittimare l'eliminazione di un diritto soltanto perché qualcuno sostiene di non volerlo esercitare.

Che qualcuno non abbia nulla da dire e da scrivere, non è un buon argomento per giustificare l'eliminazione della libertà di pensiero e di stampa.

Inoltre, sarei proprio curioso di vedere se, all'atto pratico, simili individui sarebbero davvero così felici, sereni e contenti qualora tutte le loro scelte di consumo diventassero effettivamente di pubblico dominio. 

Vorrei far notare al lettore che, in una società senza privacy, ogni singola informazione potrebbe essere strumentalizzata e non vi sarebbe alcuna garanzia che ciò avverrebbe sempre a fin di bene.

Che un simile strumento, una volta messo in piedi, non venga utilizzato come ennesimo mezzo per intensificare il controllo sociale, è uno scenario del tutto inverosimile.

Il fatto di non poter disporre di denaro fisico attribuirebbe uno smisurato potere all'ente responsabile della gestione del denaro virtuale, il quale  in ogni momento potrebbe decidere, a suo arbitrio ed in modo irrevocabile, di bloccare la carta o di prelevare una somma di denaro dal conto personale di qualsiasi individuo, indebitandolo contro la sua volontà e riducendolo nella miseria più assoluta. 

Ad esempio, un padre di famiglia messo davanti alla scelta di pagare le tasse o sfamare i suoi figli, sarebbe certamente condannato alla fame dagli esattori dello Stato.

Chiunque osasse criticare il sistema vivrebbe sotto perenne ricatto, dato che in qualsiasi momento potrebbe essere multato in tempo reale, o peggio, esser condannato a non aver più alcun soldo con cui vivere. 

Per le stesse ragioni, ogni tipo di dissenso sarebbe sedato, perché chiunque provasse a protestare o a ribellarsi, correrebbe il rischio di vedersi bloccata la carta personale contenente il suo denaro.

Così facendo, il sistema potrebbe agire in modo puntuale correggendo ogni genere di devianza rispetto alla “normalità” stabilita dal sistema stesso.

Adottando soltanto una moneta virtuale, gli esseri umani non avrebbero alternativa al piegarsi alla volontà del sistema o al ritirarsi in mezzo ai boschi, tentando di sopravvivere di auto-produzione e auto-consumo.

Si consideri, inoltre, che siccome ogni transizione avrebbe luogo all'interno del sistema bancario, l'umanità non avrebbe alcuna garanzia in relazione alla gratuità di questo servizio; in qualsiasi momento, infatti, i gestori del sistema virtuale potrebbero pretendere un “piccolo” compenso in cambio della possibilità di effettuare una transazione, introducendo così una nuova forma di signoraggio bancario a cui sarebbe impossibile sottrarsi.

Quando una banconota da 100 euro in formato cartaceo viene utilizzata per acquistare un bene, passando di mano in mano, essa conserva tutto il suo valore; ma se il medesimo acquisto avviene con moneta virtuale, con un costo per ogni transizione dell'1%, ad ogni passaggio il sistema si approprierebbe di una parte del valore della transazione, creando una sorta di ulteriore tassa, con la quale drenare ricchezza.

Un simile costo verrebbe chiaramente imposto ma sarebbe giustificato con scuse risibili, come il sostentamento delle spese di gestione del sistema che consente di effettuare le transazioni, o altre balle del genere (come puoi aver bisogno di sottrarre denaro agli altri per coprire i costi se puoi creare denaro dal nulla?). 

Si consideri che in un simile scenario avrebbero luogo milioni di transizioni al secondo. Pertanto, se il costo su ogni transizione fosse anche solo dello 0,1%, così che l'umanità lo accettasse senza troppe proteste, si riuscirebbero comunque a drenare enormi quantitativi di denaro, dando luogo ad un'ulteriore attività parassitaria.

Il fatto che tramite un sistema di creazione, emissione e gestione del denaro completamente digitalizzato e virtualizzato, in cui le operazioni sono completamente tracciabili, non si possano commettere atti illeciti è un'affermazione completamente ridicola.

Siccome il sistema sarebbe gestito da un algoritmo, e dietro alla programmazione di un algoritmo c'è sempre la mente di un gruppo di esseri umani, in definitiva, non c'è nulla che ci assicuri che tra le righe di codice non si nasconda qualche via di fuga, introdotta volutamente o incidentalmente, grazie alla quale, non solo si possano commettere attività criminali, ma si possano addirittura compierle facendo in modo che sia ancor più difficile rispetto ad oggi dimostrare che l'illecito sia stato commesso!

Così facendo, i poveri sarebbero “condannati” alla legalità, mentre i ricchi, e in generale chiunque abbia modo di avvalersi delle scappatoie dalla presupposta rigidità del sistema informatico, potrebbe continuare a fare ciò che vuole, aggirando il sistema, esattamente come accade attualmente, o forse ancor meglio.

Anche senza aggiungere ulteriori elementi di riflessione, è già del tutto evidente come il passaggio dall'attuale sistema monetario ad un suo sostituto interamente virtualizzato privo di denaro fisico, rappresenti il più grande successo che quella élite che domina il mondo possa ottenere in questa fase storica per accrescere ancor più il suo potere sul resto dell'umanità.

Già oggi, nonostante la gestione del denaro poggi su dinamiche banali, la maggior parte degli esseri umani non ha la più pallida idea di come un gruppo elitario di criminali domini le loro esistenze truffandoli e rendendoli schiavi, figuriamoci che cosa potrebbe accadere se la gestione del denaro venisse affidata ad un oscuro e complesso algoritmo, programmato da chissà chi, con chissà quali fini.

La cosa grave non è che i banchieri promuovano l'eliminazione del contante enfatizzando i presunti benefici di un denaro reso completamente digitale: essi infatti vogliono rendere ancor più efficace il loro strumento di controllo sociale.

La cosa grave è che taluni sedicenti rivoluzionari facciano altrettanto, partecipando al piano dell'élite, più o meno consapevolmente, e non si rendano nemmeno conto delle eclatanti criticità dovute al sistema di gestione del denaro che vanno promuovendo, agendo, di fatto, nell'interesse del Potere!

Il denaro non va virtualizzato, va eliminato dalla società: è questa la tesi che sosterrò nella prossima sezione.

Eliminare il denaro

Pensate che mondo sarebbe quello in cui, per costruzione:
1) non potrebbe esistere alcun debito;
2) l'umanità non dovrebbe lavorare per garantire una corposa rendita vitalizia ad un'élite di parassiti sociali;
3) nessuno dovrebbe subire la volontà di un gruppo di criminali che, senza il controllo del denaro, non potrebbe più esercitare il suo dominio sul mondo intero;
4) il sistema economico non fosse costretto a correre sempre più veloce per ripagare gli interessi di un debito eterno matematicamente inestinguibile;
5) non ci fosse alcuna scarsità artificiale di denaro, e quindi si avrebbero sempre a disposizione le risorse monetarie per soddisfare le vere esigenze dell'umanità;
6) tutti gli esseri umani avessero un reddito universale incondizionato.

Così facendo, non si porrebbe fine soltanto alla miseria, ma si potrebbe assicurare a ciascun membro della società un livello di vita decoroso, automatizzando il lavoro senza che si verifichi alcun problema sociale... e pensare che per far sì che tutto ciò si realizzi basterebbe attribuire la proprietà del denaro all'umanità, eliminando il concetto di debito...

Mi spiace interrompere questa visione (apparentemente) idilliaca, ma devo riportare il lettore con i piedi per terra, avvisandolo che anche se si verificasse tutta questa successione di desiderabili circostanze, purtroppo, si sarebbero risolti soltanto una minima parte dei problemi che affliggono l'umanità.

Mantenendo l'uso del denaro, infatti, non si riuscirebbero ad eliminare tutta una lunga serie di dinamiche negative che esso amplifica e/o rende possibili. 

Per ottenere un ulteriore miglioramento del generale livello di benessere sociale bisognerebbe andare oltre, avendo il coraggio di eliminare completamente il denaro dalla società, concependo un'economia che funzioni senza di esso. Cerchiamo di capire il perché.

In estrema sintesi, si può affermare che il denaro sia uno strumento metafisico troppo pericoloso per essere utilizzato da un'umanità con un livello di coscienza così basso come quello attuale. La deriva verso il male conseguente al suo impiego è oltremodo evidente ed è comprovata da millenni di Storia.

Il suo utilizzo contribuisce a far emergere il peggior lato dell'umanità. Esso consente di acquisire un potere che si accresce sempre più all'aumentare della quantità di denaro che si riesce a possedere. 

Il problema è che, di norma, l'assenza di virtù etico-morali è condizione necessaria per accumulare grandi quantitativi di denaro. 

Infatti, per riuscire in una simile impresa, si deve essere disposti a sfruttare, sottomettere, rubare, ingannare, violare, frodare, dominare... e per farlo è altresì necessario essere avidi, egoisti e privi d'empatia. 

Del resto, che i ricchi siano avidi, egoisti e privi d'empatia è un fatto banale: se così non fosse, essi tratterrebbero per sé soltanto il necessario per condurre un'esistenza serena e donerebbero ai bisognosi tutta la restante parte delle loro ricchezze. Una cosa che, guarda caso, non avviene (quasi) mai.

E così accade che, grazie ai meccanismi legati al denaro, la peggior feccia dell'umanità risalga la scala sociale, acquisendo un potere che, con l'accrescersi della loro ricchezza, diviene via via sempre più smisurato.

Chi possiede enormi quantità di denaro può comprare tutto e tutti; chi detiene la proprietà del denaro, al pari di un dio onnipotente, può decidere a suo arbitrio se far prosperare l'umanità o mettere in ginocchio il mondo intero.

Quando s'introduce il denaro all'interno della società, gli esseri umani escono di senno ed iniziano a comportarsi come se fossero vittime d'un potente sortilegio che gli impedisce di distinguere la finzione dalla realtà, l'utile dall'inutile, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, il bene dal male: il denaro non vale nulla, ma per essi diviene la cosa più importante. E pur di entrarne in possesso diventano disposti a compiere le azioni più folli, deleterie ed irrazionali.

L'utilizzo del denaro porta con sé una convenzione sociale, tanto semplice quanto brutale: soltanto chi possiede la giusta somma di denaro può avere accesso a beni e servizi. 

Siccome il denaro è ritenuto prezioso, perché nella giusta quantità può acquistare ogni cosa, gli esseri umani diventano avidi nei suoi confronti e ben presto si convincono che non sia giusto cederlo in cambio di nulla. 

Così si ha il seguente corollario: per entrare in possesso del denaro bisogna guadagnarselo, lavorando duramente. Ovviamente ciò vale soltanto per i poveri, giacché i ricchi non hanno alcun obbligo di lavorare, disponendo comunque di grandi ricchezze.

Com'è noto, infatti, non ci si arricchisce vendendo la propria forza lavoro in cambio di un salario, ma sfruttando in modo parassitario la forza lavoro degli altri, sottomettendo i propri simili con il ricatto, l'inganno o la forza fisica.

Siccome, in generale, a maggior disponibilità di denaro corrisponde l'accesso ad una maggior qualità, oltre che ad una maggior quantità, rispetto a ciò che ci si può permettere di comprare, va da sé che gli individui incominceranno a credere che più denaro si ha e meglio è.

Se a queste premesse si aggiunge il verificarsi di una situazione di “scarsità” del denaro, ecco che si saranno create le condizioni per un completo disastro sociale: invece di cooperare e aiutarsi per raggiungere il benessere sociale, gli esseri umani inizieranno a competere e a ostacolarsi per accaparrare denaro. 

Chi si arricchirà lo farà a scapito degli altri ed in molti, pur di arricchirsi, danneggeranno la natura e arrecheranno dolore a tutti gli esseri viventi, qualora gli tornasse utile; complessivamente, il sistema non evolverà verso una società in grado di assicurare le migliori condizioni di vita a tutti i suoi membri.

Al contrario, il lusso dei pochi si tradurrà nella miseria dei molti. I più bisognosi verranno ridotti in schiavitù e dovranno lavorare in cambio di un'elemosina, in molti saranno costretti a prostituirsi per guadagnar uno stipendio e molti altri ancora attueranno atti ed attività criminali. Così come gli umani, anche gli animali verranno sottomessi ed uccisi, la natura sarà distrutta e sfruttata: tutto per il vil denaro. 

Se è stupido ritenere che il denaro abbia valore, è ancor più stupido ritenere che esso sia scarso, ed in virtù di questa presunta scarsità, inscenare una lotta fratricida, che si potrebbe facilmente evitare redistribuendo tutta la ricchezza accumulata avidamente dalla élite e, qualora questa misura non fosse sufficiente, creando dal nulla tutto il denaro di cui si avrebbe bisogno per evitare che esso sia “scarso”. 

E non mi si venga a dire che così facendo si creerebbe una mostruosa inflazione: nessuno sta sostenendo di stampare banconote a casaccio da spargere con degli aerei, si sta sostenendo che sarebbe doveroso creare tutto il denaro necessario per fare in modo che l'umanità possa permettersi di produrre, offrire ed acquistare un insieme di beni e servizi ritenuti essenziali.

Con le dovute accortezze, ciò non creerebbe alcuna inflazione, perché a nuovo denaro verrebbero a corrispondere beni e servizi reali.  

La soluzione è talmente banale, quanto complessa è la sua attuazione: le élites, infatti, si opporrebbero con forza all'adozione di simili misure, e utilizzerebbero ogni mezzo a loro disposizione per fare in modo che tutto ciò non avvenga, perché altrimenti perderebbero i loro privilegi ed il loro potere.

Per far sì che le élites restino tali, l'ordine costituito deve restare esattamente così com'è: senza poveri, non ci sarebbero schiavi da sfruttare; senza divario sociale, non ci sarebbe l'invidia sociale, che invece è fondamentale per alimentare i falsi bisogni di una società consumistica... e così via. 

Col passare degli anni potrà mutare la forma ma non l'essenza: non a caso anche l'odierna realtà sociale è scientemente strutturata per esercitare un potente dominio sulle masse, le quali, fin dalla tenera età, vengono programmate a dovere per servire il sistema, per poi essere mantenute per tutto il corso della loro esistenza in uno stato di incoscienza e d'inferiorità, occultando le informazioni importanti, incentivando i comportamenti omologanti e punendo quelli devianti... e così via. 

Ora, però, vorrei far notare al lettore che il malefico incantesimo legato al denaro, non svanirebbe del tutto, neanche se quest'ultimo abbondasse nella società e fosse equamente distribuito.

Infatti, siccome a maggior denaro corrisponderebbe comunque maggior potere e una più ampia libertà, intesa in senso lato, che si tradurrebbe, non solo nel poter acquistare un maggior numero di cose con una più elevata qualità potendo sottomettere gli altri al proprio volere pagando il “giusto” prezzo, ma anche nella libertà dall'odioso obbligo del dover lavorare duramente, ecco che in molti tenterebbero comunque di escogitare ogni sorta di strategia per sottrarre ai propri simili quanto più denaro possibile.

Ben presto, in un modo o nell'altro, inganni, ruberie, sfruttamento e divario sociale tornerebbero a caratterizzare la società. E con essi, la peggior feccia dell'umanità riemergerebbe dall'oblio, risalendo la scala sociale basata sui falsi valori indotti dall'incantesimo del denaro. 

In breve tempo, se non si attuassero serie contromisure, un'élite di criminali parassitari riconquisterebbe nuovamente potere e ricchezza, sottomettendo il resto dell'umanità.

Si comprende quindi che fin tanto che si utilizzerà il denaro, e con esso si potrà acquisire di tutto, non solo agi, beni, prestigio, notorietà e potere ma persino la libertà, ci saranno persone disposte a fare ogni cosa pur di entrarne in possesso e accumularne sempre di più. 

Anche l'ingiustizia sarà sempre dietro l'angolo, perché chi, per qual si voglia motivo, non avesse denaro a sufficienza, non avrebbe modo di vivere dignitosamente e sarebbe maggiormente ricattabile, sfruttabile e dominabile.

Non è un caso che, nell'odierna società, la maggior parte dei crimini, dei soprusi e delle violenze siano in qualche modo riconducibili al denaro, alla sua mancanza e alla volontà di ottenerne di più di quanto non se ne possieda già, sia che se ne abbia a sufficienza, sia che non se ne abbia effettivamente abbastanza.

L'evidenza empirica dimostra che per il denaro le persone sono disposte a compiere le cose più stupide, folli, dannose e riprovevoli. E questo vale per tutti: per i poveri, mossi dalla necessità; per i benestanti, mossi dall'invidia e dall'insoddisfazione; e per i ricchi, mossi dalla bramosia nei confronti del potere.

È sempre bene ricordare che i più grandi criminali dell'umanità non sono i poveri che rubano per necessità, ma i ricchi che accumulano per avidità. 

Del resto, oggigiorno, se non esistessero i ricchi, nessuno sarebbe povero. E così anche i crimini legati alla povertà sparirebbero dalla società. Si può quindi sostenere che non solo la smisurata ricchezza dei pochi sia la causa della povertà, ma che sia anche la causa della criminalità compiuta per necessità. 

Ma anche volendo eliminare la smisurata ricchezza dei pochi, così da ridurre il divario sociale, rimarrebbero comunque in essere tutte quelle attività svincolate dalla necessità che verrebbero messe in atto per guadagnar più denaro rispetto a quanto non se ne riesca ad ottenere agendo nella legalità e nel rispetto dei più elevati ideali etico-morali.

Inoltre, vale la pena di ricordare che il denaro consente di mettere in atto un'economia virtuale il cui scopo è quello di guadagnar denaro tramite il denaro (si pensi all'economia finanziaria).

Ciò dà luogo al formarsi di una classe di parassiti sociali che si arricchiscono e godono del frutto del lavoro altrui, senza apportare alcun contributo realmente significativo alla società. 

In un'economia sana ci dovrebbe essere soltanto un'economia reale finalizzata alla realizzazione ed alla fornitura di beni e servizi, e non dovrebbe esistere alcuna economia virtuale il cui scopo è di guadagnar denaro dal denaro.

L'umanità ha bisogno di produrre e fornire beni e servizi cooperando al fine di soddisfare le vere esigenze di tutti gli esseri viventi. Essa può fare benissimo a meno di inutili parassiti che “lavorando” in un'economia immaginifica si arricchiscono a dismisura truffando i propri simili con degli artifici metafisici, entrando così in possesso del denaro necessario per godere dei beni e dei servizi prodotti dal vero lavoro effettuato da altri.

Il denaro non è soltanto un mezzo che corrompe l'essere umano e rende possibile la scalata sociale agli individui peggiori, selezionando i “migliori” sulla base delle più ignobili caratteristiche umane, è anche uno dei più formidabili strumenti per il controllo sociale, utilizzato ormai da tempo immemore dai gruppi elitari di potere per ridurre in schiavitù l'intera umanità: si pensi soltanto al meccanismo del debito già illustrato in precedenza, o al fatto che i detentori della proprietà del denaro possono decidere in ogni istante di far fallire un'intera nazione, semplicemente smettendo di finanziarla. 

È quindi evidente che voler fondare un'economia sull'utilizzo del denaro significhi condannarsi a dover escogitare ed attuare contromisure per tutte le distorsioni da esso indotte, prodotte e accentuate. 

Ad esempio, si dovrà: scontrarsi con il potere esercitato dai ricchi; redistribuire la ricchezza che alcuni tenteranno in ogni modo di accumulare avidamente, fino a sottrarre il necessario agli altri facendoli precipitare nella miseria; combattere lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, a cui alcuni cercheranno di ricorrere per ricavare il maggior profitto possibile; risolvere il problema della distruzione e dell'inquinamento dell'ambiente causati da tutti quegli attori sociali che vorranno implementare attività economiche profittevoli ma ecologicamente dannose e insostenibili; combattere la criminalità causata dalla volontà di ottenere maggior denaro... e così via.

In tutta sincerità, non vedo per quale motivo si debba continuare ad utilizzare un artificio metafisico che, invece di contribuire a migliorare le condizioni di vita dell'umanità, complica le dinamiche sociali, introducendo dei problemi che in sua assenza neanche si verificherebbero. 

Utilizzare al meglio il denaro significa compiere un piccolo passo in direzione del benessere collettivo; sbarazzarsene significherebbe muovere dei passi da gigante verso la realizzazione della giustizia sociale ed il conseguimento della libertà. 

La società ci induce a pensare che l'utilizzo del denaro e di sofisticati strumenti finanziari sia un segno di progresso e di sviluppo. Io sostento che sia esattamente il contrario, ovvero che l'utilizzo del denaro sia una conclamata prova dell'arretratezza sociale di un popolo.

Mai s'è visto in tutta la storia dell'umanità che nei periodi d'abbondanza un gruppo di cacciatori-raccoglitori negasse il cibo ad un altro essere umano. Una simile barbarie è divenuta all'ordine del giorno nella "civilissima" e "avanzata" società capitalistica, dove milioni di persone non soffrono la fame nei periodi di scarsità, ma in quelli d'abbondanza!

Con il capitalismo gli esseri umani hanno cominciato a pagare per avere accesso a quelle cose che la natura da sempre ha messo a disposizione di tutti gli esseri viventi gratuitamente.

Il cibo dev'essere comprato, nelle città sono comparse delle fontane pubbliche che distribuiscono acqua a pagamento, mentre nelle stazioni ferroviarie l'accesso ai bagni richiede l'acquisto d'un biglietto. E chissà quanto mancherà al giorno in cui si dovrà pagare una tassa perfino per respirare.

Nessun animale in natura utilizza il denaro; gli esseri umani sono l'unica specie così stupida da aver concepito un'organizzazione sociale che li auto-condanna a dover pagare per poter vivere.
Eliminando il denaro si risolverebbero, in un sol colpo, una lunghissima serie di problematiche: tanto per cominciare, tutta una nutrita schiera di inutili e dannosi sfruttatori parassitari svanirebbe dalla società, perché non disporrebbe più dello strumento con il quale riusciva a sfruttare gli altri, arricchendosi ed acquisendo potere grazie a delle finzioni metafisiche.

Tutti quegli individui il cui potere deriva dalle loro disponibilità monetarie diverrebbero, di colpo, gli esseri più insignificanti della Terra. Tutti coloro che si arricchiscono generando denaro dal denaro non potrebbero più farlo. 

La peggiore feccia dell'umanità non avrebbe a disposizione il mezzo che gli consentiva di effettuare un scalata sociale basata sull'esaltazione di valori ed atteggiamenti dannosi e spregevoli, dando luogo ad un'ascensore sociale che premia i peggiori elementi presenti nella società.

L'economia virtuale si dissolverebbe nel nulla. Finanzieri, banchieri, assicuratori, azionisti, truffatori e sfruttatori d'ogni sorta che operano con il denaro, non potrebbero più attuare le loro ruberie, non avrebbero più alcun privilegio e non riuscirebbero ad esercitare il loro potere sul resto dell'umanità. 

Essi dovrebbero ricominciare a partecipare all'economia reale, alleggerendo il carico di lavoro agli altri, così com'è giusto e doveroso che sia, lavorando al pari di quegli individui che prima ritenevano “inferiori”. Così facendo, il loro ego smisurato si sgonfierebbe, e tutta la società trarrebbe gran giovamento dal ripristino di un po' di sana umiltà.

Si pensi ora all'annoso problema dell'inflazione, che i più eminenti economisti a mala pena sanno spiegare che cosa sia, quando, come e perché si verifichi, ed ancor meno hanno dimostrato di essere in grado di governare, senza causare eclatanti disastri sociali. In un'economia senza denaro la questione dell'inflazione svanirebbe per sempre. Così come svanirebbero speculazione e crisi finanziare.

Senza moneta data in prestito con la pretesa d'un interesse, l'umanità sarebbe libera dalla schiavitù del debito, sia pubblico che privato, e dalla truffa del signoraggio bancario. Inoltre, il sistema economico non dovrebbe più crescere necessariamente per evitare di fallire e pertanto si potrebbe raggiungere uno stato stazionario, conseguendo una condizione di equilibrio dinamico ecologicamente compatibile con il pianeta Terra.

Per tutte queste motivazioni, io ritengo che si debba eliminare il denaro dalla società, in ogni sua forma, concependo e mettendo in atto un sistema socio-economico che funzioni senza di esso.
A cosa serve il denaro?

Che cosa si perderebbe eliminando il denaro dalla società? Per rispondere basta guardare alle sue funzioni.

Da un certo punto di vista, il denaro è uno strumento quantitativo che i membri di una  comunità accettano convenzionalmente di poter scambiare con qualsiasi altro bene/servizio, a patto che la quantità corrisposta sia reputata sufficientemente elevata per ripagare il valore di ciò che viene acquistato.

Grazie a questo meccanismo è possibile utilizzare il denaro per assegnare un prezzo alle cose: se le persone sono disposte a pagare la pasta 1 euro al kg, ecco che la pasta assume quel valore.

Assegnando valori alle cose, è possibile utilizzare il concetto di denaro per effettuare calcoli in modo astratto e maggiormente semplificato, rispetto alla situazione in cui si deve tener conto delle cose e delle relazioni che intercorrono tra esse. 

Inoltre, siccome il denaro è un'entità metafisica immaginaria che non è soggetta a deperimento e, nella sua forma digitale, all'aumentare della quantità non ha neppure bisogno di un maggiore spazio per essere ammassata, ben si presta ad essere accumulato in modo virtualmente illimitato.

Sotto certe condizioni economiche, il denaro mantiene il suo valore nel tempo. Pertanto, esso può essere anche impiegato, con ragionevole sicurezza, per effettuare pagamenti in futuro.

Il denaro quindi è uno strumento che può essere utilizzato: 
1) per assegnare e misurare il valore delle cose stabilendo e fissando un prezzo; 
2) per svolgere il ruolo di unità di conto al fine di effettuare calcoli in modo astratto; 
3) come mezzo di scambio “universale” (limitatamente alla comunità che lo accetta come tale) da impiegare per effettuare acquisti immediati o dilazionati nel tempo; 
4) per accantonare valore in modo sufficientemente sicuro e, in via teorica, senza alcuna limitazione.

Ora, il fatto che senza denaro non si possa misurare e assegnare un valore alle cose è chiaramente falso: si potrebbe farlo adottando altri criteri, in particolar modo, svincolando le menti dai condizionamenti dovuti all'odierna società.  

Senza il denaro le cose non avrebbero un valore inteso nel senso dell'economia monetaria, ma avrebbero comunque un loro valore, che volendo potrebbe essere misurato, anche senza ricorrere ai meccanismi del mercato basati sull'incontro tra domanda e offerta.

Onestamente, che tutto debba avere necessariamente un prezzo e che quindi, con la giusta quantità di denaro, tutto possa essere acquistato, non credo che, in generale, possa essere considerato un bene per la società.

Ci sono cose che nessuno dovrebbe permettersi di poter comprare, in particolar modo quando ciò che consegue da quell'acquisto danneggia degli esseri viventi o la società. Si pensi, ad esempio, al pagamento di una tangente o alla compravendita di organi al mercato nero.

Inoltre, non bisogna dimenticare che assegnare un prezzo mediante uno strumento significa indurre una scala di valori intrinsecamente condizionata dal modo in cui quel prezzo è stato stabilito: ma siamo sicuri che il meccanismo con cui l'odierna società misura il valore delle cose restituisca una misura “corretta”?

In un'economia monetaria, i prezzi rappresentano dei parametri di grande importanza, che vengono utilizzati quotidianamente per effettuale valutazioni e previsioni, influenzando fortemente le azioni degli esseri umani, non solo a livello economico. 

Si comprende quindi l'estrema importanza dell'assegnare un valore che non sia distorto, altrimenti l'errore commesso nella valutazione dei prezzi si ripercuoterebbe in modo negativo sulle dinamiche della società, perché gli attori sociali commetterebbero a loro volta dei grossolani errori di valutazione, assumendo come validi degli assunti fondamentalmente errati.

Non servono più di 5 minuti per rendersi conto che purtroppo è proprio così che vanno le cose: il sistema attualmente adottato non è neanche lontanamente in grado di effettuale valutazioni corrette in relazione all'effettivo valore delle cose.

Nell'odierna società, infatti, è il mercato che stabilisce i prezzi, ma i prezzi da esso fissati veicolano un'idea fortemente distorta del valore delle cose perché non tengono in considerazioni dei fattori essenziali, come ad esempio l'inefficienza, l'impatto ambientale e, in generale, tutta una serie di aspetti negativi intimamente connessi all'intero ciclo di vita dei beni a cui viene assegnato un valore. 

Se i prezzi stabiliti dal mercato fossero “corretti” un medesimo bene realizzato con maggiore efficienza e/o con minor impatto ambientale, dovrebbe costare di meno rispetto ad un bene ad esso equivalente prodotto con una più alta inefficienza o con un maggior impatto ambientale: e invece accade proprio l'opposto.

Infatti, il cibo avvelenato prodotto a migliaia di chilometri di distanza costa di meno rispetto a quello biologico prodotto a km zero, nonostante il ciclo di vita di quest'ultimo possa vantare una maggiore efficienza ed un minor impatto ambientale. 

Se i prezzi stabiliti dal mercato fossero “corretti”, un bene realizzato sfruttando gli esseri umani dovrebbe essere assai più caro rispetto al suo equivalente costruito nel rispetto della dignità dei lavoratori. E invece accade l'esatto contrario: i prodotti più convenienti sono proprio quelli ottenuti grazie alla schiavitù.

Alcuni si lamentano dell'eccessivo costo del carburante, ma, a mio avviso, se si considerasse che dietro ogni litro di benzina si nascondono morte, sofferenze, distruzione e malattie, come minimo, il prezzo corretto dovrebbe essere 100 volte più alto.

Questi esempi dimostrano come, di fatto, il sistema economico ignori gli effetti negativi delle attività umane e che questa colossale sbadataggine si manifesti nei prezzi, falsando tutto il processo decisionale legato alle attività economiche ed alle scelte di consumo. 

Del resto, se è vero che il prezzo è stabilito dall'incontro tra la domanda e l'offerta, è altrettanto vero che, di norma, ai compratori non interessa se il tal prodotto inquina o non inquina l'ambiente, se è stato realizzato in modo inefficiente oppure no, e se per farlo si è fatto ricorso a dei lavoratori ridotti in schiavitù, senza considerare che simili informazioni vengono accuratamente occultate attraverso delle apposite strategie di marketing, nonché dall'informazione sintetizzata in un singolo valore numerico (il prezzo); lo scopo del compratore è di aggiudicarsi il miglior prodotto al prezzo più basso.

D'altro canto, l'obiettivo del venditore consiste nel produrre spendendo il meno possibile, cercando di piazzare il suo prodotto al prezzo più alto, ottenendo così il più elevato saggio di profitto che gli è consentito di realizzare; tutela dell'ambiente, efficienza e rispetto dei lavoratori, sono compatibili con la sua azione economica soltanto nella misura che gli consente di ottenere il suo vero scopo: quello del profitto.

Queste volontà in contrapposizione trovano la loro sintesi nel prezzo stabilito dal mercato, ovvero nell'incontro tra la domanda e l'offerta: non c'è da stupirsi quindi se questo “meccanismo” non prenda in considerazione dei fattori fondamentali.

Pertanto è dimostrato che i prezzi non sono affatto utili per orientarsi correttamente, in quanto forniscono un'informazione distorta e parziale, che induce ad effettuare scelte errate.

Il medesimo problema si ripropone, tale e quale, anche negli altri ambiti dell'economia. Ad esempio, quando si effettuano valutazioni in merito alla ricchezza, lo si fa sempre al netto degli aspetti negativi intrinsecamente legati ad essa. Ma così facendo la misura risulta fortemente falsata.

Gli economisti dicono che il capitalismo ha generato una grande ricchezza; ciò è senz'altro vero, se si è disposti a turarsi il naso, chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, per far finta che tutto l'inquinamento, la distruzione e le sofferenze legati alla produzione di questa cosiddetta “ricchezza” non esistano.

Ma non appena si ha l'accortezza di tenere in considerazione questi fattori fondamentali nel calcolo, si scopre che il capitalismo ha prodotto una mostruosa miseria.

Se si valutassero tutte le conseguenze negative legate al ciclo di vita di un bene e, invece di far finta che non esistano, gli si assegnasse un costo in termini monetari da imputare ai rispettivi produttori, la quasi totalità delle aziende che oggi generano lauti profitti fallirebbe immediatamente, dimostrando in modo lampante che la ricchezza da esse prodotta, in realtà sarebbe una falsa ricchezza, che non sarebbe neanche sufficiente per ripagare i danni causati dalle loro azioni sconsiderate.

Includendo tutti gli aspetti negativi, oggi ignorati nel calcolo economico, all'improvviso non vi sarebbe più alcuna ricchezza nella società, perché il costo legato agli aspetti nocivi supererebbe di misura il valore degli aspetti positivi.

Ad esempio, i fornitori di energia derivante da fonti fossili dovrebbero farsi carico dei danni dovuti alla devastazione ambientale, all'inquinamento, alla perdita di biodiversità e alle malattie causate dall'utilizzo dei loro prodotti. Ma così facendo essi sarebbero condannati al fallimento.

La stessa sorte spetterebbe agli agricoltori ed alle industrie che, invece di commercializzare cibi sani e nutrienti prodotti a km zero, vendessero alimenti malsani addizionati di veleni concentrando le loro attività nei Paesi dove il costo della mano d'opera è più basso e le norme ambientali sono più permissive. 

Anch'essi, infatti, dovrebbero farsi carico dei danni dovuti all'impoverimento dei terreni, alla perdita della biodiversità, all'inquinamento evitabile dovuto al trasporto delle loro merci e alle cure di tutte le malattie causate dal consumo dei loro prodotti dispensatori di morte.

Analoghe considerazioni andrebbero fatte per l'industria automobilistica, per quella delle armi da guerra e per tutto il comparto tecnologico, anch'esse dannose in massima misura, cosa che invece puntualmente non viene fatta, perché altrimenti nessuna di queste attività potrebbe esistere, dato che se gli venisse imposto di ripagare i danni causati non realizzerebbero più alcun utile, ma soltanto debiti contratti per risarcire l'umanità.

È facile realizzare profitti non dovendo rispondere delle cosiddette esternalità negative, scaricando, di fatto, i costi ad esse associati sull'intera collettività, perché il sistema economico finge che non vi sia alcun danno sociale da imputare alle aziende. 

Purtroppo, però, gli aspetti negativi non solo esistono, ma hanno assunto una dimensione così ipertrofica che sarebbe del tutto folle continuare ad ignorare la loro presenza, volendo testardamente insistere ad escluderli dalle equazioni dell'economia.

Aspetti come lo sfruttamento indiscriminato di essere umani, animali e risorse, le malattie causate dalla produzione e dall'utilizzo di un certo bene e l'inquinamento ambientale ad esso associato, non possono essere in alcun modo considerati fattori di secondaria importanza.

L'umanità non può più permettersi di rimandare la correzione di questa scellerata miopia. 

A ben pensare, la pretesa di voler condensare questo genere di informazioni esprimendole con un singolo valore numerico (il prezzo) è del tutto irragionevole: si tratta di un insieme multidimensionale che non può esser ridotto ad una singola dimensione. 

Se così fosse, si verificherebbe un'inevitabile perdita d'informazione, a causa della quale non si riuscirebbe più a rappresentare in modo realistico e rappresentativo che cosa è avvenuto, e che cosa avverrebbe, producendo e consumando quel bene.

Trascurare questa molteplicità di fattori, illudendosi che un singolo numero possa in qualche modo sintetizzarli, è una delle tante ragioni per cui le dinamiche economiche attuali risultano fortemente distorte. 

Di certo, un prezzo con un maggior contenuto informativo, più vicino alla vera realtà delle cose, aiuterebbe ad effettuare scelte di consumo “migliori”. 

Ad esempio, se i livelli di sfruttamento e d'inquinamento fossero resi espliciti, probabilmente i consumatori si orienterebbero verso prodotti equivalenti realizzati con un maggior rispetto per i lavoratori ed un minor impatto ambientale (ammesso che possano permetterselo da un punto di vista economico).

Per assegnare un “prezzo” senza che queste preziose informazioni multifattoriali vadano interamente perdute, in modo tale che il consumatore possa effettivamente rendersi conto di cosa comporti l'acquisto e l'utilizzo di un bene, si potrebbe introdurre un nuovo concetto di prezzo, che, per ragioni che saranno chiare a beve, ho deciso di chiamare “prezzo vettoriale”.

In poche parole, si tratta di assegnare ad ogni bene e servizio, non solo un singolo numero, ovvero il suo prezzo, ma un vettore composto da n variabili, ciascuna delle quali assume uno specifico significato.

Ad esempio, la prima variabile potrebbe rappresentare il classico prezzo, così come lo conosciamo oggi; la seconda, potrebbe indicare il profitto realizzato dai produttori; la terza, l'impatto ambientale dovuto al ciclo di vita di quel prodotto; la quarta, il livello di sfruttamento dei lavoratori che hanno realizzato quel bene... e così via.

Invece di dire “questo pomodoro costa X”, dove X è il prezzo come lo conosciamo oggi, adottando il prezzo vettoriale si dovrebbe affermare che “un pomodoro costa (X,Y,Z,T)”, dove, ad esempio, X è il prezzo scaturito dall'incontro tra la domanda e l'offerta; Y è il profitto del produttore; Z è l'impatto ambientale; T è il livello di sfruttamento dei lavoratori.

Così facendo si avrebbe un “prezzo” assai più rappresentativo della realtà delle cose, che consentirebbe di effettuare valutazioni molto più accurate, che non sarebbero più viziate dalle distorsioni indotte dall'utilizzo del prezzo sintetico classico.

Rendendo espliciti gli aspetti negativi legati ai prodotti ed ai servizi, si spera che il prezzo dovuto all'incontro tra la domanda e l'offerta si attesti su valori più ragionevoli e maggiormente rappresentativi della vera realtà delle cose. 

Ma se ciò non dovesse avvenire, è doveroso che s'intervenga apportando delle ulteriori correzioni ai prezzi, se non altro, per far sì che gli operatori economici possano effettuare valutazioni con dei parametri che tengano in dovuta considerazione anche gli aspetti negativi, senza più nasconderli e ignorarli, come invece accade oggi.

Vorrei avvisare il lettore che, anche così facendo, purtroppo non si riuscirebbe a tenere in considerazione la totalità dei parametri che invece sarebbero importanti da valutare per organizzare nel migliore dei modi il sistema economico. 

Inutile dire che, di norma, tutti questi parametri vengono ancor meno tenuti in considerazione dal meccanismo di formazione dei prezzi così come li intendiamo oggi e che, quando ciò avviene, si verificano delle valutazioni distorte ed irrazionali. 

Ad esempio, uno degli ulteriori parametri da considerare è dato dall'effettiva disponibilità, o da una sua stima, della quantità residua di una data risorsa finita non rinnovabile. 

La teoria economica ci dice che quando una risorsa finita e non rinnovabile tende a diventare scarsa il suo prezzo aumenta e di conseguenza il suo consumo diminuisce. 

Peccato che questo genere di logica non tenga conto, in alcun modo, dell'importanza strategica che quella materia potrebbe avere per le generazioni future. 

Essa infatti non implica un consumo parsimonioso, orientando il sistema in modo preventivo verso l'utilizzo di altre risorse (magari rinnovabili) per fare in modo che la materia non rinnovabile si conservi il più a lungo possibile e venga impiegata, non subito ed in modo massivo, ma in modo dilazionato e soltanto per le cose per cui non si può fare effettivamente a meno di utilizzare proprio quella risorsa: no, sarebbe troppo ragionevole!

Una simile dinamica consente al sistema di approfittare della temporanea abbondanza mantenendo i prezzi appetibili, facendo in modo che si tratti una risorsa intrinsecamente scarsa e non rinnovabile come se non fosse tale, consumando in modo sconsiderato ciò che invece andrebbe conservato con parsimonia (per fissare le idee, si pensi al modo in cui l'umanità sta consumato il petrolio).

Un altro parametro fondamentale, che però viene puntualmente ignorato, è legato all'inquinamento. 

Non è difficile stimare l'impatto ambientale legato al ciclo di vita di un prodotto in relazione al fenomeno del riscaldamento globale esprimendolo in termini di CO2 equivalente. Assai più complesso è dare una stima dell'inquinamento dovuto all'utilizzo di sostanze nocive durante la produzione di quel bene.

Da un punto di vista pratico, pretendere d'inserire anche questo genere di informazioni nel prezzo vettoriale non sembra essere una soluzione ragionevole; ignorarle, però, significherebbe commettere dei grossolani errori.

Tali problematiche potrebbero essere facilmente risolte in una società che si rifiutasse di utilizzare sia il denaro che i prezzi, ed effettuasse le sue valutazioni tenendo in considerazione tutti i fattori ritenuti utili ed essenziali al fine di escogitare le miglior soluzioni da attuare in ambito socio-economico per raggiungere dei fini prefissati.

Invece di valutare il prezzo di una materia prima, e quanto profitto si può ricavare dal suo impiego, si potrebbero effettuare ragionamenti su questioni come: la disponibilità residua di un certo materiale; l'impatto ambientale che deriverebbe dal suo utilizzo; che tipo di materiali alternativi si potrebbero utilizzare; per quale fine s'intende impiegare una certa risorsa; quanto questo fine è essenziale per l'umanità; quali sarebbero le conseguenze psico-fisiche dovute all'ottenimento di quel fine... e via di seguito, in modo da determinare la miglior azione in relazione agli obiettivi concordati.

Così facendo si riuscirebbero ad elaborare strategie socio-economiche decisamente superiori rispetto a quanto non accada oggi, dove gli attori sociali trascurano aspetti fondamentali basando le loro valutazioni su dei parametri semplificati che veicolano un contenuto informativo parziale e distorto, assai lontano dalla vera realtà delle cose.

Qualcuno potrebbe obiettare che, così facendo, s'introdurrebbe una maggiore complessità; questo è senz'altro vero, ma è altrettanto vero che un certo livello di complessità dev'essere necessariamente affrontato, se si vuole ottenere un buon risultato, dovendo intervenire in una realtà sociale multifattoriale, a sua volta contenuta in una realtà fisica caratterizzata da una certa complessità.

Abbiamo già avuto ampia prova delle conseguenze negative legate al voler fare affidamento sull'uso diffuso di parametri sintetici e distorti, ignorando la doverosa complessità che invece ci si sarebbe dovuti degnare di affrontare.

Mi vien da ridere al sol pensiero che, nell'epoca delle reti di calcolatori, dei super-computer e dell'intelligenza artificiale, gli economisti abbiano ancora paura di dover effettuare qualche calcolo in più per evitare che l'umanità causi la sua stessa estinzione a furia d'insistere nel compiere scelte sbagliate dovute (anche) al voler semplificare oltremisura la complessità della realtà fisica e di quella sociale, perseguendo, per giunta, fini errati.  

Poco sopra, abbiamo sostenuto che il denaro ben si presta ad essere utilizzato come unità di conto; ciò consente di effettuare calcoli in modo più agevole ed intuitivo confrontando in modo semplificato il valore di beni eterogenei riferendoli ad una stessa unità. 

Una cosa è dire che una mela vale come due pere e che un fico vale come mezza pera, esprimendo le reciproche relazioni, un'altra è esprimere il loro valore direttamente in euro.

L'unità di conto, inoltre, permette anche di esprimere la ricchezza reale composta da beni eterogenei di diversi soggetti in modo tale che i dati risultino omogenei e confrontabili. 

Una cosa è dire che il signor Rossi possiede una mela, due pere... e che il signor Bianchi detiene una mela, un fico... un'altra è esprimere la loro ricchezza in modo sintetico direttamente in euro.

Un analogo risultato può essere ottenuto esprimendo la ricchezza del medesimo soggetto al variare del tempo, consentendo di effettuare facilmente delle comparazioni.

Rinunciando al denaro, quindi, si potrebbe ingenuamente pensare di dover fare necessariamente a meno delle unità di conto, ma ciò non corrisponde a verità: il denaro, infatti, è soltanto una delle possibili unità di conto. 

Inoltre, non è detto che un'unità di conto debba essere necessariamente anche uno strumento di pagamento. Pertanto, in caso sia utile farlo, si potrebbe comunque introdurre una qualche unità di conto, pur in assenza di denaro.

Eliminando il denaro, però, verrebbe meno il principale mezzo di scambio attualmente utilizzato per acquistare materie prime, beni, servizi e per pagare le prestazioni di lavoro. E come potrebbero avvenire gli scambi commerciali senza di esso? 

Tutto ciò suggerisce che se non ci fosse il denaro le persone non potrebbero avere accesso alle cose di cui hanno bisogno o che, per farlo, dovrebbero necessariamente ricorrere ad una sorta di baratto. 

Non tutto può essere autoprodotto e quindi, a meno di voler costruire una società basata sull'autoconsumo, riducendo fortemente il paniere di beni e servizi a cui si può avere accesso, è inevitabile che gli esseri umani realizzino degli scambi commerciali.

Del resto il commercio, inteso come scambio in forma di compravendita di beni e servizi in cambio di moneta, è la principale attività su cui, da sempre, si fonda il sistema economico. Pertanto è impossibile organizzare un'economia senza denaro e senza mercato...

Questo è quanto vorrebbero farvi credere gli economisti con la loro retorica, ma in realtà non è affatto detto che le cose debbano essere necessariamente così.

La convezione posta alla base degli scambi economico-commerciali è che le due parti debbano vedersi corrispondere valori reputati equivalenti: ciò accade tanto con il denaro quanto con il baratto.

Ma il fatto che quando un bene transita da un individuo ad un altro, quest'ultimo deve necessariamente ripagare il primo con un qualcosa reputato equivalente in termini di valore è, appunto, una convezione sociale.

Violando questo principio si possono attuare scambi non commerciali, come accade, ad esempio, nell'economia del dono. Vi è poi un'ulteriore possibilità, mai presa in considerazione, che consentirebbe di eliminare ogni forma di mercato (baratto incluso).

L'umanità potrebbe produrre e avere accesso ai beni ed ai servizi di cui ritiene di aver bisogno, prelevando le risorse dalla Terra, spostandole, trasformandole e condividendo il frutto del lavoro prodotto dalla società con tutti i membri della società. In tal caso, il denaro sarebbe del tutto inutile.

Esso, infatti, non servirebbe per acquistare le risorse della Terra, le quali possono essere chiaramente prelevate gratuitamente; il denaro non servirebbe per trasportare le risorse fin dove si è deciso di trasformarle, così come non si avrebbe bisogno di denaro per sviluppare le conoscenze e realizzare gli strumenti per produrre i beni, per farlo, infatti, servirebbero soltanto intelligenza, forza fisica e volontà, le quali, fino a prova contraria, esistono anche senza denaro.

E una volta che i beni fossero prodotti in quantità sufficienti per soddisfare le necessità di tutti, per quale assurdo motivo bisognerebbe venderli, quando invece basterebbe metterli a disposizione dell'umanità in modo equo e ragionevole, affinché tutti possano utilizzarli così da condurre una vita dignitosa senza che nessuno manchi del necessario?

Supponiamo ora che un individuo non abbia più bisogno di un bene, perché dovrebbe venderlo, quando molto più semplicemente potrebbe renderlo alla società, così da metterlo a disposizione degli altri?

In quale di questi passaggi dovrebbe intervenire necessariamente il denaro? In quale si verificherebbero le usuali dinamiche di mercato? Per quale motivo si avrebbe bisogno di barattare beni/servizi di valore equivalente?

Ciò di cui ha bisogno l'umanità non è di intrattenere scambi commerciali, con il baratto o con il denaro, ma di spostare e realizzare risorse e beni dove ce n'è bisogno, offrendo servizi a chi ha necessità, cooperando a tal fine.

C'è bisogno di estrarre e distribuire un certo materiale per soddisfare le esigenze dell'umanità? Benissimo, vorrà dire che una forza lavoro congrua sarà destinata a tal fine.

C'è bisogno di trasformare quel materiale per soddisfare le esigenze dell'umanità? Benissimo, vorrà dire che una forza lavoro congrua sarà destinata a tal fine.

C'è bisogno di mettere a disposizione quel materiale trasformato in bene per soddisfare le esigenze dell'umanità? Benissimo, vorrà dire che una forza lavoro congrua sarà destinata a tal fine.

In quale punto di questo processo insisterebbe in modo necessario una qual si voglia forma di scambio commerciale? 

Se il sistema economico-produttivo è strutturato per far sì che gli esseri umani cooperino per produrre e fornire beni e servizi in quantità sufficiente per soddisfare le esigenze dell'umanità, assicurando a tutti l'accesso al frutto delle attività lavorative, ecco che il denaro diviene superfluo.

Che senso ha disporre di un mezzo che consente di effettuare acquisti immediati o dilazionati nel tempo, in una società dove, per costruzione, i beni ed i servizi esistenti vengono messi a disposizione di tutti in modo gratuito?

Non è difficile comprendere come, con una simile organizzazione, verrebbe meno anche l'odierna necessità individuale di accantonare valore per il futuro. Infatti, sarebbe compito del sistema calibrare la produzione e le scorte per fare in modo che non si verifichino condizioni di scarsità.

Oggi, invece, è del tutto ragionevole mettere da parte un certo quantitativo di denaro, se non altro per acquisire un po' tranquillità in relazione all'incertezza di riuscire ad accedere in futuro a beni e servizi essenziali per la propria sopravvivenza: ma questo non è un bisogno insito nell'essere umano, è una necessità indotta dal fatto che l'odierna società non assicura un bel niente a nessuno.

La regola, infatti, è la seguente: fin quando si hanno soldi a sufficienza si ha modo di acquistare ciò di cui si ha bisogno, in caso contrario si è condannati persino a morire di fame. 

E siccome, di norma, per guadagnare denaro si è costretti a lavorare, ma per lavorare bisogna essere in ottime condizioni psico-fisiche, e si deve persino lottare per accaparrarsi uno dei posti di lavoro disponibili (ammesso che ve ne siano), senza considerare di dover fare i conti con la possibilità di esser licenziati da un momento all'altro, si comprende benissimo il perché le persone che possono permetterselo tendano ad accantonare denaro.

Ma a cosa servirebbe accumulare dei risparmi in una società dove, per costruzione, fosse garantito a tutti di poter disporre di ciò di cui si ha bisogno in qualsiasi momento, a prescindere dalla situazione lavorativa, dall'età o dalle condizioni di salute?

Ecco quindi che, anche da questo punto di vista, si potrebbe eliminare il denaro senza causare alcun problema sociale.

In merito alla sopraggiunta impossibilità di accumulare valore senza alcuna limitazione, legata all'eliminazione del denaro, si può ben dire che questo sia quanto di meglio possa accadere in una società.

Abbiamo già evidenziato come ad ogni incremento di denaro corrisponda, in qualche misura, un incremento di potere e come l'ascensore sociale generato dal denaro finisca per premiare i peggiori elementi presenti nella società.

Si consideri ora che, da un punto di vista psicologico, il voler accumulare senza limiti è un atteggiamento patologico.

Questo significa che, nell'odierna società, dove mediante il denaro viene concesso che alcuni individui possano accumulare senza misura, si sta facendo in modo che dei malati di mente possano acquisire un potere smisurato: non riesco proprio a comprendere come tutto ciò possa essere considerato un bene.

Alla luce di queste argomentazioni, possiamo porci nuovamente la seguente domanda: che cosa si perderebbe di così importante e fondamentale per il benessere dell'umanità eliminando il denaro?

Il lettore tragga da sé le sue conclusioni.

Eliminazione della logica del profitto

Da quanto sostenuto in precedenza, si evince che un buon sistema economico dovrebbe mettere le persone in condizione di agire in modo completamente svincolato dalla logica del profitto. 

Purtroppo, però, eliminando il denaro, questa forma mentis non sarebbe ancora del tutto eradicata dalla società. E così, se le condizioni al contorno lo consentissero, qualcuno continuerebbe ad agire mosso da un simile intento.

Ad esempio, se si praticasse il baratto, le persone potrebbero comunque comportarsi in modo da massimizzare il proprio guadagno personale effettuando scambi economici vantaggiosi. 

Inoltre, l'abolizione dell'uso del denaro, di per sé, non impedirebbe agli uomini più avidi di appropriarsi e accumulare grandi quantitativi di risorse e beni reali, sottraendoli alla disponibilità degli altri esseri viventi.

S'intuisce quindi che per porre rimedio ai mali dell'odierno sistema socio-economico, oltre al  denaro, si dovrebbe avere il coraggio di eliminare anche la proprietà privata e si dovrebbe altresì organizzare la società senza che vi sia un'economia di mercato, dove non si verifichino scambi commerciali.

Questo significa che risorse, mezzi di produzione e beni, debbano considerarsi dell'intera umanità e debbano essere utilizzati in comune al sol fine di soddisfare le vere esigenze di tutti gli esseri viventi, senza che nessuno possa arrogarsi il diritto di sottrarli agli altri, appropriandosene in via esclusiva. 

Se si organizzasse una società dove non esiste denaro, in nessuna delle sue forme, non vi è mercato, ovvero gli individui non intrattengono rapporti di tipo economico-commerciale così come si è abituati ad intenderli oggi, dove non è possibile acquisire la proprietà rispetto a risorse, mezzi di produzione e beni, perché tale diritto non è riconosciuto a livello sociale, ma si può comunque disporre del loro utilizzo, allora si sarebbe effettivamente disinnescata la deleteria subordinazione dell'azione umana all'egoistica logica del profitto personale.

Senza denaro, e senza proprietà privata, infatti, il profitto realizzato non potrebbe essere trattenuto ed ancor meno accumulato per sé, ma andrebbe sempre e comunque a vantaggio della collettività. Così facendo gli esseri umani che volessero comunque agire per ottenere un profitto, lo farebbero a vantaggio di tutti. 

Ma la cosa più importante che avverrebbe attuando un simile cambio di paradigma, non è la suddetta trasformazione di un profitto privato in un profitto collettivo, è che questa nuova struttura sociale creerebbe i presupposti per far sì che l'umanità possa essere finalmente libera di utilizzare altre logiche, radicalmente diverse da quelle indotte dalla metafisica del denaro, riuscendo così a conseguire altri fini, più alti e nobili dello scegliere se sfruttare gli altri o essere sfruttati per guadagnare il vil denaro.

A chi stesse pensando che in questo modo gli esseri umani non sarebbero più motivati a far nulla, perché la ricerca del profitto è insita nella natura umana e rappresenta il motore in grado di far "progredire" l'umanità, rispondo dicendo che una simile tesi è semplicemente ridicola ed è sintomatica di un profondo livello d'indottrinamento rispetto ai falsi valori imposti dall'odierna società, nonché comprovata evidenza di una grande ignoranza in merito alla vera natura dell'essere umano.

Che la ricerca del profitto abbia contribuito a far “progredire” l'umanità è una castroneria così eclatante che non ha neanche bisogno di essere confutata da quanto la sua falsità risulti evidente.

Se l'umanità avesse conseguito un reale progresso, invece di aver posto le condizioni per un imminente collasso ecologico, non prima di aver causato devastazione, desolazione, strazio, miseria, malattia e morte in ogni dove, ingabbiando gli esseri umani in una sovrastruttura mentale che proietta nella realtà fisica una struttura che nega la possibilità alla quasi totalità degli individui di vivere in condizione di serenità e libertà, non avrei scritto neppure una sola riga di questo trattato perché di certo avrei preferito spendere il mio tempo per cogliere i frutti più belli, sani e maturi di questa moderna e fantastica civiltà, cosa che purtroppo non ho potuto fare perché le cose non stanno affatto così.

Si può dire che non esiste nulla nell'odierna società che non si sarebbe potuto fare in modo nettamente migliore se solo qualcuno avesse avuto il coraggio di farlo violando gli imperativi dovuti alle logiche del profitto.

Il profitto applicato alla tecnica ha prodotto le più temibili e devastanti armi da guerra, con le quali sono stati uccisi milioni di esseri umani; il profitto applicato alla medicina ha creato una massa di malati che ha una perenne necessità di spender soldi per essere “curata”; il profitto applicato all'economia ha generato la società dei consumi, che ha distrutto e devastato il mondo intero; il profitto applicato all'istruzione non ha contribuito a formare dei veri esseri umani, ma a plasmare dei perfetti schiavi privi di creatività, docili, acritici ed ubbidienti da dare in pasto al mondo del lavoro; il profitto applicato alla scienza ha fatto smarrire agli scienziati la via della verità, dando origine ad un vile, misero e servile scientismo il cui unico scopo è quello di servire il Potere.

Se ciò che è stato conseguito è il genere di “progresso” dovuto al motore del profitto, sarà bene che l'umanità si rimetta a camminare con la sola forza delle proprie gambe, senza il traino di una metafisica deleteria. 

In verità, se l'umanità non ha ancora provocato la sua stessa estinzione, ed è riuscita a rimandare il collasso del sistema socio-economico forse per qualche decennio, sopportando innumerevoli ingiustizie e indicibili sofferenze, è proprio grazie all'azione di opposizione che è stata messa in atto per tentare di arginare e contrastare le sconsiderate conseguenze delle logiche del profitto, e non di certo perché la ricerca di un egoistico guadagno personale abbia fatto “progredire” l'umanità. 

Pertanto, si può essere assolutamente certi che, tra tutti i possibili motivatori sociali, il profitto sia uno dei peggiori (se non il peggiore); inoltre, dire che esso sia l'unico motivatore sociale posto alla base dell'agire umano è quanto di più falso si possa asserire.  

Fortunatamente il mondo è ancora colmo di esseri umani che quando agiscono non fanno alcuna valutazione in termini di profitto, confutando in modo plateale la precedente tesi. 

Si pensi, ad esempio, ai numerosi volontari che si mettono gratuitamente a disposizione degli altri, in modo del tutto disinteressato, che prestano servizio in ogni parte del mondo.

Si pensi a tutti gli esseri umani che si prendono cura degli anziani, dei poveri, degli ammalati e degli animali; si pensi, più in generale, ad ogni gesto d'amore che viene compiuto nei confronti di chi è in difficoltà.

Io stesso ho scritto numerosi libri, e di certo non l'ho fatto per il profitto, dato che ho messo a disposizione gratuitamente tutte le mie opere, nonostante fossi disoccupato e avessi bisogno di guadagnare denaro per vivere.

In generale, quando un individuo ama, crea, gioca e aiuta gli altri in modo autentico, non lo fa di certo perché mosso dalla logica del profitto: lo fa in forza della sua umanità, perché egli è un essere dotato di empatia, sentimento, passione, forza e volontà.

Qualcuno dirà che queste siano soltanto opinioni... benissimo! Assumiamo allora, per assurdo, che sia vero che la ricerca del profitto faccia parte della natura umana: quale sarebbe il problema? 

L'essere umano non è mica una sorta di robot privo di coscienza che non può far altro che assecondare la logica del profitto, l'essere umano è un essere vivente autocosciente dotato di ragione che in virtù delle sue capacità può sempre scegliere se seguire la logica del profitto oppure no.

La stessa cosa non accade con la respirazione: l'essere umano non può decidere se respirare oppure no, al massimo può trattenere il respiro per qualche minuto, sempre ammesso che non voglia suicidarsi, ma anche in quel caso dovrebbe opporre un'azione meccanica al suo intrinseco bisogno di respirare.

Già da questa semplice argomentazione si comprende in modo chiaro e conclusivo, che la ricerca del profitto non sia affatto da ascriversi alla natura umana ma alla cultura. Ma la cultura umana è fortemente arbitraria, e quindi può sempre essere modificata a piacimento.

Del resto, l'asserzione che la logica del profitto sia insita nella natura umana è confutata in modo inequivocabile anche da un punto di vista empirico dall'esistenza di tutte quelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori vissute nella storia dell'umanità che non hanno mai elevato la ricerca del profitto al rango di motivatore sociale. 

E guarda caso, di norma, simili società erano anche egualitarie, non stratificate, basate sulla condivisione e sulla cooperazione, non utilizzavano denaro e non praticavano un'economia di mercato: proprio ciò a cui dovrebbe ispirarsi l'odierna umanità per creare una società tecnologicamente avanzata che consenta a tutti i suoi membri di vivere in condizioni di armonia e felicità.

È bene quindi che l'umanità non si lasci più ingannare dalla retorica di chi intende far credere che l'unica forma di organizzazione sociale possibile sia quella attuale, quando invece essa rappresenta soltanto una delle peggiori organizzazioni sociali attuabili.

Insegnate alle nuove generazioni la logica dell'altruismo e della cooperazione, e gli esseri umani del futuro rideranno a crepapelle ripensando all'imbecillità dei loro predecessori che avevano scelto di fondare la loro società sulla competizione finalizzata all'egoistica ricerca di un profitto personale.
Organizzazione “ottimale” del  lavoro

Procediamo ora con la nostra critica passando in rassegna tutta un'altra serie di problematiche, contraddizioni e luoghi comuni, riguardanti il mondo del lavoro.

Volendo essere estremamente sintetici, si potrebbe dire che l'odierna economia non è neanche lontanamente in grado di organizzare il mondo del lavoro in modo “ottimale”; inoltre, si può evidenziare come essa non riesca nemmeno a governare il fenomeno della disoccupazione, ed ancor meno sia in grado di gestire l'avvento delle automazioni facendo in modo che tutti possano trarre vantaggio da quella che è già stata ribattezzata come la “quarta rivoluzione industriale”, grazie a cui, in prospettiva, la quasi totalità del lavoro potrebbe essere automatizzato impiegando robot e software dotati d'intelligenza artificiale.

Che cosa s'intende con il termine “ottimale”?

A mio avviso, un'organizzazione del mondo del lavoro è ottimale quando riesce a combinare al massimo grado la libertà, la volontà, le capacità, i talenti e la felicità dei lavoratori con la necessità di dover lavorare per produrre e fornire solo ed esclusivamente beni e servizi effettivamente utili in quantità tali da riuscire a soddisfare i veri bisogni di tutta l'umanità, con il minor quantitativo possibile di lavoro (umano), risorse, energia, sprechi e impatto ambientale.

Chiariremo a breve queste affermazioni, subito dopo aver spiegato perché quella precedentemente esposta sia la corretta definizione di organizzazione “ottimale” del mondo del lavoro.

Per prima cosa bisogna comprendere quale debba essere il vero fine del lavoro. 

Attualmente, la stragrande maggioranza delle persone non lavora perché ama ciò che fa, perché vorrebbe lavorare o perché ciò che fa sia effettivamente utile e indispensabile per l'umanità, ma perché è obbligata dal sistema sociale in cui vive a lavorare per entrare in possesso del denaro che gli consente di poter acquistare beni e servizi, i quali esistono grazie al lavoro.

Il lavoro è divenuto un modo per procurarsi il denaro da spendere per far andare avanti l'economia, esso non è subordinato alle vere esigenze dell'umanità, ma a quelle del sistema economico.

Il fatto che il lavoro svolto sia utile o pretestuoso, dannoso o benefico, indispensabile o superfluo, alienante o motivante, salutare o usurante, passa in secondo piano: l'importante è che consenta di guadagnar denaro e che ci sia lavoro a sufficienza per impedire che, nel suo complesso, il sistema entri in crisi. 

Non c'è neanche bisogno di spiegare il perché non possa essere questo il fine del lavoro, se si ha a cuore la sorte dell'umanità.

Con un po' di riflessione, si può giungere alla conclusione che lo scopo del lavoro debba essere quello di produrre e fornire beni e servizi effettivamente utili e necessari per soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri umani: ecco a cosa dovrebbe servire il lavoro.

Infatti, se il lavoro inseguisse un altro fine, diverso da quello appena specificato, verrebbero inevitabilmente a crearsi delle distorsioni deleterie. 

Ad esempio, se il fine fosse il denaro, qualcuno potrebbe escogitare dei metodi per arricchirsi in modo parassitario sfruttando gli altri, oppure potrebbe cercare di ricavar denaro dal denaro, senza contribuire in alcun modo con la propria attività alla produzione e alla fornitura dei beni e dei servizi effettivamente utili per la collettività.

Se invece il fine fosse il bene dell'economia, e non quello dell'umanità, potrebbe essere introdotto un certo quantitativo di lavoro addizionale dannoso ed evitabile, soltanto perché esso si rivela indispensabile per il mantenimento in essere del sistema economico... e così via.

Se per qual si voglia ragione si producessero e/o fornissero beni e servizi superflui, con essi si avrebbero problematiche sia a livello ambientale che a livello sociale. E tutto ciò per disporre di un qualcosa di cui, in realtà, gli esseri umani non avrebbero neanche bisogno. 

Infine, se non ci fossero beni e servizi in quantità tali da soddisfare le vere esigenze di tutti, si creerebbero i presupposti per una grande ingiustizia sociale legata alla scarsità.

E come dovrebbe essere raggiunto questo fine? 

Con il massimo dell'efficienza (intesa in senso fisico) e del rispetto dell'ambiente, ovvero utilizzando il minor quantitativo di risorse ed energia, cercando in ogni modo di minimizzare l'impatto ambientale legato alle attività lavorative richieste per raggiungere gli obiettivi prefissati. 

Questo significa: minimizzare la produzione; realizzare beni di alta qualità che siano durevoli e riparabili; utilizzare, nei limiti del possibile, materiali rinnovabili biocompatibili; promuovere un uso condiviso dei beni... e così via.

Se così non fosse, s'introdurrebbe del lavoro inutile, accompagnato da sprechi evitabili e si comprometterebbe l'ambiente oltre misura, danneggiando tutti i viventi.
A complemento di quanto fin qui asserito, si deve aggiungere, e giustificare, anche l'obiettivo della minimizzazione del lavoro in sé, che rappresenta uno dei punti più importanti per ottenere un'organizzazione che sia effettivamente ottimale.

Minimizzando il lavoro, infatti, ovvero mettendo in atto soltanto quel lavoro che è effettivamente utile e necessario per raggiungere il vero fine del lavoro, oltre ad incrementare l'efficienza del sistema, e a diminuire l'impatto ambientale, si riuscirebbe anche ad affrontare, nel migliore dei modi possibili, un'altra questione fondamentale: quella dell'incompatibilità tra un'effettiva libertà e l'obbligo di dover lavorare per produrre e fornire ciò che si ritiene debba essere messo a disposizione dell'umanità.

È ridicolo voler negare l'evidenza sostenendo che l'obbligo del lavoro sia compatibile con la libertà: un individuo che è costretto a lavorare non è affatto libero. 

Un individuo può dirsi libero soltanto quando la scelta in merito a come, quando, quanto, dove e perché lavorare sia interamente rimessa alla sua volontà.

Per quanto tutta una nutrita schiera di difensori della moderna schiavitù del lavoro si sforzino di asserire il contrario, se una simile condizione non è data, un individuo non può dirsi libero. 

Inoltre, si può asserire che un essere umano che non è libero non può neanche raggiungere un'autentica condizione di felicità; egli potrà certamente accontentarsi della sua situazione, ma non conoscerà mai la vera felicità.

Può essere effettivamente felice soltanto chi è completamente libero, perché la libertà è una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la felicità. 

Non a caso esistono numerosi esempi di persone libere che ciò nonostante non sono affatto felici (si pensi ai ricchi), ma non sono mai esistite (e mai esisteranno) persone private della libertà che abbiano sperimentato un'effettiva condizione di felicità. 

D'altro canto, allo stato attuale delle conoscenze scientifico-tecnologiche, se si decide di voler raggiungere l'obiettivo di produrre e fornire un qual si voglia paniere di beni e servizi, è del tutto evidente che un certo quantitativo di lavoro umano sia indispensabile. 

E ciò continuerà ad esser vero fin quando una generazione di automi replicanti riuscirà a svolgere da sé tutto il lavoro richiesto dalla società, senza alcun supporto umano. 

Questo significa che, fin quando non si riuscirà a raggiungere un simile traguardo scientifico-tecnologico, a meno di voler sacrificare fortemente la produzione e la fornitura di beni e servizi, ritornando ad una sorta di stato di natura, gli esseri umani dovranno per forza di cose sacrificare un po' della loro libertà, dedicando in modo forzoso una certa parte del loro tempo alle attività lavorative. 

Ora, siccome il tempo dedicato al lavoro è un tempo sottratto alla vita, in cui gli esseri umani vengono obbligati dalla società a svolgere certe attività, si dovrà avere l'accortezza di fare in modo che in quell'intervallo temporale i lavoratori sperimentino le migliori condizioni esistenziali possibili: questo è quanto di meglio si può fare da un punto di vista qualitativo. 

Ma è altresì evidente che, se si ha a cuore la libertà e la felicità degli esseri umani, si debba anche fare in modo che quel quantitativo di tempo sottratto alla vita, in cui si è costretti al lavoro, sia il più piccolo possibile e sia effettivamente impiegato per contribuire al bene dell'umanità. 

Ecco spiegato perché la minimizzazione del lavoro umano è di fondamentale importanza, perché, nella giusta ottica, ad ogni ora di lavoro in meno corrisponde un'ora di vita vera in più di cui poter disporre come meglio si crede in condizione di effettiva libertà. 

D'altro canto, la costrizione nei confronti di un lavoro totalizzante, privo di un significato autentico, attuata con la forza fisica, un inganno mentale o mediante un ricatto economico, rappresenta il miglior modo per far ammalare, sia nel corpo che nello spirito, ogni essere umano, oltre a rappresentare una palese forma di tortura dalla quale nulla di positivo può scaturire.

Si comprende quindi come l'obbiettivo della massimizzare del tempo libero da ogni forma di obbligo nei confronti del lavoro, perseguito all'interno di una società che garantisca a tutti, a prescindere dalla situazione occupazionale dei singoli individui, delle comparabili condizioni di benessere materiale che siano sufficientemente elevate per condurre un'esistenza dignitosa, rappresenti un obiettivo di centrale importanza sia per la salute psico-fisica degli esseri umani che per il loro percorso di crescita spirituale.

Infatti, affinché un individuo possa ricercare ed esprimere se stesso, divenendo un vero essere umano, è necessario che egli disponga sia dei mezzi che del tempo per farlo, ma se il lavoro assorbe la totalità del tempo, come si può portare a termine il compito più importante dell'esistenza, vale a dire quello di dare alla luce se stessi? 

E se invece si ha una grande abbondanza di tempo libero, ma poi non si dispone dei mezzi materiali per sopravvivere in modo sereno, come si può sviluppare appieno il proprio potenziale?

Per contenere l'effetto deleterio dovuto alla costrizione sociale nei confronti di quella quota di lavoro umano di cui, nel suo complesso, la società non può fare a meno di richiedere, oltre alla scientifica minimizzazione del lavoro, vi sono delle ulteriori accortezze da implementare che non possono essere ignorate, data la loro importanza.

In primo luogo, nell'assegnare il lavoro si deve, in ogni modo e con ogni mezzo, tentare di rispettare e assecondare le naturali vocazioni, i talenti e la volontà degli individui. 

Questo obiettivo è fondamentale perché consente di massimizzare, al tempo stesso, sia la felicità che la produttività dei lavoratori. 

Infatti, l'unica società in cui l'organizzazione del lavoro funziona al massimo del suo potenziale ed i lavoratori sperimentano la più elevata condizione di benessere possibile, è quella in cui ogni individuo svolge le mansioni che è naturalmente portato a fare, rispetto alle quali ha delle effettive competenze e mostra una reale volontà di volersene occupare.

In secondo luogo, si deve trovare il modo di delegare alle automazioni tutte quelle mansioni utili che però risultano noiose, demotivanti, ripetitive, alienanti e/o logoranti e che (giustamente) gli esseri umani si rifiutano di fare. 

Vorrei far notare al lettore che una simile strategia è in accordo con l'obiettivo primario della minimizzazione del lavoro; così facendo, infatti, la quota di lavoro da delegare alle automazioni risulterebbe, a sua volta, già minimizzata. Inoltre, il problema della gestione del lavoro residuale non automatizzabile che non vuol essere compiuto dagli esseri umani, ma che è pur sempre necessario, risulterebbe anch'esso minimizzato. 

È quindi evidente che, grazie a tutte queste accortezze, la problematica dell'organizzazione del lavoro detestabile risulterebbe facilmente gestibile ricorrendo ad un po' di buon senso e razionalità, ad esempio, ideando delle soluzioni per elevare la qualità di quel genere di lavoro e/o attuando delle turnazioni, così che ciascuno possa farsi carico pro quota dei compiti meno gradevoli, senza dar luogo ad ingiustizie sociali. 

Nel caso lo si ritenesse utile e opportuno, si potrebbero anche introdurre dei “premi” per chi scegliesse di portare a termine ciò che la comunità non fosse ben disposta a fare. 

Onestamente, non ritengo che quest'ultima sia la miglior soluzione, perché ripropone una sorta di meccanismo retributivo analogo a quello attualmente utilizzato con i lavoratori salariati. 

Mi sembra assai più giusto che, in una comunità degna di questo nome, tutti i membri si facciano carico di parte delle problematiche, così da risolverle e/o gestirle al meglio, senza che s'individui qualcuno a cui accollare il peso delle mansioni più sgradevoli, mentre gli altri se ne lavano bellamente le mani.

Far svolgere soltanto a qualcuno le attività detestabili sarebbe comunque iniquo, anche a fronte di un giusto compenso; inoltre, celerebbe al resto della comunità l'esistenza di criticità di cui invece sarebbe bene che tutti fossero ben coscienti, così da ideare soluzioni per migliorare o risolvere certe specifiche situazioni che altrimenti continuerebbero a riprodursi tali e quali, perché tanto per portare a termine quello che nessuno vuol fare basta ricompensare qualche disgraziato. 

Un problema condiviso non è soltanto un problema più leggero, ma soprattutto è un problema di tutti, e quindi diviene nell'interesse generale anche la sua risoluzione. 

Al contrario, un problema scaricato su un piccolo numero d'individui, diviene un problema soltanto per alcuni, e così non viene più percepito come un problema di tutti, perché c'è qualcun altro che se ne occupa e non se ne ha esperienza diretta. 

Anche per questo è bene ripartire pro-quota e/o tramite delle turnazioni i compiti detestabili, così da acquisirne piena consapevolezza, invece di motivare qualcun altro ad occuparsene, scaricando la propria parte di responsabilità.

Quale miglior strategia per prendere coscienza delle criticità, se non viverle in prima persona sulla propria pelle? 

Queste argomentazioni sono sufficienti per chiarire la validità della definizione di organizzazione ottimale del mondo del lavoro data in precedenza.

Possiamo quindi riprendere con la critica economica ponendoci la seguente domanda: quante di queste ragionevoli accortezze, tra quelle appena illustrare, vengono attualmente rispettate?

Criticità del mondo del lavoro

Non serve molto a rendersi conto che l'odierno mondo del lavoro non soddisfi nessun requisito di quelli che caratterizzerebbero un'organizzazione ottimale.

Da un punto di vista individuale, oggi, il lavoro non è di certo finalizzato a quello che invece dovrebbe essere il suo vero fine, ma rappresenta un mezzo per ottenere un salario o un profitto, a seconda se si appartiene all'insieme degli sfruttati, i quali per avere il denaro necessario per sopravvivere devono lavorare come, dove, quanto e quando gli viene imposto da altri e/o dalla società, o degli sfruttatori che, al pari dei parassiti, si approfittano del lavoro altrui per appropriarsi del maggior quantitativo di denaro che gli è possibile sottrarre agli altri, talvolta anche senza dover subire l'obbligo sociale della costrizione al lavoro e/o del dover lavorare secondo le modalità imposte da altri.

Nel suo complesso, invece, l'organizzazione del lavoro, oltre ad essere subordinata alle necessità del sistema economico, e non a quelle dell'umanità, concorre anche al raggiungimento di un altro obiettivo: quello del controllo sociale (illustreremo questa tesi più avanti).

Inutile dire che fini così distorti non possono far altro che dar luogo a conseguenze disastrose, a cui in parte abbiamo già accennato.

L'odierna organizzazione del mondo del lavoro, infatti, non produce e fornisce beni e servizi effettivamente utili e necessari per soddisfare i veri bisogni di tutti gli esseri umani; produce e fornisce beni e servizi funzionali allo scopo del profitto, anche se questi sono superflui e/o dannosi. 

I beni non vengono utilizzati da tutta l'umanità sulla base delle reali necessità di ciascuno, ma soltanto da chi ha denaro a sufficienza per acquistarli, secondo le modalità che il compratore ritiene più opportune. 

Se chi può permetterselo economicamente vuole possedere un'automobile all'anno per poi demolirla l'anno successivo, egli è libero di farlo. Si arriva così a situazioni paradossali dove alcuni possiedono oltre ogni limite della decenza, sprecando ed inquinando a più non posso, mentre altri non dispongono neanche dello stretto necessario. 

Simili storture hanno luogo anche quando il quantitativo di beni e servizi è più che sufficiente per soddisfare le esigenze di tutti, figuriamoci che razza d'ingiustizie possono presentarsi quando i beni ed i servizi sono disponibili in quantità inferiori a quelle che invece sarebbero necessarie.

E purtroppo il verificarsi di quest'ultima circostanza non è da escludersi, dato che l'odierno sistema produttivo non è scientificamente tarato per soddisfare i bisogni dell'intera umanità.

Oggi, infatti, non si producono quantitativi di beni e servizi ponderati in base al numero di abitanti ed alle loro esigenze, come logica e buon senso vorrebbero, si produce in base a quanto si ritiene di riuscire a vendere. Ma disgraziatamente le due cose non coincidono.

Se i prodotti sono scarsi, la logica del mercato è la seguente: ha diritto ad entrare in possesso dei beni disponibili, appropriandosene in modo esclusivo, non chi ne ha più bisogno, ma chi può permettersi di pagare il prezzo più alto. 

Va da sé, che più si è poveri e più si è tagliati fuori da un simile sistema, a prescindere dalle proprie necessità: se ti ammali e sei ricco puoi accedere alle migliori cure, se ti ammali e sei povero non puoi essere curato in modo decoroso. 

L'organizzazione del lavoro non massimizza l'efficienza, intesa in senso fisico, ed ancor meno si preoccupa che le attività lavorative siano ecologicamente compatibili.

Sprechi, inefficienza, inquinamento e distruzione ambientale sono ben visti, se non scientemente ricercati, quando consentono di creare occupazione, ed è proprio grazie al “lavoro” che l'umanità è riuscita a devastare e avvelenare il mondo intero. 

Il lavoro andrebbe minimizzato, riducendolo allo stretto necessario ed eliminando tutte le attività inutili e dannose; oggi, invece, all'esatto opposto, si cerca di massimizzarlo e ciò accade inventando ogni sorta di stratagemma per creare sempre più lavoro al fine di mantenere le persone occupate, anche se le attività introdotte sono inutili e dannose, agendo nella convinzione che “più lavoro c'è e meglio è”: mai affermazione più stupida fu concepita nella storia dell'umanità.

E così, invece di ridurre il lavoro, si cerca di fare in modo che tutti possano dedicarsi ad esso per 8 ore la dì, che poi diventano 9, 10, 11 ore o più, a seconda di quanto si è sfortunati, a cui, ovviamente, vanno aggiunte le ore di viaggio per raggiungere i luoghi di lavoro e la pausa pranzo consumata lontano da casa.

Il risultato è che le attività lavorative diventano totalizzanti, assorbendo la maggior parte del tempo di vita di un individuo adulto.

Non è difficile comprendere come un orario di lavoro così elevato distrugga sia la psiche che il corpo di ogni essere umano che, sottoposto ad una simile costrizione, invece di mantenersi gioioso, creativo, sano e vitale, e quindi produttivo, per tutta la sua esistenza, ben presto perde la sua umanità, trasformandosi in un individuo triste, apatico, malato, spento e quindi improduttivo. 

Neanche il più talentuoso, volenteroso e dopato dei professionisti si allena 8 ore al dì alla massima intensità, perché se lo facesse, invece di migliorare le sue prestazioni atletiche, andrebbe rapidamente incontro ad una sindrome da sovrallenamento, vedendo drasticamente ridurre la propria condizione fisica e rischiando per giunta di procurarsi un grave infortunio.

E invece, nel caso dei comuni lavoratori, non solo s'impone che essi lavorino 8 ore al dì, bene che vada, a prescindere dal loro talento e dalla loro volontà, ma si pretende anche che lo facciano al massimo ritmo possibile, ogni singolo giorno, per più di 40 anni, con tanto di sistemi di controllo, umani e tecnologici, appositamente utilizzati per sincerarsi che si raggiungano gli obiettivi prefissati, si mantengano i ritmi e si rispettino gli orari.

La violazione di una delle suddette condizioni comporta una punizione, che va dal richiamo, scritto o verbale, al licenziamento. Così facendo i lavoratori sperimentano un continuo ricatto.

È del tutto evidente che una simile modalità lavorativa risulti completamente disfunzionale al raggiungimento del benessere sociale, dato che la sua attuazione non farà altro che diminuire la felicità, la salute e la produttività dei lavoratori, danneggiando sia i singoli individui e che la società. 

È ben noto come una riduzione della pressione esercitata dal sistema sociale sui lavoratori comporti degli innegabili benefici sotto ogni punto di vista. Pertanto, non si capisce per quale assurdo motivo, come minimo, non si debba ridurre l'orario di lavoro, così da venire incontro sia alle esigenze dei lavoratori che a quelle della società, a meno che lo scopo non sia quello di utilizzare il lavoro per aggredire gli esseri umani da un punto di vista psico-fisico mantenendoli forzosamente occupati per dominarli meglio.

L'odierna follia sociale viene giustificata con delle argomentazioni degne del peggior retore. Ad esempio, alcuni sostengono che il lavoro non possa diminuire, perché altrimenti milioni di lavoratori rimarrebbero senza stipendio, non potrebbero consumare e quindi l'economia collasserebbe, trascinando nel baratro l'umanità.

Che questo ragionamento sia fondamentalmente errato è chiaro a tutti. Un po' meno chiaro è comprendere il perché lo sia.

Si pensi alla produzione delle armi da guerra, a tutto l'iper-lavoro dovuto al fenomeno dell'obsolescenza programmata e al fatto che le persone non utilizzano i beni in comune: perché l'umanità non dovrebbe liberarsi dalla barbarie, dallo spreco e dall'inquinamento che conseguono da essi?

Si pensi ancora a tutti quei lavori pretestuosi e all'elevata mole di “lavoro” prodotto da un mostruoso e farraginoso sistema burocratico, anch'esso divenuto fine a se stesso, che invece di semplificare la vita la complica all'ennesima potenza.

Basti pensare che se il governo decide che tutti i cittadini devono produrre una certa documentazione ogni anno, improvvisamente milioni di persone sono costrette a dedicare ore e ore del loro prezioso tempo a questa sorta di detestabile “attività lavorativa”, di cui fino a quel momento nessuno sentiva il bisogno!  

Ciò nonostante, neanche il lavoro pretestuoso può essere eliminato, né la burocrazia può essere snellita, perché altrimenti moltissime persone resterebbero senza uno stipendio e, stando alle odierne logiche economiche, a meno di voler ridurre in povertà milioni di persone, bisognerebbe inventarsi un altro modo per far sì che quei soggetti ritornino a lavorare.

Ma che razza di sistema economico è quello in cui il lavoro inutile, dannoso e pretestuoso non può essere eliminato, o peggio dev'essere scientemente introdotto, perché altrimenti si provocherebbe una crisi dovuta alla disoccupazione e milioni di persone rischierebbero di ridursi in povertà?

Per definizione, il lavoro inutile e dannoso dovrebbe essere eliminato dalla società migliorando le condizioni di vita di tutti, non peggiorandole: esso infatti non solo non è necessario, e quindi costringe le persone a sprecare tempo, risorse ed energia futilmente, ma è addirittura nocivo. La logica ci suggerisce che dovrebbe conseguirne soltanto un gran bene dalla sua eliminazione... e invece no! 

Il problema quindi non è se si possa, o si debba, eliminare il lavoro inutile e dannoso, pur riuscendo ad assicurare a tutti condizioni di vita uguali, se non addirittura superiori, rispetto a quando i lavoratori si dedicavano ad attività superflue e nocive, il problema è che non si può eliminare quel lavoro continuando ad agire all'interno delle logiche economiche vigenti: ecco il nodo da sciogliere.

Basterebbe soltanto questa costatazione per rendersi conto della pochezza e della nocività dell'odierna economia, la quale andrebbe immediatamente abbandonata, invece di continuare testardamente a tentare di escogitare delle "soluzioni" restando confinati al suo interno.

Ma le problematiche non finiscono qui! Vi è un altro eclatante punto di criticità da sottolineare: l'odierna organizzazione del lavoro non è finalizzata alla liberazione dell'umanità dalla costrizione al lavoro, il suo obiettivo, infatti, è di mantenere l'umanità sotto il giogo del lavoro, producendo e riproducendo le condizioni affinché le persone restino occupate.

Non appena si crea disoccupazione, a prescindere dalla sua causa, ecco che si attuano delle contromisure per creare più lavoro, in modo che le persone tornino a lavorare, possibilmente a tempo pieno.

La progressiva riduzione dell'orario di lavoro, accompagnata da un aumento delle retribuzioni orarie, resa chiaramente possibile dai grandi incrementi di produttività dovuti all'innovazione scientifico-tecnologica, non è minimamente contemplata come strategia di liberazione dell'umanità dalle catene del lavoro: non se ne parla, gli esseri umani devono continuare a sperimentare la schiavitù del lavoro, costi quel che costi.

Ed ecco che quando la produttività si accresce, o il capitalista licenzia parte dei suoi operai, di cui evidentemente non ha più bisogno per realizzare la medesima produzione, o sceglie di produrre di più senza licenziare nessuno; in entrambi i casi l'orario di lavoro resta invariato, così come le retribuzioni, mentre il capitalista si sfrega le mani perché è certo che in questo modo riuscirà ad accrescere il proprio profitto.

Ma che razza di sistema economico è quello in cui lo scopo non è di liberare l'umanità dal lavoro, ma di far sì che si riproducano le condizioni affinché i lavoratori continuino ad essere costretti a lavorare?

Che cosa se ne fa l'umanità di un sistema economico in cui gli incrementi di produttività vengono impiegati per incrementare le ricchezze di una élite di sfruttatori, invece di essere utilizzati per migliorare le condizioni di vita di tutti?

Si pensi ora all'automazione: supponiamo che il suo utilizzo consenta di liberare l'umanità da un certo quantitativo di lavoro. Benissimo, secondo le odierne logiche ciò significa che si dovrà trovare il modo per creare nuovo lavoro da assegnare agli esseri umani. 

Nessuno si chiede se il nuovo lavoro introdotto nella società sia utile e necessario, oppure no, nell'ottica del conseguimento di un reale benessere sociale: l'importante è che si crei più lavoro, così che le persone non restino disoccupate ed il modello economico continui ad esistere esattamente così com'è, con tutte le sue eclatanti contraddizioni.

E qual è la ricetta per creare più lavoro? Stando ai nostri benpensanti, la ricetta è una ed una soltanto: trovare il modo per far crescere l'economia.

Simili “rimedi” vengono attuati, non senza difficoltà, anche in economie “avanzate” di tipo consumistico, dove un ulteriore incremento dei consumi arrecherebbe soltanto dei danni, ma la cosa ancora più paradossale è che, poste le odierne logiche economiche, ciò dovrebbe esser fatto anche in un'ipotetica società ideale dove i bisogni di tutti i cittadini fossero pienamente soddisfatti e quindi, al verificarsi della disoccupazione, dovuta ad esempio ad un incremento di produttività e/o all'automazione di alcune mansioni, non vi sarebbe più alcuna esigenza di creare ulteriore lavoro, il quale, tra l'altro, oltre a sottrarre inutilmente ore di vita ai lavoratori, non è affatto detto che non sia dannoso!

Ma che razza di sistema economico è quello in cui la disoccupazione deve essere risolta facendo crescere l'economia così da creare più lavoro, anche quando l'umanità non ne ha affatto bisogno, obbligando così le persone a sacrificare inutilmente una ancor più ampia parte della loro vita per il lavoro, accrescendo per giunta anche l'impatto ambientale, soltanto perché questo è ciò di cui ha bisogno l'economia per non fallire?

Di che cosa avrebbero bisogno invece gli esseri umani per essere liberi e felici? È questa la domanda a cui gli economisti dovrebbero trovare risposta.

Oggigiorno sembra che non vi sia altra soluzione alla disoccupazione che non passi per la crescita dell'economia.

Ma siccome l'umanità, a forza di crescere, ha ampiamente superato di misura tutti i limiti che avrebbero potuto garantire una certa sostenibilità, senza peraltro esser riuscita a costruire una società che assicurasse reali condizioni di benessere per tutti, è ormai evidente che l'ostinarsi a voler applicare questa "soluzione" significherebbe creare un problema ancora più grande rispetto a quello che s'intende risolvere, mancando puntualmente di raggiungere l'obiettivo: la disoccupazione, infatti, è endemica nell'odierna società e non può essere eliminata senza cambiare le logiche economiche.

È un dato di fatto che, ogni qual volta si è verificata una crescita economica, e questa crescita ha comportato una certa riduzione della disoccupazione, tra l'altro senza mai riuscire ad eliminarla, puntualmente, dopo un certo lasso di tempo, inevitabilmente e irrimediabilmente, il problema della disoccupazione è tornato ad accrescersi ed a ripresentarsi. Ciò ha costretto i governi e gli individui ad ingegnarsi per ideare ed attuare in continuazione delle contromisure in direzione della creazione di nuovo lavoro.

Eppure, nonostante gli sforzi, la disoccupazione è stata sempre presente, in una certa percentuale, ed ogni qual volta si è riusciti a ridurla rilanciando l'economia, la sua entità è nuovamente aumentata: questo è il massimo che si è riusciti a fare ed è quanto di meglio si può fare, con le odierne logiche. 

Ormai, però, a forza di tentare di “risolvere” il "problema" della disoccupazione facendo crescere l'economia, si è arrivati ad un tal grado di iper-consumo che capitalisti ed economisti, dopo aver convinto le persone più benestanti a riempire le proprie abitazioni di cose inutili e a buttare via dopo pochi mesi di utilizzo oggetti costosi perfettamente efficienti e funzionanti, non sanno più neanche cosa inventarsi per spingere la popolazione ad incrementare ancora di più i livelli di consumo. 

E siccome un simile modello di “sviluppo” non funziona più nelle economia avanzate, si sta pensando di replicarlo nei Paesi meno “sviluppati”, dove è assai più semplice convincere le persone a imitare lo stile di vita dei Paesi più “avanzati”... peccato che questa volta interverranno i limiti ambientali a porre freno all'umana imbecillità. 

In altri termini, la sostenibilità economica implica l'insostenibilità ambientale: questo è il massimo della contraddizione!
Ma che razza di sistema economico è quello in cui le dinamiche di cui esso ha bisogno per essere “sostenibile” provocano un collasso dell'ambiente in cui quel sistema opera? 

È quindi del tutto evidente che servano soluzioni alternative per eliminare il problema della disoccupazione una volta per tutte dalla società, ed è oltremodo chiaro che simili soluzioni non siano neanche lontanamente compatibili con il paradigma economico attuale.

Si può dire, infatti, che la disoccupazione sia una caratteristica intrinseca all'odierna organizzazione socio-economica e che il sistema evolva per sua natura in direzione della creazione di nuova disoccupazione.

Quest'ultimo aspetto non è affatto detto che sia sempre negativo: un conto è se la disoccupazione è dovuta ad un cataclisma, un conto è se la disoccupazione è legata ad un incremento di efficienza/produttività del sistema.

Nel primo caso, le persone muoiono di fame perché non c'è modo di produrre/disporre di beni e servizi; nel secondo caso, il fatto che le persone muoiano di fame dipende dalle logiche del sistema economico: se si vive in una società organizzata come quella odierna, dove gli incrementi di produttività vanno ad arricchire una piccola minoranza di persone, allora al verificarsi della disoccupazione molti individui soffriranno la fame, ma se invece si vivesse in una società che utilizzasse gli incrementi di efficienza/produttività nell'interesse generale, al verificarsi della disoccupazione gli individui potrebbero scegliere se avere le stesse cose lavorando di meno, oppure se avere più cose ripristinando il precedente livello occupazionale, senza che nessuno abbia accesso ad un minor quantitativo di beni rispetto al passato.

Questo significa che, oggi, la disoccupazione è sempre un male per il popolo, non perché essa sia sempre un male in sé, bensì a causa delle distorsioni dovute alle odierne logiche economiche. 

Ciò diventa ancor più evidente se si pensa all'automazione del lavoro legata all'avvento di robot provvisti di intelligenza artificiale.

Lo sviluppo scientifico-tecnologico sta consentendo agli esseri umani di ottenere beni e servizi senza dover sprecare la propria vita nelle attività lavorative, le quali stanno raggiungendo livelli di automazione ed autonomia sempre più spinti.

Supponiamo, come caso limite, di vivere in un mondo dove tutto il lavoro è stato automatizzato. La disoccupazione sarebbe al 100% ma i beni ed i servizi di cui l'umanità avrebbe bisogno sarebbero disponibili: ma scusate tanto, quale sarebbe il problema?

Se il lavoro non c'è, ma i beni ed i servizi ci sono, è sufficiente dare a tutti i beni ed i servizi: fine della storia. 

C'è voluta la grandiosa intelligenza degli economisti per trasformare questa strepitosa opportunità di liberazione dell'umanità in una temibile disgrazia sociale che getterà nella miseria miliardi di persone "rubandogli il lavoro".

Se le odierne logiche venissero conservate all'interno di questa ipotetica società delle automazioni, accadrebbe una cosa completamente assurda: il sistema economico entrerebbe in crisi e sarebbe condannato al fallimento, perché siccome tutti sarebbero disoccupati nessuno avrebbe i soldi per permettersi di comprare i beni ed i servizi che però sarebbero disponibili in quanto prodotti/forniti dalle automazioni!

Ci sarebbe da ridere a crepapelle se non stessimo parlando del prossimo futuro dell'umanità... ma le criticità non finirebbero di certo qui! 

Infatti, anche supponendo che gli economisti siano così geniali, ma così geniali, da riuscire incidentalmente a concepire che si possono dare soldi creati dal nulla a costo zero a tutti gli esseri umani, senza che vi sia l'obbligo di dover lavorare per guadagnar denaro e senza indebitare nessuno - che sia anatema!!! -, così che le persone possano ricominciare a consumare, se i mezzi di produzione continuassero ad essere di proprietà privata e fossero concentrati nelle mani di un piccolo gruppo di capitalisti, così com'è ritenuto giusto, sacrosanto, auspicabile, necessario e naturale oggi da tutta una nutrita schiera di illustrissimi “pensatori” al servizio del Potere, allora si verrebbe a creare una dinamica che drenerebbe costantemente denaro dalla massa dei consumatori alla élite dei produttori, i quali oltre ad arricchirsi oltre misura ancor più di quanto non accada oggi, eserciterebbero un enorme potere sull'intera umanità: quello di decidere, a loro arbitrio cosa, come, quando, quanto, dove e perché produrre. 

Inoltre, se istituendo una sorta di reddito di esistenza universale ed incondizionato la proprietà e la gestione del denaro restasse nelle mani delle banche private, così come ritenuto giusto, sacrosanto, auspicabile, necessario e naturale oggi da tutta una nutrita schiera di illustrissimi “pensatori” al servizio del Potere, la cricca dei banchieri eserciterebbe un eclatante potere sull'intera umanità: quello di erogare, a suo arbitrio, il reddito di esistenza, dal quale dipenderebbe fortemente la sopravvivenza dell'umanità.

Se così fosse, essi potrebbero decidere l'importo del reddito, a chi darlo e a chi negarlo, imponendo dall'alto il livello di benessere sociale che, a loro giudizio, spetterebbe ad ogni singolo individuo. 

Concedere un simile potere all'interno di un'economia monetaria in cui i mezzi di produzione fossero di proprietà privata, significherebbe gettare le basi per l'instaurazione del regime più dispotico, distopico e totalitario che sia mai stato concepito e realizzato nella storia dell'umanità.

Badate bene che per dare soldi a tutti senza l'obbligo di lavorare, evitando problemi inflattivi, si dovrebbe calibrare il quantitativo di denaro sulla base della disponibilità di beni e servizi, attuando anche una sistematica azione redistributiva, perché altrimenti, per quanto abbiamo detto in precedenza, il sistema concentrerebbe spontaneamente la ricchezza nelle mani di pochi e così, anche se ci fossero soldi in abbondanza per soddisfare le necessità di tutti, in molti non ne avrebbero a sufficienza.

Pertanto, non si può evitare di evidenziare un altro punto di criticità: siamo proprio sicuri che chi ha scelto come scopo di vita quello dell'accumular ricchezze a dismisura, sia così ben disposto a cedere i suoi averi al resto dell'umanità per fare in modo che una massa di “fannulloni” possa avere un reddito sufficientemente elevato per consumare, inquinare e vivere in libertà?

In tutta sincerità io penso che la risposta sia negativa. 

L'ho già sostenuto altrove, ma val la pena di ricordare che, dal punto di vista dei ricchi, sarebbe molto più conveniente spazzare via dalla faccia della Terra la maggior parte degli esseri umani, ormai divenuti “inutili” e problematici (a loro giudizio). 

Inutili, perché grazie alle automazioni l'élite non avrà più bisogno di un così elevato numero di schiavi umani per produrre e fornire i beni ed i servizi che gli serviranno per  vivere nel lusso; problematici, perché il voler mantenere in vita una massa d'individui che pretende la ridistribuzione della ricchezza esistente per consumare risorse ed inquinare l'ambiente vivendo in condizione di effettiva libertà, rappresenterebbe un enorme problema per tutti i potenti del mondo, un problema la cui gestione richiederebbe un grande sforzo finalizzato alla realizzazione ed al mantenimento di un innovativo e ancor più spinto mezzo per il controllo sociale.

Si dovrebbe infatti mettere in atto un formidabile meccanismo per spiare, distrarre, indottrinare, indurre il sonno della mente ed abbassare il livello di coscienza, in modo assai più efficiente rispetto a quanto non venga già fatto, ma a quale scopo? Quello di mantenere in vita una massa di individui “inutili” che sprecano risorse e danneggiano l'ambiente? Tutto ciò sarebbe chiaramente sconveniente per l'élite.

È bene quindi che l'umanità si renda conto che forse sarebbe il caso di fare in modo che in una società altamente tecnologica non vi siano né individui ricchi né potenti, prima che quest'ultimi si decidano a mettere in atto la loro Soluzione Finale. 

Ma per fare in modo che non vi siano né ricchi né potenti nell'era delle automazioni, come minimo, oltre ad attribuire la proprietà del denaro all'intera umanità (ammesso che non ci si voglia spingere fino alla messa in atto di un sistema socio-economico che funzioni senza di esso), è di fondamentale importanza che anche i mezzi di produzione vengano collettivizzati.

Per comprendere il perché, basta immaginare che nell'odierno sistema economico tutto resti così com'è, con l'unica variante sostanziale che tutti i mezzi di produzione fossero della collettività, e non di una élite di soggetti privati, in modo tale che i profitti derivanti dal loro utilizzo, invece di arricchire un ristretto gruppo di sfruttatori parassitari, possano essere inseriti in un fondo comune da impiegare per soddisfare le reali esigenze dell'umanità, finanziando, ad esempio, un reddito di esistenza.   

Se così fosse, quale problema scaturirebbe dalla completa automatizzazione del lavoro? Nessuno, a patto che i complessivi livelli di produzione e consumo si attestassero entro certi limiti, al fine di assicurare una  certa “sostenibilità” ambientale. 

Consumando, infatti, gli esseri umani genererebbero un “profitto” collettivo, che finanzierebbe automaticamente quel reddito che gli consentirebbe di avere accesso a beni e servizi, dando luogo ad una sorta di ciclo chiuso che permetterebbe a tutti quanti di disporre di denaro, anche senza alcun obbligo di lavorare. 

Badate bene che un simile sistema potrebbe essere messo in atto anche in una società che non ha ancora raggiunto un completo livello di automatizzazione del lavoro, disinnescando gran parta degli “eclatanti”, “temibili” ed “irrisolvibili” “problemi” dovuti al fenomeno della cosiddetta disoccupazione tecnologica.

È del tutto evidente che se il profitto ottenuto al netto degli investimenti venisse redistribuito non vi sarebbe alcun problema sociale legato all'automazione del lavoro e volendo si potrebbe anche risolvere il “problema” della disoccupazione; ecco quindi che, nella giusta ottica, l'automatizzazione del lavoro potrebbe trasformarsi una strategia auspicabile.

Le soluzioni quindi non mancano di certo. Ciò che è interessante è riuscire a capire perché nessuna di esse venga attuata e si continui soltanto a professare la religione della crescita economica. 

Il motivo è presto detto: le soluzioni esistono, ma hanno un difetto... la loro attuazione è incompatibile con il mantenimento in essere del potere e delle ricchezze dell'élite che oggi domina il mondo. La crescita invece consente di conservare l'attuale ordine delle cose.

E siccome politici ed economisti non servono l'umanità, ma servono i cosiddetti “potenti”, per non tradire il mandato assegnato dai loro veri padroni, questa sottospecie di intellettuali non può far altro che “scartare” tali soluzioni, screditandole, ridicolizzandole e affermando che non sarebbero economicamente sostenibili, utilizzando degli espedienti retorici, senza mai confutare la validità di quelle soluzioni; una cosa che sarebbe impossibile da fare, perché in esse agisce la forza dirompente della verità.

Ecco allora spiegato perché nell'odierna società, da un lato, si sostiene che sia obbligatorio lavorare per sopravvivere e dall'altro si crea una realtà sociale in cui sistematicamente non c'è lavoro a sufficienza per tutti. 

Perché chi avrebbe la possibilità di eliminare la disoccupazione modificando le logiche economiche, attuando le migliori soluzioni a disposizione dell'umanità, non intende minimamente farlo, altrimenti andrebbe ad intaccare il potere e la ricchezza di quella stessa élite di cui egli è servo e complice; inoltre, dal punto di vista dell'élite, è utile che nella società vi sia sempre un certo tasso di disoccupazione.  

È ben noto come la presenza d'individui disperati, alla continua ricerca di una qualsiasi occupazione, sia altamente funzionale per abbattere i costi del lavoro e diminuire i diritti sociali, mantenendo sotto perenne ricatto i lavoratori. 

Al contrario, se vi fosse piena occupazione, i lavoratori accrescerebbero la loro forza come classe sociale, e comincerebbero a rivendicare diritti, tutele e un maggior salario.

E allora ben venga, dal punto di vista dell'élite, che le logiche del sistema economico mantengano in essere un certo quantitativo di disoccupati in modo sistemico: nulla è stato lasciato al caso.

En passant, vale la pena di sottolineare come l'imposizione dell'obbligo di lavorare per sopravvivere (valido soltanto per i poveri, ovviamente) in un sistema che non è in grado di assicurare che vi sia lavoro a sufficienza per tutti, dia luogo ad una situazione paradossale ed auto-contraddittoria, il cui esito è del tutto evidente: siccome i posti di lavoro non sono sufficienti, qualcuno rimarrà disoccupato.

Ciò rivela ancora una volta la pochezza mentale di chi ha contribuito a concepire un simile modello socio-economico, a meno che i “geni” che hanno compiuto una simile impresa non ritenessero giusto condannare alla miseria già in partenza chi non fosse stato sufficientemente competitivo da riuscire a primeggiare nella folle lotta alla sopravvivenza insita nelle regole del “gioco” economico.

Evidentemente, ideare un algoritmo per suddividere il lavoro utile e necessario alla collettività su tutta la popolazione abile al lavoro, con ragionevolezza ed equità, così che nessuno rischiasse di rimanere disoccupato e di non aver accesso ai beni ed ai servizi prodotti dalla società, era un obiettivo troppo complesso per le loro grandi menti; o forse avrebbe dato origine a dinamiche sociali troppo poco perverse per i loro gusti.

Meglio introdurre il concetto del “mercato del lavoro” in una società dove il lavoro è mantenuto relativamente scarso, così che i lavoratori inizino a scannarsi l'un con l'altro per ottenere l'agognato posto fisso, mentre le redini del sistema socio-economico restano ben salde nelle mani di una èlite di parassiti e di criminali.

Ed ecco che, come per magia, con la giusta dose di scarsità, competizione, indottrinamento, disinformazione, intrattenimento, censura, consumismo e repressione fisica, i moderni lavoratori salariati, invece di ribellarsi, hanno finito per lodare i propri sfruttatori, ringraziandoli per la strepitosa opportunità di diventar degli schiavi, illudendosi persino di essere liberi, senza neanche rendersi conto che ogni loro singola scelta è stata determinata, indotta, distorta, condizionata dal sistema, col preciso intento di annullare ogni individuo, per plasmare una sorta di robot che conduce una vita completamente meccanica perfettamente inquadrata in un'ordinaria follia.

Guai ad allentar le catene, perché i popoli avrebbero potuto incrementare il loro livello di coscienza, e magari avrebbero compreso che nella società non dovrebbero esistere né ricchi, né potenti, e forse si sarebbero anche potuti organizzare per eliminare ogni ingiustizia sociale. 

Per carità! Meglio passare da una forma di schiavitù ad un'altra, cambiando il nome alle cose, senza mutare alcunché. E così fu.

In generale, la presenza d'individui abili al lavoro disoccupati è una grande ingiustizia, sia che essi abbiano, o che non abbiano, bisogno di lavorare.

Nel primo caso, infatti, si starebbe condannando alla miseria un certo numero di persone; nel secondo, invece, si starebbe legittimando l'esistenza di individui ricchi e oziosi che sfruttano il lavoro altrui senza dare alcun contributo alla società. 

Inoltre, lasciare che vi sia forza lavoro inoccupata significa accrescere il carico di lavoro a chi invece, suo malgrado, è occupato, e questo è oltremodo odioso. 

Non è difficile capire che se lavorassero tutti, ciascuno potrebbe lavorare un po' di meno, essendo un po' più libero di scegliere come impiegare il suo tempo.

Non si capisce, quindi, perché si debba accettare che alcuni possano godere della piena libertà dal lavoro, scaricando il costo di questa libertà sull'esistenza degli altri.  

Pertanto, la disoccupazione non va ridotta: va eliminata.

La situazione ottimale è quella in cui, al netto di quegli individui che è giusto esonerare dal lavoro per motivi di età, studio e salute, nella società non vi sia affatto disoccupazione, perché tutti gli individui abili al lavoro si fanno carico pro-quota, in base alle proprie capacità, di una parte del lavoro effettivamente utile e necessario per produrre e fornire i beni ed i servizi di cui tutta l'umanità ha realmente bisogno.

Ma una simile condizione non è mai stata raggiunta e, se le attuali logiche economiche verranno mantenute, mai si raggiungerà, perché vi sarà sempre una certa sacca di disoccupati ed i lavoratori dovranno mantenere una classe d'individui oziosi e parassitari, facendosi per giunta carico di un evitabile aggravio del carico di lavoro dovuto alla minor forza lavoro impiegata.  

Si badi bene che, per come vanno le cose oggi, anche una situazione di piena occupazione darebbe luogo ad una grande ingiustizia sociale! 

Se così fosse, infatti, in molti sarebbero condannati a sprecare la maggior parte della loro vita per compiere un lavoro alienante e logorante in cambio di una paga che non è neanche detto sia sufficiente a mantenere se stesso ed i propri cari, mentre altri fingerebbero di lavorare, o non lavorerebbero affatto, guadagnando cifre astronomiche.

E tutto ciò al netto delle criticità dovute all'inefficienza, alla dannosità e all'inutilità del lavoro svolto, che se per disgrazia non venissero risolte e si combinassero con una situazione di piena occupazione, si tradurrebbero automaticamente in un'ulteriore accelerazione del disastro sociale che è già in atto.

Non basta che vi sia occupazione: vi dev'essere occupazione in relazione ad un lavoro che sia effettivamente finalizzato alla realizzazione del benessere sociale. Altrimenti, invece di utilizzare risorse ed energie per migliorare le condizioni dell'umanità, si finisce per peggiorarle ulteriormente. 

Non è tanto un discorso di quantità, quanto di qualità del lavoro che si decidere di mettere in atto, posto che il fine perseguito sia sano: che senso ha aumentare il numero dei vogatori per incrementare la velocità della nave, se non ci si accorge neanche che ci si sta dirigendo verso una cascata?

Come viene “risolto” oggi il problema del lavoro detestabile, ovvero la questione dell'assegnazione dei compiti che nessuno vorrebbe fare? Con il ricatto, la violenza e la forza. 

La logica ed il buon senso vorrebbero che i lavori peggiori fossero anche i più remunerati: e invece accade esattamente il contrario. 

Il minatore è uno schiavo che viene costretto a lavorare 12 ore al giorno per un pezzo di pane, mentre l'amministratore delegato è lautamente pagato per intrattenere qualche commensale al tavolo di un ristorante di lusso. 

Oggi non ci si preoccupa di fare in modo che nell'assegnazione delle mansioni siano rispettate le naturali vocazioni, i talenti e la reale volontà degli individui.

Come distribuisce le mansioni l'odierna società? Attraverso il mercato del lavoro, all'interno del quale i lavoratori si mettono autonomamente in vendita al migliore offerente, non prima di aver speso anni e anni della loro vita per formarsi nel migliore dei modi, così da apparire il più possibile appetibili agli occhi degli sfruttatori, esattamente come si addice a dei perfetti schiavi. 

Il sistema si regge sull'illusione che attraverso il mercato i lavoratori abbiano la libertà di scegliere il lavoro che preferiscono: niente di più falso! 

I lavoratori non scelgono affatto cosa fare, al più essi scelgono cosa fare tra ciò che il mercato del lavoro gli propone, essendo costretti ad agire con modalità compatibili con la sua volontà, dovendo eseguire ordini che gli verranno imposti e che se non saranno rispettati comporteranno il licenziamento.

I lavoratori si adattano a fare ciò che trovano, e siccome la maggior parte degli esseri umani non può permettersi di vivere senza lavorare, non di rado, accade che i moderni schiavi salariati tollerino le peggiori condizioni di sfruttamento.

Nonostante si cerchi in ogni modo di far passare tutto ciò come se fosse “normale”, “naturale”, “giusto”, “inevitabile”, se non addirittura “auspicabile”, il lavoro non è affatto una libera scelta individuale, è piuttosto una brutale imposizione, una forzatura che deve rispondere alla presunta Volontà di un'entità metafisica immaginaria: quella di un sistema economico folle basato sul dominio, sulla menzogna e sul profitto. 

Nemmeno chi tenta di aprire un'attività in proprio è libero di organizzare il lavoro come meglio crede, perché anch'esso, se vorrà evitare di fallire, dovrà fare in modo che il suo lavoro sia economicamente “sostenibile”. 

Anch'egli, quindi, volente o nolente, dovrà prostrarsi al dio Denaro, assecondando il suo volere, e non potrà ignorare le richieste del dio Mercato. Ma in tal modo lo spettro delle possibilità si ridurrà grandemente, passando dall'insieme del fisicamente possibile ad un suo sottoinsieme determinato dalla sovrastruttura economica.

Pertanto, da un punto di vista dell'azione economica, né il capitalista né il lavoratore è effettivamente libero di agire come meglio crede: il primo perché è “obbligato” a far profitto, altrimenti la sua azienda fallirebbe; il secondo perché è “condannato” ad esser sfruttato, altrimenti non avrebbe soldi a sufficienza per vivere. Sempre ammesso che un individuo sia disposto a recitare uno dei suddetti ruoli.

Ciò dimostra che il cosiddetto “libero mercato” non è affatto libero, ma è bene che si utilizzi il termine “libertà” a sproposito, così che la massa si illuda di essere libera e prenda parte alle dinamiche del sistema senza ribellarsi.

In definitiva, volendo rimanere all'interno dell'odierna società, c'è una sola condizione che crea i presupposti per una vera ed autentica libertà: avere soldi a sufficienza per non esser costretti a partecipare alle forzature dell'economia, potendo godere dei suoi frutti senza subire i suoi imperativi.

Del resto, se per acquistare beni e servizi ti viene imposto di guadagnare denaro e per farlo, di norma, si deve lavorare, è del tutto evidente che soltanto chi è sufficientemente ricco da permettersi il lusso di non lavorare può essere effettivamente libero: tutti gli altri sono inevitabilmente vittime, in una certa misura, di una qualche forma di schiavitù nei confronti del lavoro.

Alcuni riusciranno a sopravvivere lavorando a tempo parziale, altri potranno avere la fortuna di far coincidere obblighi con interessi personali, e questo potrà addirittura alleviare la loro percezione di privazione della libertà, inducendoli a credere che siano stati loro a scegliere di svolgere quel lavoro, secondo quelle precise modalità, quando invece è stata la società, con un sottile inganno, a spingerli a fare ciò che fanno, esattamente come lo fanno. 

Anch'essi, infatti, come tutti gli altri individui che devono lavorare, non stanno scegliendo in modo effettivamente libero come condurre la propria esistenza, perché abbiamo già chiarito che soltanto chi è sufficientemente “ricco” può farlo; dovranno piuttosto sacrificare la propria esistenza per ottemperare alle pretese del sistema socio-economico in cui vivono.

Questi soggetti s'illuderanno di essere liberi, e vi diranno con convinzione che sono stati essi stessi ad aver scelto cosa fare, ma di fatto, pur vivendo in uno stato di chiara inconsapevolezza, saranno comunque degli schiavi ed agiranno come tali: questa verità non passerà inosservata agli occhi di ogni mente risvegliata dagli inganni dell'odierna società. 

La libertà di scelta tra cosa fare e cosa non fare, che di fatto si traduce nel fare soltanto ciò che è compatibile con le pretese del mercato, è un sofisticato artificio per tentare di nascondere, giustificare e legittimare, ciò che invece è oltremodo chiaro ed evidente: la riduzione in schiavitù della quasi totalità degli esseri umani attualmente presenti sul pianeta Terra. 

L'odierna organizzazione del mondo del lavoro non è altro che la prosecuzione dell'antica tratta degli schiavi. Passando dallo schiavo incatenato al lavoratore salariato è mutata la forma ma non la sostanza. 

L'unica libertà che è stata concessa ai moderni schiavi mediante il mercato del lavoro è la libertà di recarsi nei luoghi di lavoro a mendicare la propria schiavitù, non prima di essersi istruiti autonomamente così da divenire più appetibili agli occhi degli sfruttatori.

Ridurre le persone in schiavitù, costringendole a compiere per 8 ore al dì attività per cui spesso non hanno un vero talento, forzandoli ad agire contro la loro reale volontà, perché questo è l'unico modo che hanno per guadagnare il denaro che gli serve per sopravvivere, è la peggiore strategia possibile per organizzare il mondo del lavoro.

Così facendo, infatti, si arreca una grande sofferenza agli individui e si produce un enorme danno alla società, perché da un lato si avranno lavoratori inoperosi, oppressi, malati ed infelici e dall'altro si avrà un'organizzazione del lavoro altamente improduttiva ed inefficace. 

È oltremodo noto come la costrizione al lavoro provochi depressione, malattia, perdita di creatività, annullando la forza e l'energia vitale del lavoratore, il quale, vittima di una vera e propria quotidiana forma di violenza da me altrove definita “stupro lavorativo”, non potrà far altro che svolgere in malo modo la mansione che è stato indotto e costretto a fare.

Chiunque abbia avuto qualche esperienza lavorativa sa benissimo che un solo individuo appassionato e motivato può compiere il medesimo quantitativo di lavoro in modo qualitativamente superiore al lavoro svolto da decine di persone demotivate che sono costrette a lavorare contro la propria volontà, senza contare che tutte le più grandi imprese, concezioni, creazioni e scoperte, sono sempre state compiute da esseri umani che hanno avuto la fortuna e l'occasione di vivere in un contesto sociale che gli ha consentito di avere tempo e mezzi per coltivare e allineare il proprio essere con le proprie attività.

Si pensi ad un dipendente di un ufficio pubblico che ricopre quel ruolo soltanto perché la società gli impone di guadagnare uno stipendio ed egli non ha trovato un altro modo per farlo. 

È il minimo che possa accadere che quel lavoratore sia scontroso, arrogante, svogliato, depresso, stanco, demotivato, abbruttito, ammalato, e quindi “inefficiente”, nel senso più ampio del termine. 

Ma le qualità negative che egli manifesta non sono sue caratteristiche intrinseche: sono la conseguenza di ciò che egli è costretto a vivere sulla propria pelle. 

Magari, nel suo intimo, quel lavoratore ama le piante e da piccolo, quando la sua mente non era ancora contaminata dai condizionamenti sociali, sognava di diventare un giardiniere. 

Si scopre così che se invece di riempire scartoffie gli fosse stata concessa l'opportunità di guadagnare il medesimo salario curando il verde pubblico, lo stesso individuo avrebbe espresso il suo vero potenziale, essendo felice di tenere in perfetto ordine i giardini del suo paese, abbellendoli con una tale maestria da riuscire a deliziare tutti i suoi compaesani, che invece attualmente lo insultano per la sua svogliatezza nel portare a compimento le pratiche burocratiche.

Il posto di giardiniere, però, venne assegnato ad un altro individuo che aveva la vocazione di lavorare nell'ufficio del comune, ma che purtroppo perse il concorso per aggiudicarsi quella posizione lavorativa, e dovendo per forza di cose lavorare per mantenere la sua famiglia, ripiegò verso un altro mestiere nei confronti del quale non aveva nessuna competenza e non nutriva alcun reale sentimento. 

E così gli abitanti di quel paese, oltre ad avere un burocrate svogliato, dovettero subire anche gli effetti del mal-lavoro di un giardiniere privo di passione.

Simili vicende non rappresentano casi isolati ed aneddotici, ma sono la normalità a causa dell'odierna organizzazione del lavoro. 

Chiunque, infatti, può constatare l'elevata presenza di persone demotivate e incompetenti che ricoprono un certo ruolo, nonostante non siano minimamente interessate a farlo, non abbiano conoscenze adatte e non nutrano alcun interesse nei confronti di ciò che, in realtà, sono stati obbligati a fare, contro la propria volontà.

Inutile spender parole per tentare di quantificare gli incredibili “costi” sociali dovuti ad una così miope disposizione della forza lavoro: volendo utilizzare una metafora calcistica, sarebbe come se il miglior attaccante venisse fatto giocare in porta, ed al suo posto venisse schierato il portiere!

Ciò accade perché invece di stabilire sulla base di criteri oggettivi e razionali quale sarebbe il miglior soggetto da impiegare per svolgere un certo compito, tenendo in considerazione sia le competenze che la passione dei singoli, si lascia che i lavoratori competano uno contro l'altro per accaparrarsi ad ogni costo i posti disponibili, ambendo al cosiddetto “posto fisso”, cercando possibilmente di accaparrarsi il lavoro meno impegnativo e meglio retribuito.

E come se tutto ciò non bastasse ad arrecar danno alla società, il sistema induce i lavoratori a tenersi ben stretto il proprio lavoro, perché se per disgrazia qualcuno abbandonasse la posizione lavorativa conquistata combattendo duramente, sarebbe condannato a dover nuovamente ricominciare da capo a lottare in modo forsennato con altri disoccupati più giovani e agguerriti, al fine di ri-aggiudicarsi un altro posto di lavoro, correndo il serio rischio di stipulare un contratto con condizioni peggiori rispetto a quelle precedenti, di rimanere disoccupato a lungo o di ridursi in povertà non riuscendo più a trovare un lavoro.

Così facendo, tutti i lavoratori che vorrebbero cambiare mestiere, perché in coscienza sanno perfettamente di essere incompatibili con ciò che fanno, ben si guardano dal licenziarsi e continuano ad arrecar danno a se stessi ed alla società.

Ciò accade tanto nel settore pubblico quanto nel privato, dove, contrariamente a quanto si pensi, non è affatto raro trovare dirigenti più stupidi ed ignoranti di alcuni operai, mentre, in generale, la maggioranza dei dipendenti, nel loro intimo, vorrebbe fare ben altro nella vita, anche se poi, di fatto, continua a lavorare in modo forzoso all'interno di fabbriche e aziende. 

E così, per tirare avanti, essi arrivano a rinnegare se stessi ogni singolo minuto di ogni maledetta giornata lavorativa, anche se magari, esteriormente, fanno di tutto per negare questa lapalissiana evidenza. 

Costoro potranno forse ingannare amici, parenti e datori di lavoro, così da riuscire a conservare il posto di lavoro ed esibire una maschera di realizzazione al resto della società, ma non riusciranno mai ad ingannare se stessi; col passare del tempo, infatti, il malessere esistenziale che essi si stanno auto-infliggendo corromperà i loro spiriti ed il decadimento psico-fisico dovuto ad una vita di forzature contro natura si manifesterà in modo inequivocabile, sfociando in depressione, malattie mentali, comportamenti antisociali, vizi, infortuni, malattie e, in casi più estremi, morte per suicidio. E tutto ciò non è un fatto da ascriversi alla natura dell'essere umano, ma all'organizzazione del sistema socio-economico.

Si capisce quindi come i criteri di selezione, assegnazione e mantenimento dei lavoratori nei confronti delle posizioni lavorative, siano fortemente falsati da un ambiente sociale fondato sulla competizione, sul terrore, sull'obbligo del lavoro e sulla ricerca del massimo vantaggio personale.

Ad incrementare la problematica dovuta allo scorretto utilizzo della forza lavoro disponibile che viene impiegata mettendo in secondo piano passioni, capacità e volontà, contribuisce negativamente anche l'enorme disparità di trattamenti, sia in termini di retribuzione che di qualità del lavoro, che sussiste tra i vari ruoli sociali. 

A causa di tali differenze s'introducono ulteriori distorsioni, perché se i mestieri non assicurano un comparabile livello di benessere, sia da un punto di vista qualitativo che retributivo, è del tutto evidente che i lavoratori non sceglieranno la propria occupazione guardando esclusivamente alla propria passione, ma inizieranno a fare anche delle valutazioni che li porteranno a tentare di aggiudicarsi il posto di lavoro che gli consente di tribolar di meno e di guadagnar di più, arrivando perfino a sacrificare la propria vera vocazione.

Oltre a ciò vi è un'ennesima paura: quella di non riuscire a trovare occupazione, ancor prima di aver iniziato a lavorare, non appena terminati gli studi! 

Ed ecco che gli studenti non studieranno esclusivamente per passione, ma inizieranno ad effettuare scelte e valutazioni in funzione del lavoro.

Come si spiega che in Italia il test d'ingresso per la facoltà di medicina sia quello che ogni anno fa registrare il maggior numero di partecipanti? 

Non di certo con un elevato spirito umanitario: si spiega perché quello del medico è reputato un ruolo di “alto” livello nell'odierna scala di valori, oltre ad essere un mestiere ben pagato, stabile e rispettato. 

Così facendo si attirano un gran numero d'individui che non vogliono fare i medici per passione ma per prestigio o per denaro, che entreranno in competizione con gli altri e sottrarranno posti a chi invece veramente avrebbe una reale vocazione nei confronti di quel mestiere.

Qualcuno dirà che i test d'ingresso sono fatti apposta per selezionare i miglior talenti: che completa assurdità!
Superare un test psico-attitudinale, un concorso, o un colloquio di lavoro, non significa affatto essere adatti ad un certo percorso di studi o ad un mestiere: significa soltanto che si disponeva delle capacità e delle conoscenze adatte a superare quella “prova” effettuata in quello specifico giorno, in relazione ai partecipanti presenti in quella giornata. Punto. 

La questione centrale non è selezionare i lavoratori mediante dei ridicoli test per tentare di capire quale sia il soggetto migliore da impiegare tra quelli che si sono presentati, mettendo in atto una folle corsa competitiva falsata da pressioni socio-economiche di varia natura. 

Il punto è creare un'organizzazione sociale senza pressioni, dove essere disoccupati non implichi la negazione all'accesso a beni e servizi essenziali per vivere, dove ogni lavoro sia dignitoso ed equiparabile agli altri in termini di qualità di vita e di retribuzione, in modo tale che le persone possano mettersi a disposizione della società con serenità e si possano destinare le migliori energie ad ogni ruolo, senza dar luogo alle ingiustizie sociali ed alle distorsioni dovute al meccanismo del “dover trovare un lavoro tra quelli esistenti per sopravvivere”, evitando così che gli individui siano indotti a scegliere il proprio mestiere con valutazioni di tipo economico, perché ad esempio un certa attività consente di guadagnare di più rispetto ad un'altra.

Inoltre, bisognerebbe creare le condizioni affinché nessuno sia spinto a tenersi stretto un posto di lavoro per tutta la vita, per paura di rimanere disoccupato e di finire in povertà, continuando a lavorare anche nel caso in cui quel posto di lavoro non sia compatibile con il suo essere. 

Le persone cambiano nel tempo, e magari ciò che per un individuo era assolutamente perfetto in una certa fase della vita, in un'altra, diviene totalmente incompatibile con il suo nuovo spirito.

È quindi giusto che i lavoratori possano avere un'effettiva libertà di cambiare lavoro in condizioni di assoluta sicurezza economica, ogni qual volta sia opportuno che ciò avvenga. 

Questo significa che, come minimo, la società dovrebbe assicurare a tutti gli esseri umani un certo tenore di vita a prescindere dalla mansione svolta e dal fatto che, in un dato istante, un individuo sia occupato o sia in attesa di collocazione, chiedendo in cambio che tutti gli individui abili al lavoro contribuiscano alla società prestando un certo quantitativo di lavoro al dì, combinando al meglio passioni, capacità e volontà dei singoli con le esigenze della collettività. 

Tutto ciò, a condizione che questo contributo sia scientificamente minimizzato in relazione agli obiettivi che ci si è prefissati di raggiungere a livello sociale, così che nessuno debba essere costretto a dedicare al lavoro non un secondo in più rispetto a ciò che è strettamente ed effettivamente necessario.

Oggi, invece, non solo se non lavori rischi di fare la fame, ma ci sono lavoratori che a mala pena riescono a sopravvivere nonostante dedichino al lavoro 12 ore al giorno della loro unica esistenza, mentre ve ne sono altri che vivono nel lusso “lavorando” soltanto per qualche ora al mese o addirittura non lavorando affatto: questo è il massimo dell'ingiustizia!

Tutto ciò è semplicemente intollerabile: se è vero che, in quanto esseri umani, c'è un qualcosa che accomuna tutti i membri della società, pur nelle diversità che rendono unico ed irripetibile ciascun individuo, allora è giusto e doveroso che tutta l'umanità si faccia carico pro quota del lavoro che serve alla società, lavorando per un comparabile numero di ore a testa, a fronte di un compenso equiparabile.

Il fatto che un individuo scelga di fare il medico, lo scienziato, l'insegnate, l'operaio o l'operatore ecologico, non dovrebbe comportare alcuna differenza nel tenore di vita di quel soggetto; la società ha bisogno di ciascuna di queste figure professionali, e ciascun lavoratore, quando si dedica ad una certa attività, spende il proprio tempo esistenziale: è questo il vero “costo” per ogni individuo che si dedica al lavoro, e questo costo è il medesimo per ogni essere umano, a prescindere dalla mansione che egli ha scelto di svolgere. 

Per questi motivi, tutti i mestieri dovrebbero essere ricompensati in egual misura, perché un'ora di tempo dedicata al lavoro è un'ora di tempo dissipata, tanto per un medico, quanto per uno spazzino.

Il fatto che una certa mansione sia più complessa rispetto ad un'altra non deve implicare che sia giusto che qualcuno debba percepire di più rispetto agli altri: questa è l'ennesima distorsione indotta dalla concezione che il lavoro serva per guadagnare un compenso monetario.

Il lavoro non dovrebbe essere scelto in base al fatto che sia più o meno complesso, meglio o peggio retribuito, ma in base ad una reale e autentica vocazione, per passione e volontà.

Del resto, un individuo effettivamente portato nei confronti di un'attività, nel compierla, non prova alcuna fatica, neanche quando quell'attività richiede degli sforzi fisici estremi, né trova difficoltà, neanche se si trattasse effettivamente dell'attività più complicata del mondo.

In modo duale, un individuo che non ha una naturale inclinazione rispetto ad una certa attività, nel compierla, prova una grande fatica, anche se questa non richiede particolari sforzi fisici, e incontra grandi difficoltà, anche se si tratta dell'attività più banale del mondo.

Ciò ad ulteriore prova del fatto che il criterio di scelta del lavoro non dovrebbe essere il compenso ricevuto in cambio di esso, ma il talento, la vocazione, la passione... e così via.

Una simile criterio di scelta potrebbe trovare applicazione soltanto in una società che assicurasse già in partenza a tutti gli esseri umani un elevato e comparabile livello di vita come precondizione, al pari d'un diritto universale ed incondizionato, eliminando il concetto del dover lavorare in cambio di un salario: in altri termini, si sta sostenendo di svincolare il lavoro dalla retribuzione.

Per questo io propongo di sostituire il concetto di salario con l'accesso gratuito ed universale ai beni ed ai servizi realizzati e forniti mediante le attività lavorative che scaturiscono da un organizzazione del lavoro basata sulla sinergia di automazioni ed esseri umani che cooperano in direzione del benessere collettivo. Ciò consentirebbe anche di eliminare l'uso del denaro.

Così facendo, lo scopo del lavoro non sarebbe più quello di lavorare in cambio di un salario, ma di dare il proprio contributo in base alle proprie naturali inclinazioni per fare in modo che il sistema responsabile di assicurare un certo tenore di vita a tutti i membri della società possa funzionare al meglio delle possibilità.

Come naturale conseguenza di una simile organizzazione, non vi sarebbero più né sfruttati, né sfruttatori, ma soltanto esseri umani con interessi comuni che cooperano in modo coordinato per il medesimo fine volto al benessere collettivo. 

Oggi, invece, è ritenuto del tutto “normale” e “auspicabile” che vi siano due classi con interessi intrinsecamente contrapposti, quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori, le quali, a causa della reciproca incompatibilità dei rispettivi fini, non possono far altro che inscenare una perenne lotta.

I primi, infatti, vorrebbero guadagnare di più lavorando di meno, ma tutto ciò può esser fatto soltanto a danno degli sfruttatori; i secondi invece, vorrebbero ottenere un maggior profitto, un obiettivo che non può essere conseguito senza danneggiare, in qualche modo, la classe degli sfruttati. 

Ma per quale assurdo motivo dovrebbero esistere individui ricchi e individui poveri? E perché mai dovrebbero esistere persone che sfruttano e persone che vengono sfruttate? 

Come una simile contrapposizione possa condurre al benessere sociale è un mistero della fede della religione capitalistica che non ci è dato sapere. 

Ciò che invece è noto, è che ormai il fatto che alcuni individui ne sottomettano altri, al fine di sfruttarli e sottrargli la maggior parte del prodotto del loro lavoro, invece di essere considerata una prassi brutale, dannosa ed ignobile da estirpare dalla società, possa avvenire in tutta tranquillità, alla luce del Sole e nel pieno della legalità, con tanto di un regolare contratto di sfruttamento firmato da entrambe le parti.

Del resto, non c'era d'aspettarsi altro da una società fondata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, se non l'elevazione della schiavitù al più alto rango del sistema: quello della legalità.

Il lavoro come mezzo di controllo sociale

Poco sopra si accennava a come, nell'odierna società, la consapevolezza di dover competere per aggiudicarsi un lavoro sia così potente da agire addirittura in modo retroattivo, determinando scelte di fondamentali importanza per gli adolescenti, ancor prima che questi entrino nel mondo del lavoro.

È assai raro che uno studente si dedichi a ciò che intimamente vorrebbe fare. Ciò è evidente se si guarda al suo percorso formativo. 

Di norma, egli sceglierà un certo indirizzo di studi tra quelli proposti dal sistema, tentando di prevedere quali figure professionali richiederà la società una volta che sarà entrato in possesso di un diploma e/o di una laurea, perché, così facendo, avrà maggiori possibilità di trovare un lavoro.

Neanche la scuola, ed ancor meno l'università, si sottraggono agli imperativi del mercato (ammesso che lo abbiano mai fatto), e così la “scelta” rispetto a cosa studiare è già in partenza una non-scelta, perché l'offerta formativa non copre l'intero spettro delle possibilità, ma è funzionalmente subordinata alle necessità della sovrastruttura economica.

L'obiettivo non è di contribuire al processo di formazione di veri esseri umani, gioiosi, vitali, creativi, sensibili, critici e pensati, ma di plasmare lavoratori acritici, docili ed ubbidienti, talvolta anche altamente istruiti, ma privi di sensibilità e coscienza.

Anche le modalità scolastiche riproducono fedelmente quelle del mondo del lavoro, anticipandole: ci sono delle autorità che vanno rispettate, i docenti nelle scuole ed i cosiddetti “superiori” nelle aziende; l'apprendimento non è volontario ma obbligato, così come il lavoro; il corpo non può muoversi liberamente ma è immobilizzato, così come quello del lavoratore che deve passare 8 ore al dì, bene che vada, rinchiuso in un ufficio o in piedi davanti ad una catena di montaggio; chi non rispetta gli ordini viene punito mentre chi li esegue in modo eccellente viene premiato, esattamente come accade con il licenziamento e le promozioni... e così via.

Simili analogie non possono essere casuali: esse servono ad addomesticare gli spiriti selvaggi delle nuove generazioni, per renderli compatibili con l'ordine sociale in cui verranno inseriti.

Il risultato di questo lungo processo di programmazione mentale è una sorta di uomo-macchina da dare in pasto al mercato del lavoro, un individuo privo di un'autentica volizione, disposto a rinnegare se stesso per mettersi al servizio del sistema, nonostante ciò sia la causa di ogni sua sciagura esistenziale.

La stessa organizzazione del lavoro è basata sulla violazione delle volontà individuali ed il mancato rispetto della libertà dei singoli. I lavoratori, infatti, sono degli ingranaggi di un sistema completamente al di fuori del loro controllo; un sistema che li sfrutta, li opprime e li annulla.  

E quando il lavoro manca, sono gli stessi lavoratori a scendere in piazza a chiedere che i governanti incrementino il lavoro. Sembra incredibile ma è davvero così che vanno le cose: con la moderna società capitalistica si è riusciti a far ambire agli schiavi la propria schiavitù.

In realtà, le persone non vogliono affatto lavorare secondo le odierne modalità, oggettivamente disumane, ma siccome questo è l'unico modo che hanno per procurarsi il denaro che gli serve per sopravvivere, arrivano addirittura a difendere questa sorta di sistema di schiavitù legalizzata, sprecando la loro intera vita per compiere giorno dopo giorno azioni prive di senso che nel loro intimo detestano profondamente, fino a quando non diventano troppo vecchi, stanchi o ammalati per continuare. 

A quel punto verranno cacciati in malo modo dal mondo del lavoro, perché essi saranno divenuti “inutili”, a causa della loro improduttività. E così, dopo una vita di duro lavoro, la società gli farà comprendere con i fatti ciò che essi sono sempre stati, fin dal principio: semplici numeri, assegnati per identificare schiavi intercambiabili, ormai divenuti scarti umani.

Ma a quel punto sarà tardi per ribellarsi, perché un'intera esistenza sarà stata sprecata. I pensionati, però, hanno ancora una funzione da svolgere nella società capitalistica: quella di spendere la pensione ed i risparmi faticosamente racimolati, per tentare disperatamente di curare le malattie causate da una vita di lavoro forzoso.

Come? Acquistando medicinali appositamente concepiti per mantenere in vita sia il paziente che le sue malattie, così che il malato non guarisca mai e sviluppi una “sana” dipendenza nei confronti del sistema sanitario e dei “rimedi” venduti a caro prezzo dall'industria farmaceutica asservita al dio Denaro.

Com'è possibile che non si verifichi una rivolta di massa contro un sistema così mal organizzato, oppressivo ed ingiusto? Com'è possibile che gli esseri umani scelgano di adottare un sistema economico così pessimo?

In realtà, nessuno sceglie di vivere in una società capitalistica: il capitalismo viene imposto.

Gli individui nascono e crescono in un contesto sociale che fa di tutto per inculcare e far accettare ai suoi membri i valori e le credenze utili al mantenimento in essere dell'ordine costituito. 

Fatta eccezione per una sparuta minoranza d'individui, che possiamo identificare con l'1% della popolazione che ottiene lussi e potere dall'odierna organizzazione socio-economica, per tutti gli altri sarebbe completamente insensato accettare di vivere in una società capitalistica.

Supponiamo di proporre l'adozione dell'attuale modello socio-economico ad un'altra comunità di esseri umani che si sono evoluti su di un altro pianeta con caratteristiche del tutto simili a quelle della Terra, i quali però hanno sviluppato un differente sistema socio-economico, basato su altri valori e logiche differenti: «vi proponiamo di adottare un'organizzazione socio-economica predatoria basata sulla forza, la violenza, il dominio, la competizione e l'egoistica ricerca di un profitto personale, ecologicamente insostenibile ed intrinsecamente fondata sul debito e sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che devasterà l'ambiente, causerà guerre, dolore, ingiustizie e criminalità, provocherà l'estinzione degli animali e vi renderà malati ed infelici, non prima di aver ridotto in schiavitù la maggior parte dei vostri cittadini mediante l'obbligo sociale di dover dedicare la maggior parte del tempo di vita ad un iper-lavoro inutile e dannoso, organizzato in modo folle, inefficiente e criminale, grazie al quale potrete guadagnare dei pezzi di carta che vi consentiranno di acquistare i beni ed i servizi prodotti e forniti col frutto del vostro lavoro. Alcuni individui lavoreranno poco, o non lavoreranno affatto, guadagnando moltissimo, mentre molti altri lavoreranno tantissimo guadagnando pochissimo. Questi pezzi di carta verranno creati dal nulla a costo zero, e saranno emessi a debito da soggetti privati che ne pretenderanno la restituzione con tanto di interessi che nemmeno esistono, non essendo ancora stati creati. Verrà così a formarsi un debito eterno matematicamente inestinguibile che, oltre a far arricchire a dismisura una cricca di criminali, che acquisirà un potere smisurato, condannerà il sistema economico a crescere e ad indebitarsi continuamente per evitare di fallire. Il denaro potrà essere accumulato in modo illimitato, così come le risorse ed i beni materiali che saranno soggetti al concetto della proprietà privata, mentre chi, per qual si voglia ragione, non avrà denaro a sufficienza, non potrà accedere neanche ai beni ed ai servizi essenziali per la sopravvivenza. Alcuni individui deterranno la proprietà dei mezzi di produzione, altri non avranno alternativa a vendere la propria forza lavoro. Così facendo si verranno a creare due classi d'individui: quella degli sfruttati e quella degli sfruttatori, che lotteranno l'una contro l'altra. E tutto ciò, per fare in modo che soltanto un 1% della popolazione possa trarre enormi vantaggi in termini di potere e ricchezza, sottomettendo al proprio volere la restante parte della popolazione, la quale, oltre ad esser inutilmente condannata ai lavori forzati, sperimenterà in larga parte delle condizioni di estrema povertà. Anche quando i beni ed i servizi saranno disponibili in quantità sufficienti per soddisfare le esigenze di tutti, si preferirà far iper-consumare soltanto una minoranza della popolazione, lasciando la restante parte d'individui nella miseria. Nonostante il lavoro possa essere automatizzato a vantaggio di tutti, l'élite preferirà condannare la massa ai lavori forzati, così da riuscire ad esercitare al meglio il controllo sociale. Tutto ciò andrà avanti fin quando, per una qualche ragione, il sistema collasserà, ad esempio, per questioni ecologiche o a causa di una guerra».

Come reagirebbero questi individui alla precedente richiesta? Soltanto una comunità di esseri umani completamente fuori di senno potrebbe adottare un simile sistema sociale.

Eppure quella appena riportata è l'esatta descrizione del sistema capitalistico adottato sul pianeta Terra: se ciò avviene è evidente che non possa essere una questione di effettiva volontà, ma che invece vi debba essere una commistione di inconsapevolezza, inganni e costrizione. 

Non è un mistero che l'odierna organizzazione socio-economica si mantenga in essere mediante un mix di condizionamenti mentali impartiti con l'istruzione e la continua (dis)informazione, ricatti economici esercitati col denaro, una metodica strumentalizzazione della paura e la giusta dose di violenza verbale e fisica, ove necessario. 

Dalla sinergia di queste strategie emerge un feroce strumento per il controllo sociale, che agisce per mantenere in essere un sistema del quale non è poi così semplice acquisire coscienza ed è ancor più difficile liberarsi, pur essendone pienamente consapevoli.

Oltre al già citato fenomeno dell'attaccamento al lavoro/schiavitù, che induce gli oppressi a difendere il sistema responsabile della loro stessa oppressione, con un po' di riflessione, ci si accorge che è l'intera organizzazione del lavoro in sé, così come la conosciamo oggi, ad essere tremendamente efficace come ulteriore mezzo per esercitare il controllo sociale.

Non serve molto per rendersi conto che mantenere le persone “occupate” per la maggior parte della loro esistenza mediante l'obbligo sociale di condurre attività lavorative routinarie totalizzanti che devono essere compiute a prescindere dalla volontà dei singoli, sia il miglior modo per impedire agli esseri umani di avere tempo a sufficienza per dedicarsi in modo serio al processo di comprensione della realtà sociale che li circonda, allo sviluppo delle proprie facoltà latenti ed alle relazioni umane vere, autentiche e disinteressate. 

Va ancora peggio ai disoccupati che hanno bisogno di lavorare, i quali è assai difficile che riescano ad intraprendere un percorso di comprensione della realtà sociale e di crescita spirituale, perché, pur disponendo di tempo libero a sufficienza, di norma, non hanno né la serenità mentale, né i mezzi economici per poterlo fare, dovendo dare un'assoluta priorità alla ricerca di un lavoro e all'attività del racimolar denaro, di cui non possono fare a meno per sfamare se stessi e i propri cari all'interno di un'organizzazione sociale come quella attuale.

Anche senza aggiungere ulteriori dettagli, è già del tutto evidente che il classico meccanismo delle 8 ore di lavoro al dì, accompagnato dal ricatto del “chi non lavora non ha diritto a ricevere denaro per sopravvivere”, corredato da: un sistema d'istruzione finalizzato al mondo del lavoro, un metodico indottrinamento camuffato da educazione e un'incessante opera di disinformazione, nel suo complesso, consenta di mantenere l'umanità in condizione d'ignoranza e schiavitù, abbassando il generale livello di coscienza, riuscendo a conservare l'attuale ordine sociale esattamente così com'è, annebbiando le menti, indurendo i cuori ed indebolendo i corpi, al fine di ostacolare al massimo grado un quantomai auspicabile e sempre più urgente processo di evoluzione spirituale, che si tradurrebbe inevitabilmente in una rivoluzione sociale volta alla libertà, all'uguaglianza, alla giustizia, al rispetto di ogni forma di vita e alla cura dell'ambiente: tutte condizioni incompatibili con una società capitalistica.

In conclusione, che cosa riesce a fare l'odierna organizzazione del mondo del lavoro? 

Schiavizza la massa facendola lavorare per tutto il giorno per produrre cose inutili e dannose, devastando il mondo intero con un lavoro superfluo ed inefficiente, con il quale però si mantengono le persone “occupate”.

Invece di liberare l'umanità dal lavoro, minimizzandolo e automatizzandolo a vantaggio di tutti, il sistema s'impegna a far sì che si crei più lavoro, così che i lavoratori continuino a sprecare la maggior parte della loro vita impegnandosi nelle attività lavorative, perché questo è ciò di cui ha bisogno l'élite per esercitare il controllo sociale.

Nonostante si sforzino in ogni modo di farvi credere il contrario, l'attuale sistema socio-economico, il sistema capitalistico, non è altro che un sistema totalitario, intrinsecamente incompatibile con la democrazia, con la libertà e con la felicità, un sistema che non ha nulla da invidiare al peggior fascismo.

Un totalitarismo, infatti, dizionario alla mano, è un sistema politico autoritario, in cui tutti i poteri sono concentrati nelle mani di un'élite che tende a dominare l’intera società grazie al controllo dell’economia, della politica, della cultura e alla repressione poliziesca: mai definizione fu più calzante per descrivere il sistema capitalistico.

A chi ancora non avesse capito la vera funzione delle forze armate, suggerisco di andare a protestare per chiedere il ripristino di un qualsiasi diritto: forse dopo aver ricevuto una buona dose di manganellate, pur essendo nel pieno della ragione, tutto diverrà più chiaro, e non si potrà far altro che concludere che le forze armate servano a difendere i governi dai cittadini.

Se ciò non è del tutto evidente, è perché nelle moderne dittature camuffate da democrazie l'uso della forza fisica esplicita e manifesta è utilizzato soltanto in rari casi, come extrema ratio, perché di norma non ve n'è bisogno. 

Il controllo sociale esercitato dal capitalismo, infatti, è cosi profondo e pervasivo da riuscire a condizionare l'intera esistenza dei membri della società agendo a livello mentale. Il destino degli individui è già stabilito in partenza a livello metafisico e consiste nel mettersi al servizio di un'economia folle e dannosa, senza ribellarsi. Ma il Potere non ha affatto rinunciato ai suoi cani da guardia, gli ha soltanto fatto indossare una divisa.

Fin tanto che un individuo si muove all'interno del tracciato stabilito, non incorrerà in nessun tipo di problema, ma non appena proverà a deviare, ecco che il Potere non mancherà di provvedere a risolvere la situazione con delle apposite contromisure.

Il deviante verrà umiliato, censurato, emarginato, fatto passare per pazzo, minacciato, corrotto, imprigionato, ridotto in povertà, picchiato o ucciso, a seconda dei casi. In questo modo, sarà pressoché impossibile uscire dal solco prestabilito ed ogni azione rivoluzionaria individuale verrà sterilizzata.

Per l'odierno sistema economico lo scopo della vita di un normale essere umano è di studiare per trovarsi un lavoro così da riuscire a guadagnare denaro per potersi permettere di comprare il più ampio numero di cose prodotte per essere consumate con una crescente rapidità, così da riuscire a sostenere un'economia in continua espansione. Ma nel far questo, l'esistenza dell'individuo viene dissipata senza che si compia nulla di vero, autentico e significativo, perché, in definitiva, l'unica cosa che può esser fatta adottando un simile stile di vita, è annullare se stessi per servire il sistema.

Neanche il cosiddetto tempo “libero”, quello in cui il sistema non costringe alla moderna schiavitù salariata, è un tempo in cui gli individui scelgono effettivamente cosa fare: l'ora d'aria dal carcere del lavoro, infatti, è stata concessa affinché i lavoratori potessero espletare il loro compito di consumatori.

Neanche il piacere sfugge alle logiche del profitto. In particolare, gli individui vengono indotti a credere che anche il divertimento si possa e si debba acquistare.

Non è un caso che le persone trascorrano il tempo passeggiando nei centri commerciali, dimenandosi all'interno delle discoteche ed estraniandosi dalla realtà fisica immergendosi in una realtà virtuale attraverso lo schermo della televisione, del computer o dello smartphone.

Le tanto agognate ferie, oltre a contribuire a rinsaldare l'illusione della libertà nelle menti dei lavoratori che poi, al netto di qualche settimana all'anno, vivono rinchiusi nelle fabbriche e nelle aziende, vengono impiegate per dilapidare quei pochi risparmi faticosamente racimolati compiendo  delle vacanze “esagerate”, delle quali ci si potrà vantare con gli altri schiavi durante le uscite del sabato sera, le quali prevedono come tappa obbligatoria una cena servita al ristorante, nella quale si potrà criticare il cibo avvelenato di bassa qualità consumato a carissimo prezzo, vestendosi rigorosamente con dei capi firmati, subito dopo aver ingigantito la bellezza della propria risibile vacanza ed aver aggiornato gli altri sugli ultimi acquisti della settimana, dimostrando così quanto in basso possa essersi ridotto un essere umano, che nel tempo libero non ha altro nella testa che non sia quello che lui ha potuto acquistare con il denaro guadagnato facendo lo schiavo.

Siccome egli è uno schiavo durante la settimana lavorativa, nel fine settimana vuol comportarsi come un padrone, facendosi servire da qualche altro schiavo, per poi criticarlo e deriderlo, illudendosi di essere superiore ad esso, così come i veri padroni fanno con lui durante il resto della sua esistenza insensata ed insignificante.

È per compensare la propria inferiorità che il sabato sera, nella loro ora d'aria, i moderni schiavi salariati adottano, anche se solo per pochi istanti, uno stile di vita al di sopra delle loro possibilità, nel tentativo di super-compensare la propria innegabile miseria esistenziale.

Il resto del fine settimana deve essere impiegato per sbrigare rapidamente le faccende che durante le giornate di lavoro si sono accumulate, perché dovendo lavorare non si ha avuto tempo per occuparsene, e per recuperare un po' di energie, così da esser belli e pimpanti per tornare a sacrificare se stessi nella successiva settimana lavorativa.

Nelle giornate in cui si lavora, invece, è praticamente impossibile compiere alcunché di significativo al di fuori dell'orario di lavoro, perché una volta tornati a casa, dopo una lunga giornata di fatiche e stress, ogni essere umano esaurisce per forza di cose la quasi totalità della propria energia psico-fisica, e l'unica cosa che riesce a fare è svolgere qualche modica attività passiva, prima di crollare addormentato, spesso davanti alla TV.

Neanche il consumo è così libero come invece in molti s'illudono che sia. Esso, infatti, è indotto, forzato e pilotato dal sistema stesso, per le esigenze del sistema, tanto che si è addirittura riusciti a costruire un'intera società che si regge sul consumo superfluo.

Da un punto di vista spirituale, la lezione da cogliere dalla realizzazione di una società basata sulla crescita illimitata, è che il consumismo non conduce affatto alla felicità.

Al contrario, l'odierna economia consumistica assorbe, dirige e travolge le esistenze svuotandole di significato, l'attività predatoria necessaria per il suo sostentamento distrugge ed inquina tutto e tutti, esaurisce energie psico-fisiche e risorse ambientali, fa ammalare ed uccide ogni forma di vita.    

Inutile dire che questo sacrificio sia incompatibile con la vera natura degli esseri umani: se così non fosse, i membri dell'odierna società sarebbero tutti belli, forti, sani, gioiosi, creativi, attivi e volenterosi, invece di esser brutti, deboli, malati, depressi, noiosi, passivi e demotivati.

Ciò nonostante l'odierno sistema socio-economico non fa nulla di veramente efficace per contrastare questa generale condizione d'infelicità, intesa nel seno più ampio del termine; al contrario, essa viene mantenuta in essere ben volentieri, quando non viene addirittura indotta in modo intenzionale.

Ciò accade perché le persone felici non consumano: devi essere infelice per cercare qualcosa che ti renda tale, dato che se lo sei già, non hai bisogno di cercare nulla che non sia dentro di te.

Ma per diventare un consumatore ideale devi ricercare la felicità al di fuori di te, e devi anche essere indotto a pensare che questo qualcosa coincida con i prodotti commercializzati dal sistema capitalistico.

Le persone spiritualmente elevate, soddisfatte ed appagate della propria esistenza, che conducono vite piene di significato, non hanno affatto bisogno di possedere delle cose da esibire agli altri per dimostrare di essere qualcuno di importante, tentando inutilmente di camuffare la propria insignificanza, ed ancor meno sentono il bisogno di colmare i propri vuoti interiori acquistando delle cose: ecco spiegato perché simili individui sarebbero dei pessimi consumatori.

Senza contare che un essere risvegliato non sarebbe neanche disposto a sacrificare il proprio tempo per prender parte ad un mondo del lavoro organizzato in modo così folle, distorto, malefico ed irrazionale, e quindi, con la sua disobbedienza, farebbe immediatamente fallire il sistema.

Al contrario, è proprio la condizione dovuta all'insoddisfazione, all'insensatezza, all'insignificanza della propria condizione, unita al profondo sonno della coscienza, a rappresentare il motore posto alla base del consumismo. 

Per suggerire dall'esterno cosa è giusto fare, è necessario che gli individui abbiano smarrito la propria guida interiore. Solo allora il sistema riuscirà a imporre con efficacia la sua falsa ricetta per raggiungere la felicità.

Ciò spiega perché una simile miseria esistenziale, non solo viene tollerata, ma viene scientemente ricercata, in quanto prettamente funzionale agli obiettivi dell'odierno sistema socio-economico.

L'essere umano merita ben altro di essere ridotto ad una sorta di zombi: un lavoratore-consumatore, perennemente infelice ed insoddisfatto, che conduce una non-esistenza agendo come se fosse in uno stato mentale ipnotico privo di coscienza, che sacrifica la propria esistenza studiando e lavorando duramente per produrre ed acquistare cose di cui neppure ha un reale bisogno, arrecando dolore e sofferenza a se stesso ed agli altri esseri viventi, sprecando risorse preziose, distruggendo ed inquinando quello stesso ambiente che gli consente di vivere, perché questo è ciò che alimenta e tiene in vita quel sistema socio-economico che lo opprime e lo riduce in schiavitù. 

Questa visione così misera e diabolica, non è altro che l'ennesima riprova della pochezza mentale, o della totale male fede (a voi la scelta), di quei personaggi che hanno ideato e proposto il modello economico che sta regolando il funzionamento dell'odierna società. 

L'umanità ha un'assoluta urgenza di liberarsi dalle odierne gabbie di pensiero, per riuscire a concepire ed attuare una nuova società che sia in grado di assicurare delle effettive condizioni di benessere, felicità e libertà a tutti gli esseri viventi. 

Ma una simile società non verrà mai alla luce senza un nuovo paradigma economico che adotti delle logiche radicalmente differenti rispetto a quelle attuali.

Pianificazione dell'economia

Tra i misteri della fede della religione capitalistica ce n'è un altro ancor più difficile da cogliere con la ragione rispetto a quello riportato qualche capitolo fa: il fatto che un insieme di azioni completamente scoordinate e dissonanti messe in atto in modo individuale ed indipendente da attori socio-economici che inseguono degli egoistici obiettivi personali, possa produrre, come per incanto, una realtà sociale armoniosa in grado di assicurare il benessere di tutti gli esseri viventi, senza che vi sia neanche l'ombra di una pianificazione comune volta a tal fine.

La realtà sociale presente sulla Terra è la prova vivente del fatto che una simile profezia non sia affatto destinata a realizzarsi, ma com'è ben noto gli adepti di ogni culto che si rispetti sono completamente immuni alle evidenze contrarie, anche quando esse sono oggettive.

La luce della ragione, invece, suggerisce con estrema chiarezza che l'unica speranza per realizzare il benessere collettivo sia quella di concepire e concordare un piano comune, specificatamente finalizzato all'esclusivo raggiungimento di quel fine, a cui ogni essere umano partecipi facendo la sua parte in base ai propri talenti, dando luogo ad un insieme di azioni coordinate e consonanti.

Per quanto fin qui sostenuto ci sono elementi a sufficienza per sostenere un completo fallimento del sistema capitalistico, da ogni punto di vista.

Qualcuno, però, potrebbe replicare che la Storia ha altresì dimostrato che anche gli esperimenti di economia pianificata si sono conclusi con dei fallimenti: ciò è senz'altro vero, ma il fallimento è dipeso da come è stata pianificata l'economia e non dal fatto che l'economia pianificata sia intrinsecamente fallimentare, come invece accade per l'economia di libero mercato.

A differenza dell'economia di libero mercato, infatti, le cui dinamiche sono fissate una volta per tutte dalla metafisica del profitto, che la caratterizzano in modo essenziale, le dinamiche che scaturiscono dall'economia pianificata dipendono dalla pianificazione, la quale è arbitraria.

La pianificazione dell'economia è sotto il completo controllo dell'intelletto umano e non deve sottostare alla presunta volontà di qualche entità metafisica, come invece accade nell'economia di mercato dove è il Dio denaro a dettare le regole.

Questo significa che gli esiti di un'economia pianificata dipendono dalla “bontà” della pianificazione, ed in via teorica l'efficacia di un simile sistema può sempre essere accresciuta, modificando opportunamente la pianificazione.

Ciò invece non si verifica nell'economia di libero mercato, dove le dinamiche vengono eterodirette da una gabbia di pensiero metafisica e non possono in alcun modo essere alterate, a meno di voler intervenire nell'economia, regolandola e pianificandola parzialmente, dando luogo ad un'economia mista.

Vale la pena di osservare che asserire la necessità di un intervento in un sistema di libero mercato significhi ammettere tacitamente che le dinamiche da esso generate sono intrinsecamente fallimentari e che pertanto, se si vuole reindirizzare l'azione in direzione del benessere sociale, c'è bisogno di correggere la rotta; se così non fosse, non ci sarebbe stato alcun bisogno di alterare alcunché regolando l'economia, e si sarebbe potuto lasciar fare al mercato.

Ma l'evidenza empirica dimostra che il laissez-faire rappresenta la miglior strategia per condurre l'umanità alla completa rovina.

Alcuni potrebbero replicare sostenendo che la miglior tipologia di economia si raggiunga con un compromesso tra una totale pianificazione ed una completa assenza di regolazione: non più di una semplice osservazione sarà sufficiente per confutare una simile posizione.

Infatti, se si decidesse di regolare soltanto una parte dell'economia, senza adottare una completa pianificazione, prima o poi, nella porzione non pianificata si ripresenterebbero i problemi già illustrati in precedenza all'interno di questo saggio, i quali sarebbero automaticamente generati e rigenerati dalle logiche deleterie di un'economia lasciata libera d'inseguire il profitto.

Sebbene ora, grazie ad una parziale regolazione, gli attori socio-economici agiscano in modo coordinato ed armonico in una certa parte del totale delle attività (quelle soggette alla pianificazione), nella parte non regolata, altri attori continuerebbero ad agire in modo scoordinato e disarmonico, introducendo distorsioni ed inefficienza.

Così facendo l'entità delle problematiche si sarebbe ridimensionata di una certa misura, ma la questione, nel suo complesso, non verrebbe affatto risolta; molte criticità, infatti, sarebbero ancora presenti nella società e le distorsioni ad esse dovute devierebbero l'azione sociale dal perseguimento del più alto e nobile dei fini: il raggiungimento del benessere di tutti gli esseri viventi.

Ciò prova che affinché le attività degli esseri umani risuonino l'una con l'altra e realizzino il benessere collettivo con la massima efficienza è indispensabile che vi sia una pianificazione dell'economia completa e coordinata, specificatamente concepita a tal fine.

Se ne deduce che la pianificazione dell'economia sia una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il raggiungimento del benessere collettivo. E che pertanto, l'attuale sistema economico, non essendo totalmente pianificato, non possa condurre la società al raggiungimento della sua più alta e nobile meta.

Il punto centrale da risolvere, non è se l'economia debba o no essere pianificata, ma quali siano le linee guida da rispettare per ottenere la miglior pianificazione possibile del sistema socio-economico, al fine di assicurare la più ampia libertà ed il più elevato livello di benessere a tutti i membri della società in modo ecologicamente sostenibile. Uno scopo che, senza regolare l'economia, non può essere raggiunto.

Critiche all'economia pianificata

Siccome ho osato nominare il termine innominabile in campo economico, vale a dire "pianificazione", mi vedo costretto a spendere qualche ulteriore parola a supporto della regolazione dell'economia.

Contro l'economia pianificata sono stati utilizzati grandi quantità di falsità e luoghi comuni, per convincere gli esseri umani che l'intervento economico sia da evitare nella maniera più assoluta.

Non c'è da stupirsi che ciò sia accaduto: i difensori dell'ordine sociale indotto da un sistema di tipo capitalistico, basato sul cosiddetto “libero” mercato, sul denaro e sul profitto, non avevano alternativa all'utilizzare la retorica supportata da una falsa scienza per far apparire inferiore ciò che invece avrebbe potuto essere decisamente superiore al loro modello, se solo la pianificazione fosse stata implementata correttamente.

Per prima cosa converrà chiarire che, in realtà, tutte le tipologie di economie implementabili dagli esseri umani sono necessariamente economie pianificate, ivi inclusa quella del libero mercato; ciò che cambia è chi, come, perché, con quale ottica e con quale fine, pianifica l'economia.

Ad esempio, nell'economia attuata nel socialismo reale i pianificatori erano i membri di un'apposita commissione statale, la pianificazione era centralizzata ed impositiva, l'ottica era di breve e medio termine, lo scopo era raggiungere gli obiettivi dei piani quinquennali al fine, ad esempio, d'industrializzare la nazione... e così via.

Nell'economia di libero mercato i “pianificatori” sono i membri dell'élite capitalistica, la pianificazione è elitaria ed impositiva, l'ottica è di breve termine, lo scopo è la realizzazione del profitto... e così via.

Pertanto lo spauracchio delle temibili conseguenze dovute alla pianificazione dell'economia, come se la regolazione fosse un male in sé, sussiste tanto per un sistema basato sul libero mercato, quanto per un sistema che funziona senza di esso.

In secondo luogo, si può osservare come i detrattori dell'economia pianificata abbiano sviato gli interlocutori dal valutare correttamente tutto il potenziale di questa tipologia di approccio economico ingabbiamo le loro menti all'interno di una falsa dicotomia: o si agisce in condizione di libero mercato, o interviene lo Stato a regolare, in qualche misura, il sistema economico.

Tutto ciò come a voler suggerire che non esista alternativa alle logiche del mercato o alla pianificazione centralizzata, il che è chiaramente falso.

Esiste infatti una terza via, che di norma non viene presa in considerazione, ovvero quella di un sistema economico pianificato in modo distribuito.

Come avremo modo di comprendere nel prosieguo della trattazione, se si adotta un sistema basato su di una regolazione localizzata ed interagente che effettua valutazioni non economiche (intese in senso classico) basandosi su parametri fisici, tutte le criticità che sono state mosse contro l'economia pianificata (centralizzata) decadono immediatamente.

Non c'è nulla che vieti all'umanità di adottare un simile approccio e non si capisce per quale motivo questo sentiero non sia stato ancora battuto. A mio avviso ciò consentirebbe di far esprimere all'economia pianificata il suo massimo potenziale.

Alcuni sostengono che una completa regolazione economica implichi in modo necessario l'instaurazione di una sorta di dittatura associata ad una consistente perdita della libertà individuale.

È del tutto evidente come questa implicazione non sia affatto necessaria. Se la pianificazione  induca o meno l'instaurazione di un regime dittatoriale privo di libertà, dipende intrinsecamente dalla modalità con cui la regolazione viene implementata.

Se la regolazione comporta un obbligo per le persone di prender parte al piano economico lavorando tutto il giorno e annullando le esistenze degli individui, senza peraltro riuscire a soddisfare le esigenze di tutti, allora si ha un sistema dittatoriale con un'effettiva, intollerabile ed ingiustificabile perdita di libertà individuale;

se invece la regolazione consente a tutti gli individui di avere accesso a beni e servizi essenziali e di alta qualità minimizzando scientificamente il contributo umano in termini lavorativi richiesto per portare a compimento il piano economico, rispettando peraltro la volontà ed i talenti dei singoli, allora si ha un sistema fortemente libertario che assicura all'umanità la più ampia libertà conseguibile all'interno di una società.

È curioso osservare come un sistema totalitario che comporta la privazione di libertà e l'annullamento esistenziale per la quasi totalità degli individui si sia pienamente realizzato, anche se per vie diverse e con tratti caratteristi distintivi, sian nel socialismo reale che nell'economia capitalistica, ma mentre nel primo caso tutto ciò rappresenta un giustificato motivo per denigrare la pianificazione dell'economia, nel secondo, invece, non viene neanche preso in considerazione per muovere un'altrettanta sacrosanta e doverosa critica all'economia di mercato.

Come ritengo di aver ampiamente dimostrato all'interno dei miei scritti, all'interno della società capitalistica non vi è un'effettiva libertà, se non per un'élite minoritaria, sussiste invece l'illusione della libertà funzionale al mantenimento del controllo sociale esercitato dai pochi sui molti.

Da un punto di vista teorico, i due obiettivi precedentemente illustrati potrebbero essere conseguiti sia con una pianificazione centralizzata che con una pianificazione localizzata.

A livello logico, non si può negare che un piccolo gruppo d'individui, operando con l'ausilio di una rete di calcolatori, possa effettivamente riuscire a concepire una regolazione che minimizzi gli obblighi sociali e massimizzi la libertà, agendo in vista del benessere collettivo.

Ma considerando la pericolosità, la dannosità e la possibilità di una deriva autoritaria, storicamente comprovate, legate all'assegnazione di un grande potere ad un piccolo numero d'individui, si dovrebbe scartare immediatamente l'ipotesi della centralizzazione della regolazione economica.

Rendere lo Stato l'interprete delle esigenze della collettività significherebbe compiere un errore madornale.

Viste e considerate le innumerevoli evidenze contrarie a questa posizione, mi auguro che nessuno, ad oggi, sia così folle da sostenere la centralizzazione della proprietà in un unico agente che possiede e dirige tutte le risorse: ciò equivarrebbe a legittimare l'esistenza di un dittatore assoluto che eserciterebbe un potere smisurato sull'intera umanità.

Un simile scenario non potrebbe realizzarsi decentralizzando a livello locale i processi decisionali relativi alla regolazione dell'economia, perché in tal caso non ci sarebbe un'élite che impone la propria volontà a tutta l'umanità, ma un elevato insieme di comunità all'interno delle quali gli individui possono prender parte alle attività necessarie per regolare l'economia in modo tale da soddisfare i propri bisogni e quelli del resto dell'umanità coordinandosi con le altre comunità nell'interesse generale.

Per comprendere lo scarto che corre tra un'economia pianificata in modo centralizzato e un sistema regolato in modo localizzato si può far ricorso ad un'analogia.

Immaginiamo di pianificare i contenuti informativi diffusi attraverso Internet.

Nel primo caso, sarebbe come se le informazioni fossero decise e prodotte da una élite d'individui, i pianificatori centrali; nel secondo, invece, sarebbero i singoli individui a decidere e produrre le informazioni da diffondere sulla rete.

La differenza è sostanziale, e non è poi così difficile rendersi conto che il sistema di libero mercato assomigli molto di più ad un'economia pianificata dall'alto da una élite, quella dei capitalisti, che non ad un sistema economico pianificato in modo distribuito dagli individui.

Fuor d'analogia, nel primo caso, è un'élite che decide tutto quanto concerne al piano economico, nel secondo, le decisioni vengono prese dai membri delle comunità locali.

In ultima analisi, ciò significa che l'economia pianificata, se opportunamente implementata, può essere pienamente compatibile con la democrazia.

Alcuni ritengono che la pianificazione economica implichi inefficienza, standardizzazione e omologazione, ma neanche queste implicazioni sussistono in modo necessario.

Il livello di efficienza di un sistema economico pianificato dipende dalla bontà della regolazione, la quale può essere perfezionata fino a produrre il massimo livello di efficienza fisicamente attuabile.

Nel corso della trattazione abbiamo già ampiamente dimostrato come l'economia di mercato introduca spontaneamente e difenda strenuamente delle eclatanti inefficienze, non appena esse consentono di generare un profitto.

Visti e considerati gli attuali livelli di spreco ed inefficienza, legati alla moda, all'usa e getta e all'obsolescenza programmata, non sarebbe affatto difficile implementare una pianificazione economica che generasse una realtà sociale decisamente più efficiente rispetto a quella esistente.

Pianificare l'economia non significa per forza di cose produrre oggetti identici, imponendo agli individui di utilizzarli anche nel caso in cui questi non dovessero soddisfare le esigenze, i gusti e le aspettative degli individui.

Nulla vieta di implementare un'economia pianificata in cui, ove ritenuto utile e necessario, si costruiscono beni di elevata qualità personalizzati, concepiti e realizzati sulla base delle richieste degli utilizzatori.

Si consideri, che la moderna tecnologia consente di effettuare una produzione con un alto grado di differenziazione utilizzando la medesima catena di montaggio.

Osserviamo inoltre che, anche in questo caso, ciò che è ritenuto un male inevitabile nel caso dell'economia pianificata, nonostante questa presunta criticità potrebbe essere evitata, d'un tratto, viene completamente ignorato, quando quel medesimo male viene palesemente prodotto dall'economia di mercato: che cosa c'è di più inefficiente, standardizzato e omologante del consumismo di massa, su cui si regge l'economia capitalistica?

Un'altra grande problematica attribuita alle economie pianificate è quella che potremmo definire come “la questione degli incentivi morali”.

In estrema sintesi, i sostenitori di questa tesi affermano che nelle economie pianificate i lavoratori, costretti a partecipare ai piani economici, siano demotivai ed improduttivi.

Pertanto, si pone il problema di come incentivare gli individui per accrescere i loro livelli motivazionali.

Si consideri un'economia pianificata dove i lavoratori sono obbligati, volenti o nolenti, a partecipare alle attività lavorative per la maggior parte del loro tempo esistenziale, senza possibilità di scegliere a cosa dedicarsi e di cambiare mestiere. E tutto ciò in cambio di un salario prestabilito che non varia in funzione dei risultati conseguiti.

È il minimo che possa accadere che degli esseri umani inseriti in un simile contesto sociale perdano ogni sorta di motivazione ad agire, cadano in depressione e, di conseguenza, diventino improduttivi ed inefficienti.

Ma anche in questo caso, non è affatto detto che l'economia pianificata debba adottare un'organizzazione del lavoro impositiva del tutto folle e irrazionale, che non tenga in considerazione il benessere degli esseri umani.

Come ho già ampiamente cercato di motivare nei capitoli precedenti, la questione dell'incentivo morale potrebbe essere risolta:

1. minimizzando il lavoro umano, eliminando l'iper-lavoro e utilizzando le automazioni, così che ciascun individuo non sia soffocato dalle attività lavorative ed abbia tempo libero a sufficienza per vivere la vita in libertà;

2. assegnando i ruoli da svolgere all'interno del piano economico rispettando talenti, conoscenze e volontà degli individui, così da coniugare passione, competenze e lavoro nel miglior interesse dei singoli individui e della società;

3. consentire la mobilità dei lavoratori in condizioni di totale sicurezza economica, così che ciascuno possa cambiare mansione qualora il suo compito non sia più compatibile con il suo stato psico-fisico;

4. ripartire su tutta la collettività i compiti residuali necessari che non possono essere svolti dalle automazioni, in modo tale da minimizzare le conseguenze negative legate allo svolgimento dei compiti “detestabili”;

5. eliminare il denaro, pianificando l'economia in modo scientifico impiegando parametri di tipo fisico, al fine di produrre e garantire a tutti l'accesso ad un paniere di beni e servizi qualitativamente elevati che consenta di condurre un'esistenza agiata, svincolando il lavoro dalle retribuzioni, così che gli individui agiscano mossi da un'autentica volontà interiore e non dal deleterio motivatore sociale del profitto.

Come “risolve” la questione dell'incentivo morale il sistema capitalistico basato sul mercato?

Esso impone l'obbligo di lavorare alla quasi totalità degli individui sulla base dell'azione coercitiva di un potente ricatto economico e consente ad una esigua minoranza d'individui privilegiati rispetto a tutti gli altri d'intraprendere delle attività economiche agendo sempre e comunque entro quanto consentito dalla metafisica del denaro e dalle logiche del mercato.

Oltre a fondare il sistema sulla massima “chi non lavora muore di fame”, il sistema capitalistico erige al rango di motivatore sociale la logica del profitto.

Quindi, in ultima analisi, l'incentivo morale è individuabile nella possibilità di arricchirsi a dismisura.

Ma questa possibilità è soltanto illusoria per la stragrande maggioranza delle persone, che, di fatto, devono accontentarsi di essere niente di più che dei moderni schiavi salariati.

Inoltre abbiamo già speso interi capitoli per spiegare quanto questo genere di approccio sia dannoso per tutti gli esseri viventi.

Esso, pertanto, non può essere considerato una valida soluzione alla questione dell'incentivo morale.

In altre parole, il sistema capitalistico basato sul mercato, non solo non risolve la questione dell'incentivo morale, ma nel tentativo di motivare gli individui e di renderli maggiormente produttivi con il bastone della miseria e la carota del profitto, introduce una sovrastruttura talmente nociva la cui adozione di massa, in ultima analisi, è la diretta responsabile dei più grandi disastri prodotti ad ogni livello della società dall'odierna organizzazione economica.

Passiamo ora ad affrontare quella che da molti è considerata la maggiore obiezione all'economia pianificata: la tesi dell'impossibilità del calcolo.

In parole semplici, alcuni ritengono che in un regime di completa regolazione, i pianificatori non riuscirebbero ad effettuare un calcolo economico razionale sulla base del quale impostare la produzione in modo efficace perché, venendo a mancare un sistema dei prezzi spontaneamente generato dal mercato, essi non disporrebbero di informazioni essenziali da utilizzare a tal fine.

Ciò significa che, a loro avviso, l'unico sistema in grado di calcolare razionalmente i costi e di promuovere un uso economicamente efficiente delle risorse sarebbe un sistema basato sul (libero) mercato.

In realtà, si può facilmente dimostrare che la tesi dell'impossibilità del calcolo sussista proprio nel caso di un'economia capitalistica che ricorre al si sistema dei prezzi, mentre, in virtù dell'arbitrarietà della pianificazione, adottando un'economia pianificata opportunamente regolata, da un punto di vista teorico non c'è alcun limite all'accuratezza che potrebbe essere raggiunta nel calcolo economico.

Da un punto di vista pratico, si può certamente implementare, senza alcuna difficoltà, un calcolo economico che utilizzi e allochi le risorse in modo decisamente più efficiente e notevolmente superiore, sotto ogni punto di vista, rispetto a quanto non riesca a fare il sistema capitalistico con il suo ordine “spontaneo” divino.

Ciò accade perché gli attori economici che operano all'interno del mercato utilizzano i prezzi per effettuare le loro valutazioni.

Ma, in precedenza, abbiamo già dimostrato che i prezzi sono degli indicatori distorti e parziali.

Di conseguenza, adottando questo genere di informazioni come parametri fondamentali, pur agendo con le migliori delle intenzioni, non si riuscirà a far altro che effettuare un calcolo economico altrettanto distorto e parziale, che non potrebbe rappresentare in modo fedele la realtà delle cose perché trascurerebbe degli aspetti fondamentali opacizzati dal sistema dei prezzi.

Oltre a ciò, bisogna considerare che i “pianificatori” dell'economia di libero mercato, ovvero i capitalisti, nell'effettuare i loro calcoli economici, non guardano affatto al bene comune, ma alla realizzazione del profitto, ovvero al raggiungimento di un egoistico obiettivo individuale.

Pertanto, non c'è da stupirsi se il calcolo economico effettuato nel sistema capitalistico abbia condotto l'umanità alla completa rovina.

Se invece si pianificasse l'economia così come da me indicato all'interno di quest'opera, ovvero senza utilizzare il sistema dei prezzi ma impiegando parametri fisici e modelli matematici in cui considerare i parametri e gli aspetti fondamentali, ed invece di guardare al profitto dei pochi si ricercasse realmente il benessere di tutti, ecco che, di conseguenza, si otterrebbe, in modo del tutto naturale, un calcolo economico sicuramente superiore a quello ottenibile in un sistema capitalistico.

Nessun pianificatore, neanche il più incapace, sarebbe così folle ed irrazionale da introdurre scientemente all'interno del suo piano economico l'eclatante, ingiustificabile, completamente inutile e catastroficamente dannosa dinamica dell'iper-consumo, mentre invece il consumismo è stato prodotto esattamente dalla grande intelligenza e dalla grandiosa capacità di effettuare un calcolo economico “efficientissimo” ed “accuratissimo” attribuita al mercato.

Nessun pianificatore, neanche il più incompetente, sarebbe così maldestro da far sì che una decina di individui dispongano del 50% della ricchezza prodotta a livello mondiale, mentre invece questa incredibile iniquità nella distribuzione della ricchezza è stata prodotta spontaneamente proprio dallo strepitoso sistema capitalistico.

Si potrebbe andare avanti per ore ad elencare le  criticità macroscopiche generate dalla presupposta superiorità del calcolo economico effettuato in un regime di mercato che invece potrebbero essere banalmente evitate pianificando correttamente l'economia, ma ci fermiamo qui, perché quanto abbiamo riportato è già più che sufficiente per confutare tali posizioni.

Ribadiamo, ancora una volta, che siccome tutte le economie sono economie pianificate, il punto centrare da affrontare per ottenere il miglior utilizzo delle risorse al fine di conseguire il benessere collettivo, non è di certo quello di denigrare l'economia pianificata per tentare invano di salvare il capitalismo dalle sue contraddizioni, sostenendo che al suo interno sia addirittura impossibile effettuare un calcolo economico razionale ed efficiente, ma è di stabilire quale sia la miglior strategia per produrre e fornire beni essenziali di alta qualità in quantità sufficienti da soddisfare i reali bisogni di tutti gli esseri umani in modo ecologicamente “sostenibile” e quanto più possibile rispettoso delle altre forme di vita presenti sulla Terra.

Una soluzione, che il sistema economico pianificato da attori economici che operano sulla base delle logiche del profitto all'interno del mercato, ha già ampiamente ed incontestabilmente mostrato, da un punto di vista empirico, di non essere neanche lontanamente in grado di saper fornire all'umanità.

L'unica ricetta prodotta dal capitalismo è stata quella che ha condotto l'intera umanità all'orlo del collasso, non prima di aver dominato, sfruttato e distrutto, in modo malvagio e brutale, l'ambiente ed ogni forma di essere vivente presente sulla Terra, proponendo, in modo del tutto folle ed irrazionale, che per risolvere le criticità dell'odierna società, si debba avanzare ancor più rapidamente nella direzione che ha già condotto l'umanità alla rovina.

La tesi dell'impossibilità del calcolo fa il paio con altri due argomenti mossi a sfavore dell'economia pianificata: quelli dell'irrazionalità dell'allocazione delle risorse e dell'ingestibilità della complessità.

In realtà, anch'essi sono facilmente confutabili e possono essere ritorti contro il sistema capitalistico.

La razionalità dell'allocazione delle risorse di una economia di mercato ed, in particolare, la sua superiorità rispetto a quella ottenibile con un sistema pianificato sono soltanto presunte.

L'impiego dei prezzi non garantisce alcuna razionalità assoluta da ritenersi superiore a tutte le altre possibilità, ma induce soltanto un criterio di valutazione rispetto al valore delle merci, il quale, come abbiamo già mostrato, risulta fortemente distorto e parziale.

È proprio l'adozione del sistema dei prezzi generati dal mercato che impedisce di ottenere quello che si potrebbe considerare un impiego ottimale delle risorse finalizzato alla realizzazione del benessere collettivo. Ciò confuta la prima tesi.

Si può invece sostenere che, ammesso che esista un'allocazione “ottimale”, essa potrebbe essere conseguita soltanto in un regime di pianificazione. Ciò risulta vero a prescindere dalla conoscenza effettiva di quale sia questa allocazione.

Supponiamo di considerare tutti i possibili modi di allocare le risorse. Immaginiamo che tra essi vi sia la “miglior” strategia, quella “più razionale”.

All'interno di questo insieme di possibilità vi è anche il modo in cui l'economia di libero mercato alloca le risorse. Ma noi abbiamo già dimostrato che esso non sia affatto “ottimale”, in quanto introduce spontaneamente sprechi ed inefficienze eclatanti ed indicibili iniquità nella distribuzione della ricchezza prodotta.

Siccome gli esiti dell'economia pianificata dipendono dalla pianificazione, e la regolazione è arbitraria, ciò significa che, entro i limiti del fisicamente possibile, l'economia pianificata consente di raggiungere tutte le possibili allocazioni delle risorse, ivi inclusa quella del sistema capitalistico.

Ciò significa che l'economia pianificata è l'unica che consente di raggiungere un'allocazione ottimale delle risorse, la quale differisce dall'ordine generato da un sistema economico basato sul mercato.

A chi sostiene che la complessità di un sistema economico pianificato sia ingestibile, in primo luogo, vorrei far notare che, fissato un certo ordine sociale, la complessità da gestire è la medesima sia che quell'ordine sia ottenuto con l'una o con l'altra tipologia di economia; pertanto se la complessità fosse ingestibile da un lato, allora sarebbe ingestibile anche dall'altro, e viceversa.

In realtà, oggigiorno, grazie alle moderne reti di calcolatori, la complessità legata alla pianificazione sarebbe perfettamente gestibile anche nella peggiore delle ipotesi, ovvero nel caso di una pianificazione centralizzata, e lo sarebbe ancor di più se si adottasse una pianificazione distribuita.

Pertanto, se la complessità del calcolo economico può essere gestita da una élite di capitalisti in un sistema di libero mercato, la medesima complessità, come minimo, può essere gestita altrettanto bene da una rete di comunità distribuita sul territorio partecipata dalle popolazioni locali, che senza alcuna ombra di dubbio sarebbe assai più numerosa, cognitivamente superiore e decisamente più vicina alle vere esigenze dei popoli, rispetto al ristretto gruppo di pianificatori dell'economia capitalistica dediti al proprio arricchimento.

Concludiamo questa lista di argomentazioni a supporto dell'economia pianificata illustrando rapidamente due caratteristiche peculiari, di cui ci siano già occupati in precedenza, che la rendono decisamente superiore rispetto ad un sistema economico capitalistico basato sul denaro e sul mercato, così come lo si conosce oggi.

La prima osservazione da fare, è che l'economia pianificata è compatibile con uno stato stazionario, mentre invece il sistema capitalistico no.

Ma l'umanità non ha bisogno di un'economia che deve crescere necessariamente per non fallire; ha bisogno di un sistema economico che decresca in modo intelligente senza causare problematiche sociali, al fine di ristabilire un certo livello di sostenibilità, per poi instaurare un equilibrio dinamico.

L'economia pianificata, se opportunamente regolata, consentirebbe di conseguire questi obiettivi. L'economia di mercato, invece, no, perché già anche la proposta di mettere in atto una eventuale decrescita farebbe precipitare le borse e manderebbe in crisi il sistema.

La seconda osservazione da fare, è che l'economia pianificata può mettere in atto tutto ciò che è fisicamente possibile, mentre invece il sistema capitalistico deve sottostare alle restrizioni fisiche indotte dalla metafisica del denaro.

Questo aspetto è di fondamentale importanza, visto che oggi i politici non fanno altro che ripetere che non ci sono i soldi per fare le cose di cui l'umanità avrebbe bisogno, nonostante ci siano conoscenze, risorse e forza lavoro più che a sufficienza.

Quanto fin qui riportato dimostra che le tesi che sono state mosse a detrazione dell'economia pianificata, in realtà, sussistono per il sistema capitalistico basato sul mercato, e che la regolazione dell'economia, se opportunamente implementata, consentirebbe di produrre un sistema economico in grado di superare tali criticità risolvendo le problematiche generate dalle logiche del sistema capitalistico attualmente in essere sul pianeta Terra.

In altri termini, è soltanto adottando un'economia pianificata in modo distribuito, rifondata sulla fisica e svincolata dalla metafisica del denaro, che l'umanità può sperare di ottenere un sistema economico basato su logiche che siano effettivamente in grado di produrre i più alti livelli di benessere possibili per l'umanità in funzione della conoscenza scientifica-tecnologica disponibile, in modo sostenibile e rispettoso di ogni forma di vita.

Inutile dire che una simile scelta di regolazione del sistema economico non sia mai stata né concepita ed ancor meno attuata nella storia dell'umanità.

Ad esempio, nel socialismo reale l'uso del denaro era in vigore e con esso le logiche del profitto. Il sistema veniva regolato ragionando in termini di prezzi, sebbene questi fossero fissati dallo Stato. Il lavoro non era affatto minimizzato; al contrario, la figura dello stacanovista veniva propagandata. I lavoratori erano una sorta di dipendenti pubblici che ricevevano un salario; il loro benessere non era affatto tenuto in considerazione: essi erano degli ingranaggi di un totalitarismo che li sfruttava e li opprimeva; il tempo libero non veniva massimizzato; il problema dei limiti ambientali non era neanche preso in considerazione... e così via.

In tal senso, le economie pianificate esistite nella storia dell'umanità, nei loro tratti fondamentali, sono state del tutto simili ad una sorta di feroce capitalismo di Stato: voglio che sia chiaro, nella maniera più assoluta, che non c'è niente di più lontano da quanto io sto cercando di proporre all'interno dei miei scritti.

L'Econofisica

Nel corso dell'analisi che è stata fin qui condotta sono emersi numerosi punti di criticità. In estrema sintesi, abbiamo osservato che l'odierno sistema economico:

1. Non è una scienza; essa infatti ignora le leggi della fisica e le limitazioni dovute al “fisicamente possibile”, pretendendo di comportarsi in un mondo finito come se esso non fosse tale.

2. Non consente all'umanità di attuare tutto ciò che invece sarebbe fisicamente possibile; essa infatti introduce delle limitazioni metafisiche arbitrarie che si ripercuotono negativamente sull'azione riducendo lo spettro delle possibilità dal fisicamente possibile all'economicamente ammissibile.

3. Non intende l'efficienza in modo corretto; essa infatti ritiene “efficiente” ciò che è economicamente efficacie, e non ciò che è efficiente da un punto di vista fisico.

4. Non massimizza l'efficienza (intesa in senso fisico); essa infatti ricerca l'efficienza soltanto a condizione che essa sia funzionale al raggiungimento degli obiettivi economici (come ed esempio il profitto).

5. Non minimizza l'inefficienza (intesa in senso fisico); essa infatti è sempre ben disposta a tollerare ogni sorta di spreco o ad introdurre appositamente inefficienza ogni qual volta ciò sia funzionale al raggiungimento degli obiettivi economici (come ed esempio il profitto).

6. Non è in grado di allocare ed utilizzare le risorse né in modo equo, né in modo “ottimale”; essa infatti effettua delle scelte in base a quanto profitto può essere realizzato utilizzando le risorse in un certo modo piuttosto che in un altro, ma ciò conduce a situazioni in cui c'è chi ha troppo e chi ha niente, introducendo sprechi ed inefficienze eclatanti (si pensi al consumismo), oltre che ingiustizia ed iniquità.

7. Non è in grado di distribuire in modo equo la ricchezza; essa infatti tende ad accentrare gli averi nella mani di pochi individui, creando ampie sacche di popolazione talmente povere da soffrire la fame, nonostante si potrebbe assicurare un'esistenza dignitosa a tutti gli esseri umani presenti sulla Terra semplicemente redistribuendo la ricchezza ed utilizzando in comune ciò che esiste già.

8. Non minimizza la produzione, fermo restando l'obiettivo di fornire l'accesso a beni e servizi di alta qualità a tutti gli esseri umani; essa infatti non pianifica la produzione a tal fine e non si preoccupa affatto che tutti dispongano del necessario. All'opposto, il suo scopo è di produrre e vendere il maggior numero di cose soltanto a chi può permettersi di comprarle, con il risultato disastroso che una minoranza di essere umani iper-consuma in modo sconsiderato, dando luogo ad un impatto ambientale superiore al minimo richiesto per soddisfare le necessità di tutti, mentre in molti mancano addirittura del necessario.

9. Non promuove l'uso condiviso di beni concepiti per durare a lungo; essa infatti necessita di livelli di produzione e consumo crescenti per mantenersi in essere. Pertanto più cose si producono, e più rapidamente si consumano, e meglio è, anche se tutto ciò distrugge l'ambiente e condanna l'umanità alla schiavitù del lavoro. Paradossalmente, se si condividessero beni di alta qualità, invece di ottenere un miglioramento delle condizioni di vita, i livelli di consumo diminuirebbero drasticamente, inducendo il sistema economico al fallimento.

10. Non pone a suo fondamento l'obiettivo del raggiungimento del benessere collettivo; essa infatti persegue fini errati, come ad esempio una crescita continua.

11. Non motiva i membri della società a far propri dei fini “sani”; essa infatti induce i cittadini ad intraprendere, o a prender parte ad, attività finalizzate alla realizzazione del profitto.

12. Non favorisce il diffondersi di valori “sani”, come l'altruismo e la cooperazione; essa infatti esalta l'egoismo e la competizione perché è proprio su di essi che si fonda.

13. Non mette in atto ciò che è giusto, utile, benefico, necessario e fisicamente possibile; essa infatti è basata sul profitto. Pertanto tende a mettere in atto ciò che è in grado di assicurare un guadagno economico. Così facendo, il fatto che un'azione sia giusta o ingiusta, utile o inutile, benefica o dannosa, superflua o necessaria... passa in secondo pianto.

14. Non è concepita per essere compatibile con l'ambiente in cui opera, né tra i suoi obiettivi include il raggiungimento di uno stato stazionario “sostenibile”; essa, infatti, persegue una crescita illimitata in un mondo limitato, sia nell'estensione che nella disponibilità di materia, e lo fa depredando, distruggendo ed inquinando l'ambiente in modo scellerato, perché questo è ciò di cui ha bisogno un'economia consumistica per accrescersi e mantenersi in essere, prima di causare un collasso ecologico.

15. Non è in grado di eliminare i problemi legati al signoraggio, al debito pubblico e al debito privato; essa infatti adotta una gestione del denaro intrinsecamente fondata sul debito e sulla richiesta d'interessi, consegnando la proprietà del denaro ad un'élite d'individui.

16. Non tiene in considerazione tutta una serie di fattori fondamentali; essa infatti ignora gli aspetti negativi legati alla produzione e all'utilizzo di beni e servizi, fingendo che non esistano.

17. Non contabilizza i costi dovuti alle conseguenze negative legate alle attività economiche; essa infatti scarica questi costi sull'intera collettività, facendo in modo che certi attori economici realizzino lauti profitti, senza alcun obbligo di dover ripagare i danni da essi causati.

18. Non fa affidamento su parametri ben concepiti al fine di effettuare le migliori scelte in ambito economico; essa infatti utilizza il sistema dei prezzi, i quali però si formano con un meccanismo che compie valutazioni parziali e distorte, dando luogo a valori errati che inducono calcoli economi altrettanto inaffidabili.

19. Non è in grado di valutare correttamente la ricchezza; essa infatti effettua delle valutazioni al netto delle conseguenze negative, le quali, se venissero contabilizzate, trasformerebbero in miseria ciò che invece viene usualmente definito “ricchezza”.

20. Non può risolvere i problemi legati all'iper-produzione, all'iper-lavoro e all'iper-consumo; essa infatti ne è la causa e ne ha bisogno per mantenersi in essere.

21. Non consente ai migliori soggetti del tessuto sociale di emergere, così che essi possano servire da esempio agli altri elevando tutta l'umanità; essa infatti, utilizzando il denaro ed esaltando disvalori, come l'egoismo e la competizione, dà origine ad un ascensore sociale che consente la risalita della peggior feccia dell'umanità.

22. Non organizza in modo ottimale il mondo del lavoro; essa infatti subordina le attività lavorative alla logica del profitto, la quale, per quanto abbiamo fin qui sostenuto, non induce un'organizzazione ottimale.

23. Non assegna i posti di lavoro in modo razionale nel rispetto delle capacità, del talento e della volontà degli individui; essa infatti demanda il compito al mercato, ovvero alla moderna tratta degli schiavi, al netto di privilegi e favoritismi onnipresenti, tanto nel settore pubblico, quanto nel privato.

24. Non assicura le migliori condizioni di lavoro possibili per i lavoratori; essa infatti ricerca il massimo sfruttamento degli individui al fine di conseguire il più elevato saggio di profitto.

25. Non è finalizzata alla liberazione dell'essere umano dalla schiavitù del lavoro; essa infatti si fonda sul lavoro e tenta in ogni modo di ricreare le condizioni affinché le persone possano continuare a sacrificare la loro vita lavorando.

26. Non è in grado di risolvere il problema della disoccupazione; essa infatti produce sistematicamente disoccupati a causa delle sue logiche. Inoltre, va osservato come un certo tasso di disoccupazione risulti funzionale per gli obiettivi di sfruttamento e di controllo sociale perseguiti dall'élite dominante. Anche per questo non s'interviene per eliminarla in modo definitivo.

27. Non si oppone allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; essa infatti ne ha bisogno per assicurare il suo complessivo funzionamento. Per questo motivo l'antica schiavitù è stata addirittura legalizzata, trasformandola nella moderna concezione del lavoro.

28. Non utilizza la tecnologia nell'interesse generale; essa infatti consente che gruppi elitari si approprino di strumenti tecnologici per perseguire i propri fini che, incidentalmente, non coincidono con ciò che si dovrebbe fare per assicurare il benessere collettivo.

29. Non è compatibile con un sistema democratico; essa infatti ha tutti i tratti caratteristici di un sistema totalitario ed impositivo il quale è intrinsecamente incompatibile con la realizzazione di una vera democrazia.

30. Non assicura reali ed effettive condizioni di libertà all'umanità; essa infatti, per come è strutturata, può garantire tali condizioni soltanto ad una esigua minoranza d'individui: quelli sufficientemente ricchi da non dover sottostare alle costrizioni imposte dal sistema economico.

31. Non consente ad ogni individuo di ricercare se stesso al fine di sviluppare ed esprimere il suo massimo potenziale; essa infatti obbliga gli individui a partecipare alle attività economiche, le quali sono totalizzanti ed annullano il senso dell'esistenza, ed in ogni caso sono subordinate ai vincoli imposti dalla metafisica del denaro.

A questo punto della trattazione, il minimo che si possa fare è di formulare un nuovo paradigma economico che risolva le precedenti problematiche.

Il lettore più accorto avrà senz'altro notato che, in realtà, questo paradigma è già stato esposto: esso può essere ottenuto combinando tutte le indicazioni fin qui fornite.

Chiamiamo questa nuova concezione economica Econofisica, per sottolineare il legame tra fisica ed economia che caratterizza una delle sue peculiarità.

Si tratta di un'economia pianificata in modo localizzato e distribuito, che non ha bisogno né del denaro né del mercato per funzionare.

Nella sezione del Trattato dedicata all'Utopia, riepilogheremo ed illustreremo in dettaglio le caratteristiche ed il funzionamento concreto dell'Econofisica.

Conclusioni

Per concludere la trattazione, vorrei mettere in evidenza che l'adozione del paradigma economico riportato all'interno di questo trattato risolverebbe tutte le criticità economiche che sono state fin qui esposte.

Ciò accadrebbe perché l'Econofisica:

1. è effettivamente una scienza (dura); essa infatti è un'economia pianificata rifondata sulla fisica che determina la sua regolazione con metodo e rigore in modo svincolato dalle logiche del profitto, utilizzando modelli matematici e simulazioni fisiche.

2. Consente all'umanità di attuare tutto ciò che è fisicamente possibile; essa infatti, grazie all'arbitrarietà della pianificazione, non è vittima delle limitazioni indotte dalla metafisica del denaro. In questo modo lo spettro delle possibilità dell'economicamente ammissibile torna a coincidere con quello del fisicamente possibile.

3. Intende l'efficienza in modo corretto; essa infatti, essendo fondata sulla fisica, reputa “efficiente” ciò che è efficiente da un punto di vista fisico, com'è giusto e utile che sia.

4. Massimizza l'efficienza (intesa in senso fisico); essa infatti, per sua costituzione, è dedita all'efficienza, ed è organizzata in modo tale che ogni suo incremento si traduca automaticamente in un miglioramento delle condizioni di vita dei membri della società.

5. Minimizza l'inefficienza intesa in senso fisico; essa infatti, per sua costituzione, cerca di ridurre il più possibile sprechi e inefficienze di varia natura, a vantaggio della collettività.

6. Alloca ed utilizza le risorse in modo equo ed “ottimale”; essa infatti pianifica scientificamente l'azione economica per assicurare la massima equità e raggiungere il miglior impiego possibile delle risorse.

7. Distribuisce in modo equo la ricchezza; essa infatti prevede che tutti usufruiscano di un paniere di beni e servizi essenziali di alta qualità.

8. Minimizza la produzione; essa infatti pianifica la produzione a tal fine, fermo restando l'obiettivo di fornire l'accesso a beni e servizi di alta qualità a tutti i membri della società.

9. Promuove l'uso condiviso di beni concepiti per durare a lungo; essa infatti non ha bisogno di crescere per non fallire. Pertanto meno cose si producono, e più lentamente si consumano, e meglio è per tutti, da ogni punto di vista.

10. Pone a suo fondamento l'obiettivo del raggiungimento del benessere collettivo; essa infatti persegue scientemente questo fine.

11. Motiva i membri della società a far propri dei fini “sani”; essa infatti ripudia la logica del profitto e crea i presupposti socio-economici affinché gli individui agiscano in libertà nel rispetto delle altre forme di vita.

12. Favorisce il diffondersi di valori “sani”; essa infatti si fonda sull'altruismo e la cooperazione.

13. Può mettere in atto ciò che è giusto, utile, benefico, necessario e fisicamente possibile; essa infatti può farlo in virtù dell'arbitrarietà della pianificazione.

14. È concepita per essere compatibile con l'ambiente in cui opera;  essa infatti prevede il mantenimento di uno stato stazionario mediante un equilibrio dinamico che risulti “sostenibile”.

15. Elimina completamente i problemi legati al signoraggio, al debito pubblico e al debito privato; essa infatti non prevede l'utilizzo del denaro e non necessita di alcuna tipologia di debito per funzionare.

16. Può tenere in considerazione tutti i fattori fondamentali; essa infatti può inserirli in modo opportuno all'interno delle valutazioni che si compiono per effettuare la pianificazione dell'economia.

17. Valuta le conseguenze negative legate alle attività economiche; essa infatti, non solo tiene in considerazione questi aspetti, ma cerca di minimizzarli.

18. Fa affidamento su parametri ben concepiti al fine di effettuare le migliori scelte in ambito economico; essa infatti ha tutto l'interesse di utilizzare i parametri più adatti per effettuare la migliore delle pianificazioni possibili. In particolare, le valutazioni effettuate non risultano distorte dall'inadeguatezza informativa dovuta al sistema dei prezzi.

19. Valuta correttamente la ricchezza; essa infatti tiene in considerazione gli aspetti negativi, includendoli nelle valutazioni, senza fingere che non esistano.

20. Risolve i problemi legati all'iper-produzione, all'iper-lavoro e all'iper-consumo; essa infatti adotta una logica che è stata appositamente concepita a tal fine.

21. Gli individui non hanno bisogno di emergere; essa infatti crea le condizioni affinché ogni individuo ricerchi ed esprima se stesso, così da poter contribuire in base ai propri talenti al conseguimento del benessere collettivo all'interno di un sistema non competitivo.

22. Organizza in modo ottimale il mondo del lavoro; essa infatti adotta un'organizzazione che è stata appositamente concepita affinché il mondo del lavoro risultasse organizzato in modo ottimale (nel senso definito all'intero di questo scritto).

23. Assegna i posti di lavoro in modo razionale nel rispetto delle capacità, del talento e della volontà degli individui; essa infatti è proprio così che distribuisce i compiti da svolgere per raggiungere le finalità economiche.

24. Assicura le migliori condizioni di lavoro possibili per i lavoratori; essa infatti ha tutto l'interesse affinché i lavoratori siano sani, felici, gioiosi e creativi, in modo tale che da questa condizione ne traggano giovamento sia gli individui che la società.

25. È finalizzata alla liberazione dell'essere umano dalla schiavitù del lavoro; essa infatti, per sua costituzione, fa in modo che la diminuzione del lavoro umano avvenga nell'interesse generale. Da un punto di vista teorico, essa riuscirebbe ad assicurare i più elevati livelli di agio economico a tutti i membri della società, anche nel caso in cui, a causa di una completa automatizzazione delle attività lavorative, si raggiungesse la piena disoccupazione.

26. Risolve completamente il problema della disoccupazione; essa infatti ripartisce equamente il carico di lavoro umano necessario su tutta la popolazione in età da lavoro, assicurando a tutti gli individui l'accesso gratuito ai beni ed ai servizi prodotti dalla società.

27. Rende impossibile lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; essa infatti, per costruzione, non consente che alcuni individui ne sfruttino altri per realizzare un guadagno personale. L'organizzazione del lavoro fa sì che gli esseri umani cooperino per realizzare il maggior benessere dell'umanità.

28. Utilizza la tecnologia nell'interesse generale; essa infatti utilizza gli apparati tecnologici soltanto a patto che da essi consegua un incremento del benessere collettivo.

29. È perfettamente compatibile con un sistema democratico; essa infatti prevede che i processi decisionali avvengano dal basso, in modo distribuito.

30. Assicura reali ed effettive condizioni di libertà all'umanità; essa infatti, per come è strutturata, massimizza il tempo libero garantendo a tutti gli individui l'accesso a beni e servizi, così che ognuno possa effettivamente spendere la più ampia fetta della propria esistenza a sua discrezione, a condizione che non si arrechi danno agli altri esseri viventi e alla società.


31. Consente ad ogni individuo di ricercare se stesso al fine di sviluppare ed esprimere il suo vero potenziale; essa infatti crea le condizioni affinché ciò possa avvenire, assicurando a tutti tempo libero in abbondanza da spendere in condizioni di agio economico, in una società fondata su valori sani e rispettosa dell'ambiente.

Mirco Mariucci

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