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domenica, maggio 26, 2019

Dalla Distopia all'Utopia: come realizzare una società ideale trasformando l'utopia in realtà


Avviso: la conoscenza del modello sociale denominato Utopia Razionale è propedeutica alla comprensione della prima parte delle riflessioni qui di seguito riportate. 

Quando ho messo per iscritto la mia concezione di società ideale, l'intento non era di esporre un programma politico da attuare nell'odierna società. 

La funzione dalla mia Utopia è la stessa di quella svolta da ogni altra utopia: fornire un'ispirazione, indicare una direzione, donare all'umanità un ideale per trasformare in meglio la realtà sociale.

L'implementazione del modello socio-economico-culturale da me proposto non è di per sé impossibile, ma è resa inattuabile dall'odierno livello di (in)coscienza dell'umanità: per far sì che l'Utopia Razionale possa concretizzarsi nella realtà fisica sarebbe necessario un salto quantico spirituale che non si può pretendere che avvenga dall'oggi al domani.

Ciò non toglie che un simile livello di coscienza sia effettivamente alla portata dell'umanità; esso, in verità, è stato già raggiunto, seppur da un piccolo numero di esseri umani presenti sulla Terra, che volendo potrebbero organizzarsi per dar vita a delle versioni locali dell'Utopia Razionale, seppur con qualche accorgimento rispetto alla formulazione originale.

Inoltre, se da un lato è vero che ad oggi, per le suddette ragioni, il modello socio-economico-culturale da me proposto non può essere implementato nella sua totalità, dall'altro è altrettanto vero che esso contiene aspetti e soluzioni che invece potrebbero trovare un'applicazione concreta ed immediata, assieme ad altri obiettivi che si potrebbero perseguire in un'ottica di medio-lungo periodo.

Per questi motivi, ho deciso di fornire delle indicazioni di massima su come procedere per orientare la società in direzione del modello utopico da me proposto, fermo restando che il vero scopo, non solo della mia Utopia, ma di tutta la mia attività di libero pensatore, è di contribuire all'unica rivoluzione possibile: l'innalzamento del livello di pensiero dell'umanità.

In definitiva, vi è una sola via per risolvere le criticità sociali: che la coscienza dei membri della società si espanda, conseguendo un'elevazione del livello spirituale.

La realtà sociale, infatti, è il riflesso di ciò che i membri che la compongono hanno al loro interno.

Ciò significa che ad ogni effettivo innalzamento del livello di coscienza consegue la risoluzione di un certo insieme di criticità che magari fino ad allora apparivano come dei problemi mastodontici ed insolubili oppure non venivano neanche percepiti come tali, pur gravando negativamente sull'umanità.

Ma non appena la coscienza si espande, la visione diviene chiara e le soluzioni arrivano da sé, in modo naturale, perché è il pensiero che genera la realtà sociale.

Capisco che per alcuni queste riflessioni possano risultare troppo astratte e filosofiche, ma  in verità esse sono le più importanti.

Per soddisfare anche le aspettative dei lettori più portati all'azione che non alla speculazione, fermo restando che il voler agire senza prima aver coltivato la coscienza è un'ottima ricetta per causare i peggiori disastri sociali, ho deciso di suddividere questo scritto in due parti: nella prima, affronterò le criticità legate all'attuazione dell'Utopia Razionale nell'odierna realtà sociale; nella seconda, darò dei suggerimenti pratici e concreti per condurre l'umanità dall'odierna distopia ad una società che in molti definirebbero utopica.

Cominciamo subito illustrando le variazioni che si rendono necessarie per attuare a livello locale il modello socio-economico-culturale da me ideato.

Implementazione concreta dell'Utopia Razionale
Per funzionare al massimo delle sue potenzialità l'Utopia Razionale ha bisogno di un territorio sufficientemente ampio da garantire ai suoi abitanti la completa autosufficienza dal punto di vista delle materie prime e dell'energia. 

Essa, infatti, non utilizzando il denaro, rifiutando ogni logica mercantilista ed adottando un'economia basata sulle risorse, se non potesse prelevare direttamente dal proprio territorio il necessario per produrre e fornire beni e servizi, entrerebbe immediatamente in crisi, perché non avrebbe modo di comprare nulla dall'esterno. 

Questa lacuna si spiega facilmente, in quando l'Utopia Razionale è stata concepita ed illustrata pensando ad un'attuazione a livello globale. 

Pertanto, se la si volesse implementare su delle circoscrizioni territoriali di più ridotte dimensioni, senza apportare alcuna modifica al suo funzionamento, gli individui dovrebbero accontentarsi di vivere producendo soltanto ciò che fosse possibile realizzare con le risorse presenti sul loro territorio, sopravvivendo di auto-produzione e auto-consumo.

Inutile dire che questa restrizione potrebbe essere così stringente da spingere troppo in basso la qualità di vita dei membri di quella realtà sociale, ottenendo l'esatto opposto rispetto all'obiettivo che mi ero prefissato di raggiungere!

Per ovviare a questa criticità, rendendo possibile l'attuazione dell'Utopia Razionale anche all'interno di territori con risorse insufficienti per soddisfare le esigenze dei suoi abitanti, si deve introdurre una modifica: bisogna mantenere l'uso del denaro per effettuare degli scambi commerciali con i membri dei territori che non adottano il modello da me proposto. 

A quel punto, realizzando beni e servizi da vendere al di fuori dei “confini” e/o dedicando un po' di tempo ad attività lavorative remunerate, i membri dell'Utopia Razionale potrebbero ricavare denaro a sufficienza per acquistare le materie prime, l'energia e/o i prodotti utili e necessari che, per qual si voglia ragione, non potrebbero realizzare da sé. 

Al netto di questa variazione non cambierebbe null'altro per quanto riguarda le restanti dinamiche sociali: i membri dell'Utopia Razionale continuerebbero ad interagire al suo interno così come da me indicato, senza alcun bisogno di utilizzare il denaro.

Questa modifica risolve la suddetta criticità, consentendo l'attuazione dell'Utopia Razionale non soltanto a livello mondiale, ma anche a livello continentale, nazionale, regionale o addirittura locale, come ad esempio in una piccola comunità che ne condividesse i valori fondanti.

I semi di una nuova civiltà
Contrariamente a quanto si possa pensare, tra tutte le strategie possibili, l'attuazione dell'Utopia Razionale all'interno di piccole comunità rappresenta la situazione migliore da cui partire per trasformare l'odierna società andando nella direzione da me indicata: essa, infatti, si compone di una rete di comunità che, specializzandosi come le cellule di un organismo, danno origine ad un'unica società basata su di una interconnessione ed un coordinamento finalizzati all'attuazione di una cooperazione sinergica che assicuri il benessere collettivo di tutti gli esseri viventi e una complessiva sostenibilità ambientale.

Inoltre, si devono tenere in considerazione due ulteriori fattori: il primo, è che oggigiorno il numero d'individui presenti nel mondo con un livello di coscienza compatibile con l'Utopia Razionale è molto basso. 

Non sono in grado di quantificarlo, ma anche nella migliore delle ipotesi non credo che raggiunga la popolazione di una regione come l'Umbria. 

Inoltre, se così fosse, quegli individui sarebbero sparpagliati in giro per il mondo e non so quanto sia saggio riunirli tutti insieme per formare una sorta di Stato, senza considerare che, di fatto, una simile impresa sarebbe estremamente difficile da realizzare, se non altro perché bisognerebbe procurarsi un territorio di grandi dimensioni già occupato da altre nazioni!

È molto meglio che quegli individui si riuniscano in piccole comunità sparse per tutta la Terra, divenendo essi stessi i semi di una nuova società.

L'esperienza storica del Rajneeshpuram, la comune fondata da Osho Rajneesh nell'Oregon negli anni ottanta del secolo scorso, conferma questa tesi.

Essa, infatti, a causa della sua forte crescita, finì per attirare l'attenzione del governo americano, il quale fece di tutto per indurre il fallimento di quella realtà sociale fondata su basi culturali rivoluzionarie. E alla fine, nonostante l'astuzia e la strenua resistenza dei membri della comune, ci riuscì (per approfondire la vicenda si rimanda al docu-film intitolato Wild Wild Country). 

Il secondo fattore, è che il voler imporre una realtà sociale più elevata rispetto al livello di coscienza dei membri che andranno ad operarvi significherebbe condannare questa sorta di esperimento al fallimento ancor prima di cominciare. 

Una trasformazione sociale deve trarre forza dalla volontà degli individui. Prima si deve innalzare il livello di coscienza e poi si può agire per trasformare la realtà; una trasformazione che, a quel punto, avverrebbe spontaneamente, in quanto prodotta dal nuovo livello di consapevolezza. 

Imporre un modello sociale ad un popolo è una strategia sbagliata da ogni punto di vista: la via corretta da seguire è quella di proporre senza imporre. 

Dev'essere la forza della verità e della bontà di un'idea a far sì che gli individui la riconoscano come vera e buona e quindi la facciano propria spontaneamente trasformandola in realtà con le proprie azioni. 

Per questi motivi, tanto vale incominciare a sperimentare le dinamiche dell'Utopia Razionale all'interno di piccole comunità sparse per tutto il mondo, riconvertendo quelle già esistenti e/o realizzandone delle altre, facendo in modo che esse si mettano in rete così da accrescere il loro potenziale.

Per raggiungere l'utopia si deve partire dalla realtà. E disgraziatamente l'odierna realtà sociale è quanto di più lontano possa esistere dall'Utopia Razionale. 

Del resto, se così non fosse stato, e gli esseri umani fossero vissuti felici e contenti in una società giusta ed ecologicamente sostenibile, non avrei mai sentito l'esigenza di concepire una società ideale. 

In molti penseranno che la strategia migliore per traghettare l'umanità in un mondo ideale consista nel distruggere l'esistente per ricostruire una nuova realtà sulle macerie della precedente. 

Inviterei queste persone a riflettere sull'opportunità di concentrare le loro energie sulla costruzione del nuovo più che sull'annientamento del vecchio.

Se invece di sostituire ciò che c'è ci si occupasse di realizzare una realtà sociale alternativa ad essa superiore, la vecchia struttura perirebbe da sé, senza alcun bisogno di “combatterla”. 

Questo non significa che non si possa e non si debba inglobare nell'Utopia Razionale tutto ciò che di buono ed utile esiste già nell'odierna realtà sociale.

Da un punto di vista architettonico, oltre alle comunità e agli ecovillaggi, vi sono molte strutture già esistenti che sarebbero perfette da utilizzare. 

Si pensi solo ad alcuni paesini medioevali circondati da ampi appezzamenti di terreno lasciati all'abbandono: ridare vita a quei territori sarebbe quanto di meglio si possa fare per creare i nuclei fondanti dell'Utopia Razionale. 

Abbiamo così chiarito che, in una prima fase, ci si dovrà focalizzare sulla realizzazione di versioni locali del nuovo modello sociale. Questa nascente rete di comunità, disseminata in ogni Nazione della Terra, rappresenterà il nucleo fondatore dell'Utopia Razionale.  

Il compito è affidato a gruppi d'individui affiatati che scelgano di realizzare e vivere in comunità, adottando la visione ideale da me indicata.

Da un punto di vista pratico-organizzativo, alcuni membri di queste nuove realtà sociali potrebbero dedicarsi ad attività economiche intese nel senso usuale del termine, così da far affluire denaro, mentre altri potrebbero incominciare a svolgere mansioni utili all'interno della comunità, svincolandosi dalle costrizioni imposte dalla metafisica del denaro. Ciò non esclude che le due cose possano anche combinarsi. 

Ad esempio, alcune donne di una comunità potrebbero creare e/o gestire un asilo, nel quale potrebbero accedere sia i figli dei genitori appartenenti alla comune che non, con la differenza sostanziale che i primi non pagherebbero una retta, mentre i secondi sì. 

Alcuni uomini, invece, potrebbero dedicarsi alla produzione di frutta e ortaggi, condividendoli gratuitamente con i membri della comunità e vendendo l'eccedenza agli individui che giungessero dall'esterno... e così via.

Sono convinto che un'esistenza condotta in comune, con dei membri fidati e caparbi che condividono la ricchezza, si ripartiscono i compiti e hanno scelto di vivere a contatto con la natura, assicurerebbe un livello di benessere e felicità ben più elevato rispetto all'odierna condizione, dove degli individui atomizzati sono perennemente in lotta l'uno con l'altro e non hanno neanche il tempo di godere della bellezza della natura, perché per guadagnarsi da vivere trascorrono la maggior parte della loro esistenza rinchiusi in un'azienda ad eseguire ordini. 

Oltre a migliorare l'esistenza di chi vi farà parte, la funzione di questi nuclei fondanti sarebbe di testimoniare l'esistenza di un paradigma alternativo e di diffondere un nuovo insieme di valori. 

I loro membri potrebbero dedicare un po' di tempo alla ricerca della verità, alla controinformazione, ad attività pratiche e spirituali aperte a tutti e alla divulgazione di informazioni utili per replicare, ampliare e migliorare il progetto d'implementazione dell'Utopia Razionale. 

Ma anche se ciò non dovesse avvenire, già la loro esistenza darebbe un contributo importante per elevare il generale livello di coscienza dell'umanità, perché l'esempio, a volte, conta più di un miliardo di parole.

Questo è l'obiettivo da raggiungere in una prima fase, dove la maggior parte dell'umanità è “addormentata”, non in senso fisico, ma metafisico. 

A quel punto resterebbe poco altro da fare, rispetto all'augurarsi che il processo di evoluzione spirituale dell'umanità proceda e produca i suoi frutti prima che l'incoscienza causi dei disastri ancora più eclatanti di quelli a cui gli esseri umani stanno già assistendo.

La speranza è che il risveglio abbia luogo senza l'infausto ausilio di un'enorme sofferenza causata da circostanze ancor più buie rispetto all'oscurità in cui l'umanità è già avvolta.

Per procedere nella trattazione immaginiamo che ciò accada, ovvero che l'umanità non si auto-estingua ed intraprenda la via della consapevolezza, e che quindi questa rete globale di comunità si accresca all'aumentare del livello di coscienza, via via che gli esseri umani riescano a destarsi dal sonno in cui erano sprofondati.

Fallimento progressivo del mercato
In una fase più avanzata della trasformazione sociale, bisognerebbe inglobare altre "strutture" preesistenti all'interno dell'Utopia Razionale.

Si pensi, ad esempio, alle università, alle industrie, ai sistemi pubblici per il trasporto e al comparto medico-sanitario: sarebbe assurdo ricostruire tutto ex-novo. L'ideale invece sarebbe di riconvertire quanto di valido esiste già, riadattandolo alla nuova concezione.

Ad esempio, si potrebbero costruire delle comunità, così come descritte nell'Utopia Razionale, attorno ai poli universitari e alle aziende utili alla nuova organizzazione sociale.

Inutile dire che una simile trasformazione andrebbe a scontrarsi prepotentemente con gli interessi di alcuni attori sociali che si opporrebbero con forza.

Questo ci porta a concludere che per compiere un simile passo il nuovo livello di coscienza dovrebbe interessare un'ampia fetta di popolazione: soltanto a quel punto non vi sarebbero resistenze e la trasformazione sociale potrebbe andare avanti.

Potrà sembrare banale, ma è così che stanno le cose: il problema non è trovare un modo per attuare delle soluzioni. Come ritengo di aver ampiamente dimostrato con il mio Trattato di sociologia, le strategie esistono, sono molteplici e sono anche piuttosto semplici da comprendere, il problema è che non c'è la volontà di attuarle perché non c'è un'effettiva consapevolezza a causa di un livello di coscienza che non è ancora sufficientemente elevato. 

E purtroppo senza che prima maturi una reale volontà, diffusa e profonda, qualunque soluzione, per quante semplice, bella ed utile, non verrà attuata e troverà la brutale opposizione dei dormienti.

Ammesso quindi che si raggiunga una massa critica di esseri consapevoli e dotati di volontà, per inglobare effettivamente nell'Utopia Razionale quanto di buono esiste nella società, nel corso del processo di trasformazione dell'organizzazione sociale si dovranno gestire delle ulteriori criticità intimamente legate alla fase di transizione. Mi spiego subito.

Si consideri che l'attuazione dell'Utopia Razionale richiede il passaggio da un'economia di mercato fondata sulla metafisica del denaro ad un'economia pianificata senza denaro rifondata sulla fisica. 

Per far sì che ciò avvenga si può pensare ad una strategia basata su di un fallimento progressivo e controllato del mercato che renderebbe sempre più inutile l'uso del denaro. 

In altri termini, si tratterebbe di provocare il fallimento di un settore del mercato alla volta, dando precedenza ai beni ed ai servizi più importanti, fino ad ottenere una completa sostituzione dell'odierna organizzazione economica con il nuovo paradigma.

Oggigiorno si deve pagare per comprare beni e servizi; nell'Utopia Razionale le cose sarebbero prodotte dalla collettività, con l'ausilio delle automazioni, per essere messe a disposizione di tutti gratuitamente in quantità tali da soddisfare le esigenze della collettività.

È evidente che se nell'odierna società si mettesse in piedi un sistema parallelo a quello attuale che distribuisse gratuitamente un certo bene, immediatamente gli attori economici operanti all'interno di quel settore sarebbero condannati al fallimento.

Ma è proprio di questo che si ha bisogno per effettuare la transizione! 

Nel farlo, quindi, bisognerà avere l'accortezza che, come minimo, nessun individuo tra quelli che precedentemente traevano un reddito dalle attività indotte al fallimento finisca in miseria. 

Ci sono diverse strategie per ottenere questo obiettivo ed è chiaro che esse non possano essere gestite correttamente senza delle apposite politiche economiche che, per come è strutturata la società oggi, soltanto il governo potrebbe applicare: giungiamo così ad un ulteriore punto di criticità.

Pensare che le soluzioni ai problemi della società possano arrivare dalla politica è una completa assurdità.

È del tutto evidente che gli elettori non riescano a far altro che delegare il potere a forze politiche che rispecchino il proprio livello di coscienza che, in ultima analisi, siccome attualmente la massa è addormentata, è esso stesso causa, e non soluzione, dei problemi della società.

Ma noi abbiamo ipotizzato che l'umanità abbia mosso dei passi avanti significativi in direzione della consapevolezza. È quindi lecito immaginare la nascita di un movimento politico che si faccia portatore delle istanze utili per l'avanzamento dell'implementazione dell'Utopia Razionale. 

Cerchiamo di comprendere questo punto (dolente) ragionando in modo concreto. Supponiamo che gli abitanti di ogni comune inizino a cooperare per realizzare ed accudire dei frutteti e degli orti pubblici, al fine di produrre frutta e ortaggi per soddisfare i bisogni di tutti i cittadini.

Mettendo a disposizione i raccolti gratuitamente, così come previsto nelle logiche dell'Utopia Razionale, non ci sarebbe più bisogno di denaro per mangiare frutta e verdura. 

È però evidente che nella fase di transizione tutte le attività economiche legate a questo settore subirebbero una perdita economica e molte di esse sarebbero addirittura condannate al fallimento. 

Così facendo, un lavoratore impiegato in un settore diverso rispetto a quello interessato al processo di conversione avrebbe ancora il suo salario ma non dovrebbe più acquistare frutta e ortaggi, i quali sarebbero messi a disposizione gratuitamente dalla società, mentre gli altri disporrebbero soltanto di frutta e ortaggi (un po' poco per vivere in modo dignitoso!).

Si comprende quindi che, nella fase di transizione, bisognerebbe mettere le persone in condizione di poter agire in modo svincolato dalle logiche del profitto, assicurando come minimo un reddito a chi subisca gli effetti “negativi” dovuti al progressivo processo di fallimento del mercato.

Certamente una parte di questi individui potrebbe trovare impiego nel nuovo programma di produzione di frutta e ortaggi, divenendo una sorta di dipendente pubblico. Negli altri casi si dovrebbe porre rimedio o erogando un reddito o redistribuendo il lavoro (e la ricchezza) esistente. 

Questo esempio ci aiuta a comprendere che, in un mondo caratterizzato da Stati “democratici” caratterizzati da parlamenti eletti dai popoli, non tutte le operazioni necessarie per trasformare l'odierna Distopia nell'Utopia possano essere implementate e gestite nel migliore dei modi senza che, ad un certo punto, una forza politica assuma le redini del governo.

I membri delle comunità potrebbero certamente mettersi a produrre frutta e ortaggi regalandoli a tutti, ma non potrebbero legiferare per diminuire l'orario di lavoro risolvendo così il “problema” della disoccupazione dovuto al loro comportamento. 

Si consideri la questione della gestione dei trasporti pubblici. Per quanto i membri delle comunità locali siano numerosi e di buona volontà, è evidente che il processo di inglobamento di questo settore debba passare per una completa nazionalizzazione dell'esistente. Solo allora questo servizio potrebbe essere erogato gratuitamente.

Pertanto, per quanto nell'Utopia Razionale non esisteranno più governi e nazioni, così come li si intendono oggi, dovendo effettuare una transizione da un mondo reale ad un mondo ideale, volenti o nolenti, si dovranno utilizzare per i nostri fini gli strumenti previsti dall'odierna struttura sociale, togliendo loro potere, fino a dissolverli, via via che il nuovo modello sociale prenderà forma e le vecchie strutture non saranno più né utili, né necessarie.  

Immaginiamo ora di estendere questo processo di fallimento programmato ad altri settori dell'economia.

Più comparti saranno trasformati ed entreranno a far parte del sistema di mantenimento collettivo messo al servizio dell'umanità, più saranno i beni ed i servizi prodotti e distribuiti dalla collettività per la collettività in modo gratuito. 

Questo significa che più la concezione economica adottata nell'Utopia Razionale si sostituirà alle odierne logiche economiche, meno le persone avranno bisogno di denaro per vivere. 

Fin quando, ad un certo punto, la maggior parte degli esseri umani entrerà nella rete di comunità e coopererà per produrre e fornire gratuitamente beni e servizi essenziali e di alta qualità in quantità tali da soddisfare i bisogni di tutti. 

A quel punto l'umanità facente parte del nuovo modello sociale si renderà conto che il denaro non è più necessario, pertanto esso cadrebbe in disuso, perché di fatto non verrebbe più utilizzato.

Con il raggiungimento dell'eliminazione del denaro ottenuto come conseguenza della piena operatività del sistema di mantenimento collettivo, la seconda fase di transizione può dirsi conclusa. 

Ulteriori aspetti per completare la transizione
Ci sono degli ulteriori aspetti che non abbiamo ancora discusso ma che sono essenziali per una completa realizzazione dell'Utopia Razionale. 

Il sistema economico del modello sociale da me proposto non contempla l'esistenza di attività inutili e dannose. Ciò significa che durante la seconda fase di transizione e/o al suo termine, bisognerebbe preoccuparsi di eliminare questo genere di attività. 

In alcuni casi sarebbe la stessa eliminazione dell'iper-lavoro prevista dalle logiche dell'Utopia Razionale a far sì che ciò avvenga; in altri bisognerebbe smettere di "alimentare" certi settori preesistenti inducendoli al fallimento, senza però sostituirli e/o riconvertirli.

Ad esempio, passando dalla produzione di un oggetto soggetto ad obsolescenza programmata alla produzione di un bene durevole utilizzato in comune, ove possibile e ragionevole, tutte le attività inutili e dannose precedentemente in essere in quel settore decadrebbero da sé. 

Ciò però non avrebbe luogo nel caso del complesso militare-industriale, il quale dovrebbe essere appositamente debellato abolendo gli eserciti, azzerando i fondi destinati all'acquisto di armamenti, vietando la produzione e l'utilizzo di armi, distruggendo quelle esistenti... e così via. 

Ancor meglio sarebbe se gli esseri umani riuscissero a compiere un tal balzo evolutivo da un punto di vista spirituale da far propria la filosofia della nonviolenza: questo sì che potrebbe risolvere un gran numero di problemi in un sol colpo!

Si consideri che la transizione dalla realtà sociale attuale all'Utopia Razionale richiede anche il passaggio da un sistema con un governo centrale caratterizzato da un processo decisionale che va dall'alto verso il basso, ad un sistema con un “governo” localizzato e distribuito con un processo decisionale orizzontale che va dal basso all'alto, soltanto nei casi in cui c'è un'effettiva esigenza di coordinarsi per questioni che riguardano un numero di comunità via via più grande.

Per muovere un primo passo in questa direzione si potrebbe pensare di dare maggiore potere a livello comunale, sottraendolo al parlamento o ad altri enti intermedi.

Ad esempio, invece di dare la possibilità ai comuni di partecipare a dei bandi concepiti da un'élite di burocrati, si potrebbe dare direttamente loro un quantitativo di denaro equivalente agli importi di quei bandi ripartendoli pro-quota, lasciando piena libertà di decidere come spendere quei fondi in base alle reali necessità dei cittadini. 

Con l'attuale sistema, i comuni partecipano a bandi anche quando il finanziamento è destinato ad opere di cui i cittadini non avrebbero bisogno, mentre al contempo non riescono a reperire risorse per le reali necessità del proprio territorio.

Ciò accade perché le imposizioni dei burocrati impediscono di sfruttare quel denaro per scopi diversi rispetto a quanto stabilito dall'alto.

Con il nuovo sistema, invece, ogni comune potrebbe disporre di un certo quantitativo di denaro da utilizzare come meglio crede, sotto il controllo diretto degli elettori.

Una misura analoga potrebbe riguardare anche le stesse comunità, non appena esse fossero divenute sufficientemente numerose, popolose ed operative. 

I fondi disponibili potrebbero essere ripartiti stabilendo un importo in funzione della grandezza dei territori e del numero di abitanti e dovrebbero essere impiegati per obiettivi di pubblica utilità compatibili con l'istituzione dell'Utopia Razionale, senza alcuna possibilità di realizzare profitto.

Ad esempio, le comunità potrebbero decidere di utilizzare una parte di quei fondi per rendersi autosufficienti da un punto di vista alimentare ed energetico. 

Tra gli aspetti indispensabili che non abbiamo discusso vi è anche la necessità di guidare una transizione da un sistema basato sul concetto di proprietà privata ad un sistema senza proprietà privata, dove le risorse ed i beni vengono utilizzati in comune. 

Anche questo passaggio andrebbe implementato con gradualità. Ad esempio, i membri che confluiscono nelle comunità potrebbero mettere insieme i loro beni, cominciando a sperimentare il sistema di uso condiviso caratteristico dell'Utopia Razionale, ove possibile e ragionevole. 

Successivamente, a mano a mano che i vari settori dell'economia sarebbero inglobati nel nuovo modello sociale, ciò che prima era considerato privato diverrebbe collettivo, facendo progressivamente decadere il vecchio concetto di proprietà ed uso esclusivo. 

Infine, osserviamo come l'economia prevista nell'Utopia Razionale adotti dei meccanismi per ripartire il carico di lavoro umano e ponga dei limiti fisici ai livelli di produzione e consumo al fine di assicurare una complessiva sostenibilità ecologica. 

All'atto pratico questo significa che, mentre le attività economico-produttive vengono inglobate nel sistema di mantenimento collettivo, ci si dovrebbe anche occupare di mettere a punto i sistemi di misurazione e scambio delle informazioni indispensabili per pianificare al meglio l'economia, concordando il paniere di beni e servizi erogabili, al fine di soddisfare le reali esigenze dell'umanità sulla base di una scala di priorità condivisa.

Gli obiettivi appena illustrati potrebbero essere parzialmente ottenuti nella seconda fase di transizione per poi essere completati in una terza e ultima fase. A quel punto l'Utopia Razionale sarebbe pienamente operativa. E così l'umanità potrebbe incominciare a pensare a come raggiungere un ancor più alto livello di evoluzione sociale!

Agevolare la transizione
Un provvedimento da adottare nella fase di transizione, che agevolerebbe in modo considerevole la riuscita dell'implementazione dell'Utopia Razionale, è l'istituzione di un reddito di esistenza incondizionato.

Dico ciò per due motivazioni principali che esporrò brevemente qui di seguito:

1) uno dei problemi che ostacolano la formazione di piccole comunità, anche nei casi in cui ci sia la volontà di farlo, è proprio la mancanza di fondi economici, oltre alla paura e all'insicurezza dovuti al possibile fallimento di questa nuova forma di aggregazione sociale.

Se però tutti quanti potessero disporre di un reddito incondizionato, quei deterrenti diminuirebbero considerevolmente e le comunità spunterebbero come funghi.

2) Oggigiorno ci sono molti individui che si rendono conto del male che con le loro attività lavorative causano a se stessi e agli altri e, se gli fosse data la possibilità, cambierebbero ben volentieri mestiere e/o stile di vita; eppure questi individui continuano comunque a svolgere quelle attività a causa di un ricatto economico.

Del resto, essi vivono in un sistema sociale che li obbliga a procurarsi uno stipendio per sopravvivere e se non si intravedono delle alternative non si può far altro che stringere i denti e tirare avanti.

Ma con un reddito incondizionato questo ricatto verrebbe meno: ciò significa che una certa parte di lavoratori, non temendo più di finire in miseria, potrebbe rifiutarsi di svolgere attività nocive e dannose ed inizierebbe a dedicarsi ad altro.

In generale, ciò sarebbe vero per tutti i membri della società che, a quel punto, venuto meno il deterrente economico, potrebbero cominciare ad orientarsi a ciò che è utile e benefico, piuttosto che ad attività che assicurano un ritorno economico, in particolar modo quando da esse consegue un danno per se stessi, per gli altri esseri viventi e/o per la natura.

Una questione di coscienza
Quando nella prima parte di questo scritto ho asserito che l'inattuabilità dell'Utopia Razionale non è dovuta alla sua struttura e alle sue logiche, le quali, pur essendo molto distanti dall'attuale modo di vedere le cose, sono state appositamente concepite per funzionare nel migliore dei modi possibili al fine di massimizzare il benessere sociale, ma al livello di coscienza degli esseri umani, non ho peccato di presunzione: purtroppo devo ribadire che è proprio così che stanno le cose.

Per attuare una transizione completa dall'odierna Distopia all'Utopia gli esseri umani dovrebbero raggiungere un tal grado di evoluzione spirituale da: agire in vista del bene e non del profitto; cooperare in modo altruistico invece di competere in modo egoistico; rinunciare alla proprietà per adottare un uso condiviso; fare ciò che amano fare senza arrecare danno agli altri esseri viventi; comprendere di essere un tutt'uno e non un insieme di individui separati... e così via.

In realtà è questo l'obiettivo più importante da raggiungere, ma purtroppo non c'è una ricetta da suggerire per far sì che ciò accada: ciascuno deve avanzare da sé sul proprio percorso spirituale, al fine di espandere la propria coscienza guardando sempre al bene, alla bellezza ed alla verità.

Se l'umanità si muoverà nella direzione da me indicata, sono certo che riuscirà non solo a trasformare l'Utopia Razionale in realtà, ma addirittura a trovare dei modelli sociali superiori a quanto io sia riuscito a fare con le mie riflessioni. 

Se invece questo processo di innalzamento del livello di coscienza non avverrà, l'umanità non solo non riuscirà a risolvere i problemi esistenti ma li amplificherà ulteriormente, dando origine ad una distopia ancor più terribile rispetto a quella che caratterizza l'odierna società. 

Serve a poco modificare le cose all'esterno, se poi il livello di pensiero resta invariato, perché prima o poi si ripresenteranno i medesimi problemi, seppur in forma differente: se non cambia il livello di coscienza, tutto si ripete.

In generale si può dire che ad ogni realtà sociale corrisponde un livello di coscienza. Ciò significa che con un opportuno cambiamento del livello di coscienza qualsiasi organizzazione sociale sarebbe possibile, anche la più utopica (o la più distopica!). 

Vorrei invitarvi a riflettere su questo concetto con degli esempi concreti.

Negli ultimi anni alcune aziende hanno incominciato ad offrire un servizio basato sulla condivisione delle biciclette (bike sharing): si tratta di un'attività commerciale incentrata sul noleggio di biciclette da prelevare e riporre in appositi punti di stoccaggio.

L'iniziativa è efficiente e lodevole, perché muove in direzione della salute pubblica e di una maggiore sostenibilità ambientale.

In breve tempo il bike sharing è divenuto molto popolare ed ha ottenuto un grande successo, in particolar modo nelle città della Cina. Certi di poter replicare i profitti già ottenuti con la loro strategia imprenditoriale, queste aziende hanno deciso di espandere la loro attività nelle altre città del mondo.

Ma in alcune realtà l'esito è stato disastroso, tanto da spingere gli amministratori a ritirare completamente il parco bici messo a disposizione per il noleggio!

Cos'è accaduto? I furti, i guasti e gli atti di vandalismo hanno compromesso l'utilizzo della maggior parte delle biciclette. Il colosso Gobee, specializzato nel servizio di bike sharing, ha dichiarato che, mediamente, in Europa la loro flotta di biciclette ha subito guasti, vandalismi e privatizzazioni per un 60% del totale, con punte dell'80% in alcune regioni, causando un danno economico insostenibile. 

A poco o a nulla sono serviti i sistemi di localizzazione satellitare istallati sulle biciclette. Si pensi che in alcuni casi decine e decine di bici sono state gettate nei fumi.

Com'è possibile che la medesima attività basata sull'utilizzo condiviso di biciclette in una zona del mondo sia perfettamente sostenibile, tanto da dare origine ad un business redditizio, ed in un'altra invece sia insostenibile, causando perdite economiche così ingenti da indurre al fallimento quella medesima azienda? 

La risposta è evidente: i membri di quelle realtà hanno una cultura diversa. I primi, rispettano ciò che viene messo a disposizione per essere utilizzato in comune, i secondi, no. 

Ciò dimostra che un utilizzo rispettoso ed intelligente dei beni comuni è possibile, a patto che gli esseri umani abbiano un livello di coscienza sufficientemente elevato.

In alcune realtà del nord Europa accade una cosa che richiede un elevato livello di civiltà: vi sono dei “negozi” fai da te, dove le persone prendono da sole ciò di cui hanno bisogno (tipicamente ortaggi e uova), pesano i prodotti e lasciano spontaneamente il giusto corrispettivo all'interno di una cassa. Il tutto senza che vi sia alcun controllo! 

Si consideri che spesso i campi dove le persone si recano ad acquistare autonomamente gli ortaggi non sono neanche recintanti.

Non oso immaginare cosa accadrebbe se si facesse la stessa cosa qui in Italia, eppure in quei luoghi non si verificano furti di entità tali da spingere i proprietari di quelle attività a modificare le modalità di accesso, distribuzione e vendita dei loro prodotti. 

In altri Paesi vi sono dei parchi pubblici dove vicino alle panchine ci sono delle piccole casettine che contengono libri da leggere gratuitamente (little free library). Ed anche in questo caso non si verificano né furti, né atti di vandalismo.

Questo dimostra che se le generali condizioni di ricchezza sono buone ed il livello di coscienza è sufficientemente elevato non c'è bisogno neanche di prendere delle misure precauzionali per impedire che avvengano furti, perché non ci sono persone disposte a rubare, pur operando all'interno di un sistema economico basato sul profitto. 

Figuriamoci che cosa potrebbe fare una comunità di esseri umani che non fosse avvezza al denaro. Magari potrebbe riuscire a dar forma ad una realtà sociale egualitaria e non stratificata in cui la ricchezza prodotta viene messa in comune al fine di soddisfare le necessità di tutti, senza che nessuno insegua egoisticamente un profitto personale ottenuto a danno degli altri.

Qualcuno dirà che questo è davvero troppo per esser possibile! E invece non si riescono neanche a contare, per quanto sono numerose, le realtà sociali in cui ciò è avvenuto e, in alcuni casi, accade ancora. 

Se si guarda alla storia dell'umanità si può sostenere l'esatto opposto, ovvero che il tempo in cui gli esseri umani hanno vissuto in società stratificate rette dalle logiche del profitto è assai minore rispetto a quello in cui i beni ed i servizi prodotti dalla comunità erano messi a disposizione della comunità dando luogo ad organizzazioni socio-economiche basate sulla cooperazione e l'uguaglianza.

Basti sapere che il sistema economico più a lungo adottato nella storia dell'umanità è stato definito “economia del dono”.

L'elenco potrebbe andare avanti ancora a lungo. Ad esempio, ci si potrebbe chiedere se siano mai esistite realtà sociali nonviolente in cui non si commettevano crimini di nessun tipo. E la risposta sarebbe positiva. 

Oppure si potrebbe condurre un'indagine per verificare se i membri di qualche realtà sociale abbiano mai vissuto cibandosi soltanto di alimenti di origine vegetale e il responso sarebbe ancora una volta affermativo.

Ora siccome tutti i membri di quelle comunità che manifestavano caratteristiche “positive” non erano degli alieni venuti dallo spazio, ma dei comuni esseri umani, le cui azioni non dipendono dal caso, ma da ciò che essi stessi scelgono di fare, o di non fare, in ogni singolo istante della loro vita, possiamo asserire che se gli esseri umani volessero vivere in una realtà sociale dove tutte le qualità appena esposte fossero presenti, potrebbero benissimo farlo.

In altri termini, questo significa che se vi fosse un livello di coscienza sufficientemente elevato gli esseri umani potrebbero: utilizzare le cose in comune avendone cura e senza danneggiarle; fare a meno della polizia, delle galere, di istallare telecamere, di spiare e registrare le conversazioni ed il traffico internet e di trasformare le proprie abitazioni in fortezze, perché non ci sarebbero né furti, né crimini, né volontà di controllare e dominare gli altri; cooperare per il benessere di tutti condividendo la ricchezza prodotta senza sottomettere e sfruttare nessuno; nutrirsi senza arrecare dolore e sofferenza ad altri esseri viventi... e così via. 

Che cos'è quindi che impedisce agli esseri umani di risolvere i problemi della società? Il fatto che non esistano soluzioni, che esse non siano fisicamente possibili, che non siano economicamente sostenibili o che non vi sia la coscienza e/o la volontà di attuarle?

In verità le soluzioni esistono, e sono anche piuttosto semplici, sono fisicamente possibili e quindi non vi è alcun vero ostacolo di natura economica che renda impossibile la loro attuazione; ciò che manca è la volontà di attuarle. Ma la volontà non può che scaturire da una presa di coscienza, ovvero da una trasformazione spirituale degli individui.

Per cambiare la realtà sociale bisogna agire, questo è innegabile, ma prima di agire bisogna divenire consapevoli delle criticità e delle soluzioni. 

E per farlo, si deve espandere la coscienza elevando il livello di pensiero, altrimenti l'azione che scaturirebbe non sarebbe in grado di porre rimedio ad alcunché, ammesso che non aggravi la situazione.

Ostacoli mentali
Ciò detto, qualcuno potrà chiedersi: che cosa si può fare concretamente, nell'immediato, per migliorare la società?

Innanzitutto bisogna convincersi della falsità di un paio di opinioni molto comuni: la prima di esse è quella di chi sostiene che «le cose è così che vanno e non c'è niente da fare»; la seconda è quella di chi ritiene che «le soluzioni arriveranno dall'alto», ovvero dai politici, dagli economisti, dagli scienziati... e così via. 

Per quanto riguarda il primo di questi convincimenti si può dire che, in realtà, è impossibile non far niente, perché ciascun membro della società contribuisce a generare la realtà sociale in cui vive, sia nel bene che nel male, in base alle azioni che sceglie di fare, o di non fare, ogni singolo istante della sua esistenza.

E siccome ad ogni insieme di azioni corrisponde una realtà sociale, questo significa che se non si modifica nulla delle cose che si è soliti fare, si continuerà a produrre la medesima realtà sociale di cui ci si lamenta, alimentando le criticità che si vorrebbero risolvere.

Da ciò deriva la necessità di modificare le proprie azioni, lo stile di vita, le scelte, le abitudini... e così via. Ma siccome il pensiero precede l'azione, questo significa che ancor prima si dovrà modificare il proprio pensiero. Tutto ciò ci riporta ai precedenti discorsi sul livello di coscienza.

Osserviamo come questa riflessione sia valida tanto per la società quanto per i problemi di un singolo individuo.

Ad esempio, se ci si lamenta di essere in sovrappeso ma si continua a condurre una vita sedentaria mangiando in modo scorretto, non si ripristinerà mai una forma fisica ottimale. È solo facendo sport ed alimentandosi in modo adeguato che l'obiettivo potrà essere raggiunto. 

Questo significa che per risolvere ciò che non va bisogna essere disposti a cambiare. 

Inutile dire che se la società è così mal messa è perché gli individui non sono affatto disposti a rimettersi in discussione al fine di modificare credenze, opinioni e abitudini personali, neanche quando qualcuno confuta in modo oggettivo ciò che loro reputano che sia “vero”, “buono”, “salutare”... e così via o, ancor peggio, neanche quando dalla reiterazione delle loro scelte è del tutto evidente che scaturirà un danno per se stessi e/o per gli altri.  

Questa forma di resistenza al cambiamento si riscontra tanto nel cosiddetto “uomo della strada” quanto nelle persone altamente istruite. 

Anzi, è proprio in quest'ultimo caso che si hanno dei casi umani al limite del tragicomico, dove individui, tronfi della loro erudizione, dimostrano di essere soltanto dei soggetti altamente indottrinati che hanno introiettato grandi quantitativi di nozioni, senza essere in grado di esercitare neanche un briciolo d'intelligenza. 

Quando questi soggetti vengono smentiti, smascherando la loro pochezza, diventano aggressivi e l'unica cosa che sanno fare è utilizzare un po' di retorica ed appellarsi al principio di autorità.

Come ampiamente messo in risalto dalla filosofia della scienza, i membri della comunità scientifica sono i primi ad ignorare le evidenze empiriche contrarie al loro paradigma con implicazioni negative su tutti i livelli della società. 

La stessa cosa accade ogni qual volta si adotta un atteggiamento acritico-fideistico-irrazionale, non solo nell'ambito delle religioni, ma anche nella politica, nell'economia, nella medicina... e così via.

Un altro diffusissimo esempio di resistenza al cambiamento è legato alle abitudini alimentari. 

Chi è culturalmente abituato a mangiare carne, è assai difficile che rinuncerà a cibarsi di pezzi di animali morti, nonostante sia oggettivamente dimostrabile che l'essere umano non sia un carnivoro, che la carne causi numerose malattie, il suo consumo non sia necessario, sia tutt'altro che etico e risulti molto più dannoso e insostenibile a livello ambientale rispetto al nutrirsi con prodotti di origine vegetale.

Per quanto riguarda la seconda opinione, si può sottolineare come l'illudersi che basti incaricare il governo per risolvere ciò di cui sarebbe bene occuparsi in prima persona, è uno dei presupposti su cui si regge l'odierna dittatura camuffata da democrazia.

Il sistema è concepito per convincere le persone che sia compito del governo rimediare ai problemi della società, perché solo il governo ha il potere per farlo.

E quando puntualmente i problemi non solo non vengono risolti ma vengono addirittura amplificati da chi era stato incaricato di risolvere le criticità, l'unica cosa da fare consiste nel lamentarsi e nel protestare perché la colpa è tutta del governo che avrebbe dovuto fare ciò che non ha fatto. 

Se il lamento e le proteste non funzionano, basterà eleggere un nuovo governo, salvo poi scoprire che anch'esso non risolverà i problemi della società... 

Tutto ciò è quanto di meglio possano chiedere le élites per continuare a dominare il mondo, le quali, grazie al potere concesso dalle masse ai loro burattini, riusciranno addirittura ad operare in piena legittimità con la forza sociale dovuta al voto popolare.

In realtà il potere non appartiene al governo, il potere appartiene alle persone. Il problema è che gli individui non ne hanno consapevolezza.

Ma se il popolo si unisce e si coordina non c'è nulla che possa fermarlo, e non c'è niente che non possa risolvere da sé, senza che vi sia un governo che decida per conto suo cosa si debba o non si debba fare.

Non a caso per scongiurare che ciò avvenga le élites di ogni epoca hanno sempre fatto ricorso alla strategia del “divide et impera”, suddividendo il popolo in numerose categorie contrapposte, al fine di provocare rivalità e discordia. 

Bisogna che le persone superino l'apparenza di queste classificazioni ponendo l'attenzione su ciò che accomuna tutti gli esseri viventi e la smettano di dare energia agli strumenti che il cosiddetto Potere utilizza contro di loro. 

Soltanto allora si potrà impiegare questa forza in modo più intelligente rispetto al combattere delle guerre tra poveri mentre l'élite se la ride bellamente perseguendo indisturbata i suoi interessi.

In particolare, questo significa che invece di continuare a delegare il potere, per poi lamentarsi delle nefandezze messe in atto dal governo, bisognerebbe incominciare ad organizzarsi dal basso, non per salire al potere con un nuovo partito, ma per porre rimedio ai problemi della società con azioni reali, concrete ed immediate.

Ma ancor prima di coordinarsi con gli altri si dovrebbe incominciare a lavorare su se stessi per migliorarsi: questo sì che darebbe luogo ad una grande rivoluzione, se solo venisse fatto da ogni essere umano.

Soluzioni concrete ed immediate
Continuiamo la nostra riflessione fornendo un breve elenco di azioni che possono essere attuate sia da un punto di vista individuale che collettivo, la cui implementazione comporterebbe un netto miglioramento delle condizioni di vita sperimentate nell'odierna realtà sociale.

Prima di occuparsi dei massimi sistemi converrà cominciare con le cose semplici. Del resto, se non si riescono neppure ad affrontare le cose più “piccole”, come si può pretendere di essere in grado di porre rimedio a quelle più “grandi”?

Alimentazione
La cosa più semplice, immediata, potente e rivoluzionaria che ogni individuo potrebbe fare fin da subito inducendo una trasformazione sostanziale della realtà sociale, consiste nel cambiare alimentazione nutrendosi soltanto con alimenti di origine vegetale, ancor meglio se biologici e prodotti a km zero. 

Il buon senso, l'intuizione, le argomentazioni filosofiche, la logica e la vera scienza convergono tutti sulle medesime posizioni: un'alimentazione ben bilanciata - e sottolineo ben bilanciata - interamente composta da alimenti di origine vegetale è perfettamente compatibile con lo sviluppo ed il benessere degli esseri umani; può essere adottata a qualsiasi età; è adatta a sostenere le necessità energetico-nutrizionali richieste da qualsiasi tipologia di sport sia di fondo che di potenza; diminuisce drasticamente l'impronta ecologica ed incrementa sensibilmente la salute rispetto ad una dieta vegetariana ed ancor più rispetto ad un regime onnivoro in cui vengono inclusi la carne ed il pesce.

E tutto ciò al netto degli aspetti etici, sulla cui indiscussa ed oltremodo evidente superiorità rispetto alle altre tipologie di scelte alimentari, la dieta vegana è battuta soltanto dal fruttarismo, il quale risulta in assoluto il modo più efficiente, etico, armonioso e meno impattante di nutrirsi.

Come mai allora non passa giorno senza che i vegani, e peggio ancora i fruttariani, non vengano ridicolizzati e i pennivendoli asserviti al Potere non scrivano articoli sulla nocività dell'alimentazione a base vegetale, arrivando addirittura a sostenere che essa non aiuti a risolvere i problemi ambientali?

Perché se la maggior parte degli esseri umani effettuasse un radicale cambio di alimentazione l'attuale sistema economico crollerebbe. E così facendo, molti attori sociali non potrebbero più realizzare i lauti profitti che un'alimentazione inefficiente e scorretta assicura loro.

Ad esempio, se le persone si alimentassero in modo corretto il comparto medico-sanitario e le industrie che producono macchinari e farmaci per “curare” le malattie sarebbero condannati al fallimento e con essi gran parte dei ricercatori oggi impegnati nella ricerca medica diverrebbero inutili. 

Ma quello della salute è soltanto uno dei numerosi aspetti positivi che conseguirebbero a livello sociale da una massiva adozione di un regime alimentare basato su alimenti vegetali. 

Oltre alla salute, il cambio di alimentazione gioverebbe grandemente anche all'ambiente: si consideri che in termini di emissioni di gas serra espressi in km equivalenti, una dieta onnivora con prodotti da agricoltura non biologica risulta 17 volte più impattante rispetto ad una dieta vegana con prodotti da agricoltura biologica.

Questo significa che l'impatto ambientale dovuto al sostentamento di un solo onnivoro equivale all'impatto ambientale necessario per alimentare 17 vegani.

Si consideri inoltre che per produrre 100 grammi di carne di manzo servono 1.500 litri d'acqua. Si può confrontare questo valore con il consumo medio domestico di acqua degli italiani che è pari a 200 litri al dì, sprechi inclusi. 

Ho già affrontato altrove questi aspetti, assieme a molti altri ancora, pertanto non mi dilungherò oltre.

Qualcuno dirà che un cambio di alimentazione così netto sia una scelta troppo estrema e radicale. E invece che genere di scelta sarebbe quella di continuare a imprigionare, torturare e trucidare decine di miliardi di animali ogni anno per far sì che l'umanità possa nutrirsi di carne devastando il pianeta?

Come si può migliorare la realtà sociale se non si ha neanche la forza di volontà per smettere d'introdurre nel proprio corpo un non-cibo incompatibile con la propria natura il cui utilizzo risulta nocivo per se stessi, per gli altri esseri viventi e per la natura?

Il fatto che i mangiatori di carne siano più forti dei vegani è un luogo comune confutato dall'esistenza di numerosi atleti di livello internazionale che salgono sul podio sia negli sport di resistenza che di potenza. 

Che la carne assicuri una maggior salute è confutato dal fatto che, statisticamente parlando, i vegetariani vivono in media 10 anni in più rispetto agli onnivori. Del resto come potrebbe essere altrimenti dato che la carne è cancerogena per l'essere umano?

Se il problema è quindi una questione di dipendenza psicologica nei confronti del sapore della carne, basta assaggiare le pietanze realizzate con i prodotti vegetali per trovare degli ottimi sostituti su cui spostare le proprie ossessioni. 

In realtà non vi è alcuna valida ragione che giustifichi il mantenimento in essere di un regime alimentare insalubre, contrario all'etica e ad alto impatto ambientale in presenza di un'alternativa ad esso superiore sotto ogni punto di vista. 

Vi è solo una forte resistenza di tipo emotivo-culturale, che perderebbe tutta la sua forza se le nuove generazioni venissero alimentate fin dalla tenera età senza ricorrere ad alimenti di origine animale seguendo la vera natura degli esseri umani.

Ci sarà, o no, un motivo se i bambini che non hanno ancora ricevuto un condizionamento mentale così elevato da reprimere e distorcere i loro istinti, amano mangiare la frutta e giocare con gli animali, e non il contrario?

Abbiamo individuato una strategia semplicissima per contrastare il fenomeno del riscaldamento globale, migliorare la salute degli esseri umani ed evitare sofferenze indicibili a miliardi di animali, ma nonostante ciò la maggior parte degli individui rifiuta di metterla in atto e invece di modificare in meglio le proprie abitudini, rimettendo in discussione ciò che ha sempre dato per scontato, preferisce individuare ogni sorta di scusa.

È meglio che ci pensi il governo a contrastare i cambiamenti climatici, magari irrorando i cieli con sostanze tossiche al fine di riflettere una parte della radiazione solare, così come di recente dichiarato dal direttore della CIA John Owen Brennan e da alcuni “scienziati” di Harvard, in modo tale che chi per cultura è abituato a mangiare pezzi di cadaveri possa continuare a farlo, senza cambiare una sola virgola nella loro esistenza.

Di migliorare individualmente l'alimentazione a vantaggio di tutti, non se ne parla proprio, è una follia, è una utopia, non ha senso, è impraticabile... inquinare l'intero ecosistema a danno di tutti per far sì che nulla cambi e tutto proceda come prima, invece, è considerato un male necessario!

Analoghe considerazioni possono esse fatte per il discorso della medicina. Quando si ha un problema di salute, supponiamo ad esempio che si soffra di pressione alta, solo in pochi sono disposti a smettere di fumare, di bere alcolici, caffè e di mangiare alimenti dannosi, come ad esempio la carne ed il sale, la maggior parte delle persone preferisce demandare questo compito ai "rimedi" offerti dalla scienza, scegliendo di ingurgitare delle pillole che interverranno sui sintomi senza rimuovere le cause. E tutto ciò pur di non cambiare abitudini. Eppure la maggior parte dei casi potrebbe risolversi senza alcun bisogno di invocare l'aiuto di medici e medicine.
Tutto ciò ci aiuta a comprendere come mai il meccanismo della delega faccia presa sulla massa: perché deresponsabilizza gli individui. In questo modo essi s'illudono che incaricando qualcun altro i problemi verranno risolti senza che essi facciano nulla di concreto per cambiare se stessi. 

Gli individui pretendono che le loro condizioni di vita e la società migliorino senza che essi modifichino i loro comportamenti. E quindi tutto ciò che va in tal senso gli risulta gradito.

Scaricando la responsabilità, si sentono con la coscienza apposto. A quel punto non resta altro da fare che aspettare che chi è stato incaricato di farlo risolva i problemi di cui essi stessi, con i loro comportamenti, sono la causa: questo è il massimo della contraddizione.

Per quanto abbiamo fin qui asserito non può esserci alcuna trasformazione della realtà sociale senza che gli individui che la generano con le proprie azioni non attuino dei cambiamenti.

È giunto il tempo in cui l'umanità cominci a farsi carico delle proprie responsabilità, ed ogni membro della società agisca in prima persona per migliorare l'esistenza di tutti gli esseri viventi, senza delegare questo compito.

Se ciò avverrà, si arriverà ad un punto in cui non ci sarà più bisogno di incaricare nessuno per risolvere le criticità; se ciò non avverrà, non si riuscirà a mettere in atto misure risolutive.

Analoghe argomentazioni sussistono per molte azioni virtuose che ciascun individuo potrebbe attuare di sua spontanea volontà, migliorando la propria vita e quella degli altri, ma che invece ci si rifiuta di voler fare.

Si pensi solo ai vizi, come quello del fumo, e ad alle altre buone pratiche di vita che consentirebbero di muovere qualche passo in direzione della salute e di una maggiore sostenibilità ambientale.

Il vizio del fumo
Il fatto che un individuo scelga di fumare non è una cosa che riguarda soltanto quel soggetto. 

Per far sì che un fumatore possa avere denti gialli, alito cattivo, macchie di nicotina sulle dita, pelle spenta e abiti impregnati di un odore sgradevole, abbreviando la propria esistenza avvelenandosi quotidianamente, l'intera società deve sostenere dei costi elevatissimi, non soltanto in termini economici ma anche ambientali.

I costi diretti relativi alle cure sanitarie per malattie attribuibili al tabacco nel 2012 sono stati pari a 422 miliardi di dollari (il 5,7% delle spese sanitarie globali). Se ad esse sommassimo anche i costi indiretti dovuti alla perdita di produttività per malattia e/o decessi arriveremmo a 1.436 miliardi di dollari, pari all’1,8 % del PIL mondiale.

Nel mondo 2,5 milioni di ettari di foreste vengono sacrificate ogni anno per produrre ed essiccare tabacco. Nei Paesi in via di sviluppo circa il 5% del disboscamento generale è dovuto a questa coltura. 

Il Malawi in Africa ha già distrutto un terzo delle sue foreste, mentre la Tanzania abbatte il 12% dei suoi alberi ogni anno per soddisfare la produzione del tabacco. 

La deforestazione accelera la distruzione del suolo, porta alla desertificazione, mette a rischio numerose specie di animali, e mette in crisi intere comunità locali che vivono e lavorano in quelle zone. 

Nelle colture di tabacco vengono applicati pesticidi, fertilizzanti e antiparassitari che provocano l’avvelenamento dei suoli, delle acque e degli animali. 

Si possono inoltre verificare intossicazioni umane nelle aree in cui i pesticidi vengono usati più frequentemente, con un aumentano delle nascite di neonati con malformazioni. 

Le sostanze chimiche utilizzate uccidono gli insetti che si cibano di larve di zanzare responsabili della diffusione della malaria, provocando un riacutizzarsi della malattia. 

Per colpa dei fumatori, centinaia di miliardi di mozziconi vengono dispersi nell'ambiente; essi sono talmente numerosi da essere diventati il più grande agente contaminatore di mari e oceani al mondo.

Si consideri che ogni anno vengono prodotte all'incirca 5.600 miliardi di sigarette.

Si stima che in alcuni dei principali Paesi coltivatori, che sono Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia, Malawi e Zimbabwe, le percentuali più elevate di lavoro minorile si collochino proprio nelle industrie del tabacco. 

Il fumo rappresenta una delle principali cause di mortalità evitabile ed è in grado di portare al decesso prematuro, solo negli Stati Uniti, più di 400.000 persone all'anno, che diventano 7,1 milioni se si estende il dato a tutto il mondo. 

L'industria del tabacco produce più di 35 miliardi di dollari di utili netti all'anno, su un giro d'affari di circa 350 miliardi di dollari. Scopriamo così che sulla coscienza degli azionisti delle grandi multinazionali del tabacco gravano 35 miliardi / 7,1 milioni = 4.930 dollari di utile per ogni morte evitabile verificatasi a causa del consumo del prodotto commercializzato dalle aziende sulle quali hanno deciso di investire.

Tenendo in considerazione i costi umani, quelli sanitari, i danni ecologici e gli sprechi di risorse ed energia, si può dedurre che la pratica del fumo impoverisca l'intera umanità. Nonostante ciò, più di un miliardo e mezzo di esseri umani continuano a fumare, come se niente fosse.

Qualcuno penserà che questo sia un caso eccezionale, ma non è così che stanno le cose. Un quadro del tutto analogo emergerebbe anche se si prendessero in considerazione l'uso dell'alcol e della droga, per non parlare degli effetti negativi dovuti ai derivati del petrolio, della tecnologia... e così via.

Ne consegue che bisognerebbe sforzarsi di eliminare ogni forma di consumo superfluo legato ad attività nocive per se stessi e/o per gli altri. Questa riflessione ci porta ad occuparci degli aspetti ambientali.

Ecologia
Per quanto riguarda il discorso ecologico vi sono numerose pratiche virtuose all'assoluta portata della maggior parte degli esseri umani. In rete si trovano dei lunghi elenchi che ciascun lettore può facilmente consultare al fine di cambiare le proprie abitudini in meglio, a partire dall'alimentazione, di cui abbiamo già parlato.

Chissà perché tra questi elenchi non viene mai data l'indicazione più importante: ridurre il più possibile i consumi evitando tutti gli acquisti che non siano strettamente necessari.

Va benissimo agire a valle, ad esempio riutilizzando o riciclando tutto ciò che altrimenti finirebbe in discarica, ammesso che il processo circolare di riciclo non sia più inquinante del corrispondente processo lineare, ma sarebbe ancor più importante intervenire a monte del problema.

Se si vuole agire a monte in modo davvero efficace la prima cosa da fare è di indurre la minimizzazione dei processi produttivi, perché se il consumo viene ridotto e quindi, con esso, anche la produzione diminuisce, di conseguenza si avrà anche un calo di tutti gli effetti negativi associati, non solo a livello ambientale. 

Questo significa che ci sarebbe un minor consumo di risorse, una minore domanda energetica, un minor quantitativo di emissioni e scarti inquinanti, una più piccola quantità di materia da recuperare e riciclare ed un minor accumulo di scarti in discarica. 

In altri termini, minimizzando il consumo, l'entità del problema dovuto alla questione ecologica si ridimensionerebbe in modo considerevole. 

Sarebbe una follia raggiungere un livello di riciclaggio prossimo al 100% se poi si continuassero a produrre e consumare montagne di oggetti superflui e/o di bassa qualità appositamente concepiti per guastarsi ed esser ricomprati il prima possibile allo scadere della garanzia.

Ciò detto risulta evidente che ogni soluzione volta alla minimizzazione dei consumi non necessari dovrebbe essere ben vista da un punto di vista ecologico. Per analoghe argomentazioni tutto il lavoro superfluo e dannoso andrebbe eliminato. 

Bisognerebbe essere pienamente consapevoli che la produzione di un bene, o di un servizio, porta con sé un grande sacrificio in termini ecologici ed esistenziali. 

Per far sì che qualcuno possa consumare qualcosa si deve andare ad impattare sull'ambiente in modo negativo; inoltre, un certo numero di esseri umani deve spendere il suo tempo lavorando; un tempo che, nella giusta ottica, si sarebbe potuto impiegare per vivere la vita in libertà.

Il fatto che riducendo drasticamente i consumi si muoverebbero dei passi da gigante in direzione della sostenibilità ecologica ma s'indurrebbe anche una grande disoccupazione, non dev'essere  utilizzato come un argomento retorico per far credere alle persone che ciò non debba e non possa esser fatto: che i campi di concentramento diano lavoro ai militari, al personale ed alle industrie che ne rendono possibile il suo funzionamento, non può essere considerato come un valido deterrente per rimandare la loro chiusura.

Nelle sezioni del mio Trattato di sociologia dedicate al lavoro e all'economia ho già dedicato ampio spazio a spiegare come sia possibile risolvere questo genere di criticità e non mi ripeterò.

Dirò soltanto che la disoccupazione causata dalla doverosa eliminazione di tutto l'iper-lavoro potrebbe essere gestita: reimpiegando i disoccupati in settori utili e benefici per la società; diminuendo l'orario di lavoro incrementando al contempo le retribuzioni orarie, così che, come minimo, i livelli salariali restino invariati rispetto alla situazione precedente, pur lavorando di meno; istituendo un reddito universale ed incondizionato; redistribuendo sia la ricchezza prodotta che quella concentrata nelle mani di una piccola percentuale della popolazione mondiale; producendo beni e servizi per tutti fornendoli gratis. 

C'è poco da fare i capricci: i livelli di consumo vanno riportati entro i limiti della sostenibilità ambientale, altrimenti si causerà un collasso ecologico e a quel punto le criticità non riguarderebbero soltanto i disoccupati, ma tutta l'umanità. 

Quindi che si proceda pure a passo spedito nell'eliminazione di tutto l'iper-consumo, ciò che seguirà potrà essere utilizzato per rivendicare le soluzioni appena indicate. Scegliete pure le soluzioni che preferite, ma non mi si venga a dire che il processo non possa essere gestito nell'interesse generale.

Lavorare di meno
Tra le strategie individuali che consentirebbero di ottenere sia un beneficio personale che sociale, vorrei ora discutere quella basata sulla diminuzione spontanea e volontaria del tempo dedicato al lavoro.

Chiaramente mi sto riferendo a tutti quegli individui che potrebbero economicamente permettersi di effettuare una simile scelta. Se essi scegliessero di lavorare di meno e di vivere la vita, darebbero il via ad una grande rivoluzione sociale.

La strategia da seguire potrebbe essere la seguente: vendere il vendibile, ridurre al minimo le spese, prendere in affitto o acquistare una casa con un po' di terra, mettere da parte una somma di denaro che consenta di vivere e lasciare al più presto il mondo del lavoro. Oppure, se non si riesce a fare a meno del supporto di un reddito da lavoro, si può passare ad un regime part-time.

I vantaggi individuali di chi effettuasse questa scelta sono evidenti: essi si riapproprierebbero del proprio tempo e potrebbero incominciare a vivere la vita in libertà.

Al tempo stesso la loro rinuncia al lavoro consentirebbe a molti disoccupati di trovare un impiego. In questo modo chi avesse un effettivo bisogno di avere un reddito da lavoro avrebbe maggiori possibilità di essere assunto.

Osserviamo che la differenza di retribuzione tra un regime full-time di 40 ore settimanali ed uno part-time di 20 ore settimanali non è poi così eclatante. Dimezzare l'orario di lavoro non significa affatto dimezzare il salario, perché al diminuire del reddito cala anche l'entità del prelievo fiscale. 

È ironico pensare che spesso chi ritiene che una simile transizione sia alla portata soltanto di una piccola nicchia di privilegiati, dilapidi il suo stipendio in fumo, alcol, gioco d'azzardo e cene ai ristoranti. 

Molti altri poi mantengono due automobili, una per andare al lavoro ed una per il fine settimana. Oppure possiedono una moto che usano non più di 10 giorni all'anno. Altri ancora sperperano denaro per cambiare telefono cellulare ogni anno e/o vestiti ad ogni stagione per seguire la moda... e così via.

A conti fatti, se solo si fosse disposti a rinunciare ai vizi ed al superfluo, milioni di lavoratori potrebbero passare ad un regime part-time arrivando a fine mese con il medesimo quantitativo di denaro di quando lavoravano a tempo pieno. 

Ma evidentemente questi individui preferiscono ostentare la falsa personalità costruita con la pratica omologante del consumo di massa alla vera ricchezza esistenziale che conseguirebbe da una maggiore libertà senza la quale è impossibile ricercare ed esprimere se stessi.

L'abbandono, o la diminuzione, spontanea del lavoro potrebbe conciliarsi con l'indicazione data nella prima parte di queste riflessioni, ovvero con la costruzione  e/o l'ampliamento di ecovillaggi basati sulla cooperazione, il mutuo appoggio e la condivisione della ricchezza, cercando di dar vita ad una rete sinergica tra queste nuove realtà sociali.

Una questione di sovranità
Spesso si sente parlare di sovranità monetaria; essa è senz'altro importante, se non altro perché consente di risolvere il (falso) problema del debito pubblico, l'annosa questione dello spread, i continui ricatti dei mercati e la risibile retorica del “non ci sono i soldi” per finanziare ciò di cui i cittadini di una Stato civile avrebbero bisogno.

Ancor meglio però sarebbe riuscire ad attribuire la proprietà del denaro agli esseri umani, così che si possa utilizzare questo strumento senza creare alcun genere di debito, né pubblico, né privato. Ma purtroppo questi obiettivi non possono essere raggiunti senza che vi sia un'ampia consapevolezza.

Vi sono però altre tipologie di sovranità, non meno importanti della sovranità monetaria, rispetto le quali sia i singoli individui, che i membri delle comunità, potrebbero fare moltissimo: sto pensando a quelle che potremmo definire come sovranità alimentare ed energetica.

In sostanza, si tratta di cominciare a rendersi quanto più possibile autosufficienti, così da recidere le catene che, tenendo gli individui legati al sistema, li rendono ricattabili.

Il raggiungimento dell'autosufficienza, sia dal punto di vista energetico che alimentare, rappresenta un obiettivo di fondamentale importanza per diversi motivi: in primo luogo, incrementa sensibilmente la resilienza delle comunità, in secondo luogo, assicura un'esistenza più sana. 

Per come è strutturata la società oggi, se per qual si voglia motivo i supermercati serrassero le saracinesche, milioni di persone sarebbero condannate a morire di fame. 

Ciò non potrebbe avvenire se le comunità locali producessero da sé il cibo necessario al loro sostentamento. E nel caso in cui qualche gruppo di persone dovesse avere dei problemi, potrebbe fare affidamento sulle altre comunità. 

L'autoproduzione per autoconsumo è un vero è proprio atto rivoluzionario. Si pensi solo che da una sua diffusione conseguirebbe il fallimento dell'odierna industria alimentare che realizza profitti sfruttando i produttori e commercializzando cibo avvelenato venduto a caro prezzo inquinando il mondo intero, senza dover rispondere dei danni causati dai loro prodotti, quando invece bisognerebbe regalare a tutti gli esseri umani del cibo della più alta qualità possibile prodotto col più basso impatto ambientale, perché nutrirsi in modo sano nel rispetto dell'ambiente non è un vizio ma una necessità.

Autoprodurre il cibo significa disporre di alimenti sani, caratterizzati da elevati livelli nutrizionali, sui quali non vengono utilizzati prodotti chimici dannosi per la salute. Significa mantenersi in forma dedicando una parte del proprio tempo ad attività fisiche condotte all'aria aperta e a contatto con la natura.

Questo significa che se la pratica dell'autoproduzione per autoconsumo a scopo alimentare si diffondesse, l'incidenza delle malattie crollerebbe sensibilmente, condannando al fallimento gran parte dell'industria farmaceutica.

Si consideri che la gestione del cibo da parte delle élites di potere è uno dei mezzi attualmente utilizzati per esercitare il controllo sociale. 

Oltre a far ammalare le persone, ad inquinare l'ambiente e ad essere prodotto sfruttando esseri umani, il non-cibo avvelenato e di scarsa qualità che viene commercializzato dalle grandi industrie contribuisce ad abbassare il quoziente intellettivo delle persone rendendole, per giunta, dipendenti, agendo al pari delle droghe.

Questo significa che come diretta conseguenza del consumo di cibo industriale finalizzato alla realizzazione del profitto si avranno persone più deboli, ignoranti, malate e dipendenti, e quindi più facilmente controllabili.

Inoltre, mettendo in atto una produzione di cibo a km zero si ridurrebbe l'impronta ecologica, evitando tutta una serie di passaggi inutili. Si pensi solo al trasporto delle merci e agli imballaggi, i quali non sarebbero più necessari.

L'autoproduzione per autoconsumo è un atto di guerra nei confronti dell'odierno sistema capitalistico basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sull'inseguimento del profitto: chi lo pratica sta dimostrando con i fatti che l'industria del cibo non esercita alcun potere su di lui, dato che egli può farne a meno. 

Anche l'autoproduzione di energia comporterebbe dei miglioramenti significativi nella società.

Oltre ad indurre il fallimento delle industrie del comparto petrolifero, a ridurre l'inquinamento ambientale e ad incrementare la propria indipendenza, lo sfruttamento di fonti energetiche pulite a livello locale contribuirebbe alla diminuzione delle guerre combattute per aggiudicarsi il controllo sulle riserve petrolifere presenti nel mondo. Ciò, a sua volta, indurrebbe una diminuzione del fenomeno delle migrazioni.

La combinazione di autoproduzione di cibo ed energia toglierebbe potere a quegli attori sociali che oggi impediscono lo sviluppo di quelle zone del mondo che vengono derubate e sfruttate per soddisfare i bisogni dei Paesi più ricchi. 

Ritengo che tutto ciò sia più che sufficiente per far comprendere la grande importanza dell'adozione di una simile strategia. Vorrei solo aggiungere un ulteriore particolare.

Quando si parla di autosufficienza alimentare, di solito, si pensa subito al cibo, trascurando l'aspetto più importante: l'acqua.

Le previsioni per i prossimi decenni ci dicono che l'Italia diverrà un Paese ad altro rischio di scarsità idrica. Si consideri che nel 2050 il problema della carenza d'acqua riguarderà 5 miliardi di persone in tutto il mondo.

Per questo motivo, nell'ottica dell'autosufficienza, bisognerebbe dare assoluta precedenza alla realizzazione di pozzi, laghi e serbatoi per il recupero dell'acqua piovana, riappropriandosi delle fonti di acqua sorgiva date in gestione alle aziende. Si tratta di una questione di estrema importanza per la futura sopravvivenza dell'umanità.

Per concludere questa riflessione diciamo che il sistema vuole che le persone dipendano da esso, perché se così non fosse non riuscirebbe ad esercitare alcun dominio su di loro e di conseguenza non potrebbe sopravvivere.

In generale, quindi, tutto ciò che consente di muovere dei passi in direzione dell'indipendenza dev'essere attuato.

Piantare alberi
Tra le azioni semplici, concrete e rivoluzionarie alla portata di tutti, anch'essa sottovalutata, vi è quella di piantare alberi.

Soltanto un individuo completamente incosciente non riuscirebbe a rendersi conto della loro grande importanza: essi sono i più grandi amici dell'umanità.

Basta osservare la forma degli alberi e quella dei polmoni per comprendere il profondo legame che unisce gli esseri umani e le piante.

A causa delle attività antropiche il numero di alberi presenti sulla Terra si è dimezzato. Nonostante ciò il processo di deforestazione procede a passo spedito: bisogna assolutamente invertire la rotta.

Ogni individuo dovrebbe piantare centinaia di alberi nel corso della propria esistenza. Non c'è bisogno di spender soldi: le piante possono essere facilmente riprodotte a costo zero con varie tecniche, come la talea o la margotta.

Se invece di sprecare tempo e soldi in inutili rituali religiosi, come ad esempio il battesimo, la comunione e la cresima, si prendesse la sana abitudine di realizzare un frutteto per ogni nuovo nascituro, nel giro di una sola generazione sulla Terra ci sarebbe un numero di piante così elevato da soddisfare gratuitamente la domanda mondiale di frutta. 

Pensate che grande rivoluzione potrebbe scaturire da una pratica così semplice: nessuno soffrirebbe più la fame, e tutti quanti vivrebbero in un mondo meno inquinato, più bello e ricco di biodiversità. 

Anche gli animali troverebbero giovamento dall'incremento della flora, ed inoltre si combatterebbe il fenomeno del riscaldamento globale!

Gli alberi, infatti, contribuiscono a purificare l'aria e l'acqua dagli inquinanti, stoccano anidride carbonica e possono essere impiegati per invertire il processo di desertificazione.

Nel mondo alcuni individui hanno compiuto gesta a dir poco eroiche in tal senso, nella generale derisione e nella più completa incredulità dei propri simili.

Ad esempio, un uomo ha piantato alberi tutti i giorni per 40 anni della sua vita, riuscendo a trasformare un terreno desertico privo di vita in una foresta rigogliosa che insiste in un territorio di oltre 500 ettari.

Al suo interno oggi vi abitano tigri, rinoceronti e addirittura vi transita ogni anno un branco composto da più di cento elefanti.

In poche parole, quell'individuo ha creato da solo un’area forestale rigogliosa più grande del Central Park di New York partendo da una zona arida!

Ma la vicenda più incredibile è quella di due uomini, l'uno cieco e l'altro privo di braccia, che, dovendosi arrangiare per sopravvivere e non riuscendo a trovare un impiego, decisero d'inventarsi dal nulla un lavoro, piantando alberi in un terreno abbandonato coperto da rocce ed erbacce, da tutti ritenuto inadatto a far crescere perfino un arbusto. 

Nonostante le numerose difficoltà, nel giro di un decennio questa strana coppia, che si completava a vicenda, è riuscita a realizzare una foresta composta da più di 10.000 alberi: figuriamoci che cosa potrebbero fare 1 miliardo di esseri umani privi di handicap e senza alcun problema economico, se si mettessero in testa di voler rinverdire il pianeta Terra. 

Studiare e pensare
Vi è un'altra tipologia di sovranità individuale di cui ciascun essere umano dovrebbe riappropriarsi, la cui importanza è addirittura superiore alle altre in quanto a portata rivoluzionaria: quella intellettiva.

La maggior parte degli esseri umani non sa, crede di sapere; non pensa, ripete ciò che ha sentito dire da altri. E solitamente le informazioni che egli veicola, dopo averle introiettate nella sua mente in modo acritico e senza premurarsi di appurarne autonomamente la veridicità, provengono dal sistema. 

Il problema è che il sistema non si cura del benessere collettivo, al contrario: egli diffonde informazioni funzionali al raggiungimento dei suoi obiettivi, essenzialmente riconducibili a questioni di profitto e di controllo sociale. 

È così che i membri della società diventano al tempo stesso carcerati e carcerieri, auto-condannando se stessi e i propri simili alla miseria esistenziale che permea l'odierna società.

Come tutto ciò sia possibile è presto detto: se è vero che la realtà sociale è mentalmente generata, così come si può dimostrare partendo dalle Leggi fondamentali della sociologia, ciò significa che chi riesce a formare il pensiero delle masse è anche in grado di dominare la società. E questo è esattamente ciò che sta accadendo. 

Le informazioni che provengono dall'ambiente hanno il potere di programmare gli esseri umani, inducendoli a credere vere, giuste, urgenti, pericolose... certe cose e a reputare false, sbagliate, rinviabili, innocue... delle altre. 

Questa sorta di programmazione mentale, che si verifica durante tutto il corso dell'esistenza, contribuisce a formare il livello di pensiero che determina le azioni degli individui. 

Se da un lato è vero che è praticamente impossibile sottrarsi a questo continuo processo di condizionamento, si pensi solo al percorso di formazione scolastica ed al quotidiano bombardamento mediatico a cui ciascuno è esposto, dall'altro è altrettanto vero che gli esseri umani hanno tutti gli “strumenti” per annullarne gli effetti, sviluppando dei sani anticorpi.

Per ottenere questo importantissimo obiettivo, essi dovrebbero sforzarsi di decostruire l'immaginario con cui sono stati programmati e dovrebbero anche cessare di accettare come vere ed indiscutibili le cose che provengono dall'esterno, in particolar modo quando esse vengono calate dall'alto, ovvero provengono da fonti ufficiali e/o si appellano ad una qualche autorità.

In particolare, si deve avere il coraggio di rimettere in discussione ogni cosa, guardando al bene ed alla verità. Tutto ciò può esser fatto coltivando sentimento, ragione ed intuizione, combinandoli nella giusta misura.

Così facendo gli esseri umani riuscirebbero a liberarsi dalle gabbie di pensiero in cui sono stati imprigionanti, in forza delle quali gli individui operano generando l'odierna distopia, e riuscirebbero anche ad evitare di cadere nelle trappole mentali che il sistema congegnerà per riacciuffarli.

La sovranità intellettiva, intesa da un punto di vista ideale, prevede che ciascun individuo sia in grado di decostruire da sé l'immaginario formatosi a causa dei condizionamenti esterni ricevuti nel corso del proprio sviluppo, così da de-programmarsi, e di appurare in autonomia cosa sia vero, falso, o su cosa si debba sospendere il giudizio, rispetto alle informazioni che continuerà a ricevere nel corso della sua esistenza.

Ciò non toglie che nel mentre che si raggiunga questa meta ideale gli esseri umani possano interagire accelerando il duplice processo di decostruzione dell'immaginario e disvelamento della verità tramite la condivisione delle informazioni. 

Un'indicazione di massima che si può dare è la seguente: chi riesce a cogliere qualche elemento di verità ha il preciso dovere morale di comunicarla agli altri.

Ancor più in generale, si può dire che ogni informazione funzionale al miglioramento delle condizioni di vita dell'umanità andrebbe condivisa con tutti i membri della società.

Si possono sintetizzare questi punti dicendo che bisognerebbe dedicare del tempo allo studio, alla ricerca, alla riflessione, finalizzandoli all'informazione, alla contro-informazione e alla condivisione della conoscenza. 

Il problema è come condividere le informazioni, dato che il mezzo più efficiente per farlo sta per essere messo fuori uso proprio in questo periodo: mi riferisco ad Internet.

Per le ragioni sopra specificate, l'obiettivo del cosiddetto Potere è quello di ottenere il monopolio dell'informazione. 

Fin quando vi erano soltanto radio, televisione e giornali, il raggiungimento di questo scopo non era poi così difficoltoso: si trattava di impossessarsi e gestire mezzi di comunicazione di massa monodirezionali, che veicolano informazioni selezionate e controllate in modo arbitrario da un piccolo numero di individui. 

Questo significa che per programmare le menti dei membri della società, oltre a gestire il processo di formazione delle nuove generazioni, si pensi pure alla scuola ed alla religione, era sufficiente inserire delle persone fidate ai vertici delle testate più lette e dei canali radio-televisivi più seguiti.

La controinformazione avrebbe potuto creare un piccolo movimento clandestino, gestire una piccola emittente locale e/o redigere un piccolo giornale, ma così facendo non avrebbe avuto un impatto sociale sufficientemente elevato da risultare problematico per l'esercizio del controllo sociale.

Ma con l'avvento di Internet le cose cambiarono radicalmente: esso infatti consentiva di condividere informazioni con grande rapidità in modo bidirezionale, dando l'opportunità ai singoli individui di raggiungere milioni di utenti, senza filtri e censure.

I contro-informatori non si lasciano sfuggire questa occasione e cominciarono a dare il loro contributo per favorire il risveglio delle coscienze... fin quando il Potere glielo lasciò fare!

In questo periodo si sta assistendo alla trasformazione di Internet da potenziale strumento di liberazione dell'umanità a ennesimo mezzo per il controllo sociale, ancor più temibile di quelli impiegati in passato. 

I contributi realizzati dagli individui che non sono allineati al pensiero unico dominante e risultano d'intralcio per i piani delle élites, stanno subendo pesanti forme di censura: le pagine personali create all'interno dei social network vengono chiuse; immagini, video e articoli che trattano temi "scomodi" non hanno visibilità; i motori di ricerca non indicizzano le informazioni “sensibili”... e la situazione sembra destinata a peggiorare.

Io stesso posso testimoniare di aver subito nel corso degli anni numerose forme di censura, sempre più stringenti, per la diffusione delle mie tesi sociologiche volte alla realizzazione di una società in cui tutti gli esseri viventi possano vivere in condizioni di pace, uguaglianza e libertà. 

Ma quando andavo dicendo agli altri quello che mi stava accadendo, venivo deriso e preso per pazzo. Ora che la censura è divenuta di massa, tutti ne parlano. E le prove di quanto sta accadendo si possono trovare perfino sulle testate nazionali.

Di recente i giornali hanno dato ampio risalto al fatto che tutti i principali social network abbiano censurato i contenuti realizzati dai no-vax, diminuendone la visibilità e/o eliminandoli. E come se non bastasse, si sta già proponendo di ostacolare la vendita dei libri che affrontano in modo critico la questione dei vaccini.

Il colosso delle vendite on-line Amazon, ha già provveduto a rimuovere i documentari no-vax dalla sua piattaforma Prime Video, e sono convinto che in futuro la stessa sorte toccherà anche alla saggistica. 

Ora immaginate per un solo istante che cosa sarebbe potuto accadere se il medesimo trattamento fosse stato riservato ad un gruppo religioso o ad una particolare etnia. 

Immaginate se i social network avessero tolto visibilità ai contenuti pubblicati dai cristiani o dagli individui di colore: come minimo sarebbe scoppiata una rivoluzione. 

Si sarebbe giustamente denunciata una scandalosa persecuzione religiosa e/o razziale, invocando la libertà di culto e di pensiero, ma nel caso dei no-vax questa riedizione in chiave moderna della censura medioevale viene fatta passare come una conquista di civiltà effettuata nel nome della (falsa) scienza!

Se continueranno di questo passo, quali saranno le prossime tematiche che verranno censurate, oltre a quelle a cui hanno già tolto visibilità? 

Al netto dei casi specifici, sui quali il Potere deve intervenire per porre rimedio alle conseguenze che si verificherebbero se la massa riuscisse a cogliere la verità, l'intento generale è quello di snaturare Internet trasformandolo in un canale mono-direzionale, riproducendo le dinamiche di televisione e giornali, in cui un piccolo numero di persone decide cosa far visualizzare a milioni di utenti passivi, togliendo visibilità ai contro-informatori indipendenti che risultano “scomodi”, per ridarla ai contenuti prodotti dai mezzi di comunicazione classici, agli utenti allineati al pensiero dominante o a contenuti neutri come quelli fatti per intrattenere e istupidire le persone.

Ma c'è dell'altro: utilizzando la rete gli utenti sono finiti in una vera e propria trappola. Grazie ad una diffusione capillare di questo strumento, si è potuto mette in atto il più grande sistema di spionaggio che sia mai stato concepito nella storia dell'umanità, realizzando la più grande e accurata schedatura degli individui, creando dei veri e propri doppi digitali dei cittadini reali, che sono stai costruiti analizzando acquisti effettuati, siti visitati, conversazioni telefoniche, chat, email, foto personali... e così via.

Se questo processo continuerà ad evolversi, non solo Internet diverrà ancor più inutile e inefficiente di quanto non sia già diventato a causa delle recenti modifiche apportate agli algoritmi che ne determinano il funzionamento, ma alla fine, se il sistema evolverà in direzione di una tecno-dittatura, le informazioni raccolte grazie alla rete saranno utilizzate contro gli individui con un livello di coscienza non allineato al pensiero unico dominante.

Chi ci assicura che i contro-informatori individuati sulla base delle loro attività on-line non verranno arrestati? O che non gli verranno imposte delle limitazioni nei diritti? O che il governo assegnerà loro un punteggio sociale inferiore rispetto a chi dimostra di essere fedele al pensiero unico dominante e di comportarsi così come vuole il sistema?

La cosa più saggia da fare nell'immediato è di smettere di utilizzare la rete, o al limite di navigare con delle tecniche che assicurino l'anonimato, ideando altre metodologie per scambiarsi informazioni senza essere spiati, schedati e censurati.

Per non rinunciare ad Internet, ripristinando la sua funzione positiva, come minimo, si dovrebbe creare una rete alternativa a quella esistente che fosse effettivamente libera, eliminando filtri e censure, in cui non si possano analizzare e registrare informazioni private relative agli utenti. 

Se queste condizioni non sono date, il rischio dovuto alla profilazione personale legata all'utilizzo della rete, non vale il modesto effetto ottenibile diffondendo informazioni al suo interno, visto e considerato che essa, grazie all'intelligenza artificiale, ben presto sarà sottoposta ad un completo controllo, ammesso che tale controllo non sia già in essere, e quindi ad una sempre più stringente censura.

Del resto, soltanto un ingenuo potrebbe illudersi di riuscire a fronteggiare in modo efficace il Potere utilizzando gli strumenti messi a disposizione dal Potere. 

Se l'élite che domina l'umanità ha concesso a quest'ultima di utilizzare la rete, lo ha fatto perché era certa che, all'occorrenza, sarebbe riuscita a controllare le dinamiche sociali che essa avrebbe generato, volgendole in suo favore.

Pertanto se si vorrà muovere qualche passo in direzione della realizzazione di una società migliore, ci si dovrà sforzare di ideare delle soluzioni alternative al diffondere informazioni on-line. Bisogna giocare d'astuzia, muovendosi in modo discreto ma efficace. 

Tecniche nonviolente
A questo punto vorrei fornire un'altra indicazione: si deve evitare in ogni modo di scontrarsi frontalmente con il Potere. Non ce n'è alcun bisogno e non gioverebbe affatto alla causa: la violenza non produce che altra violenza.

Così facendo, non si farebbe altro che dedicare energie a battaglie perse in partenza che non avrebbe alcun senso combattere, in particolar modo da un punto di vista fisico.

L'effetto sarebbe quello di ottenere delle sonore sconfitte, causando grande sofferenza, rischiando di essere minacciati, perseguitati, ridotti in miseria, incarcerati, malmenati e/o uccisi, dando luogo a situazioni che il Potere non tarderebbe a strumentalizzare a proprio vantaggio.

Le tecniche della nonviolenza potrebbero insegnare molto a riguardo. La morale che si evince dalle strategie nonviolente, già messe in atto con grande successo, suggerisce che quando gli esseri umani si coordinano possono ottenere qualsiasi risultato, anche senza ricorrere all'uso della forza.

Si pensi al boicottaggio. Astenendosi dall'acquistare beni e/o servizi gli esseri umani potrebbero indurre il fallimento di qualsiasi azienda, perfino di una multinazionale.

Il tuo prodotto è dannoso per l'ambiente? Producilo pure, ma non troverai nessuno disposto ad acquistarlo: questa dovrebbe essere la filosofia da adottare. 

Tutto ciò ci aiuta a comprendere come il potere, in realtà, non sia nelle mani di un'élite, ma in ciascun essere umano. Questo significa che dalla coordinazione di un popolo risvegliato scaturirebbe una forza che nessun gruppo di potere riuscirebbe a contrastare.

La tecnica del boicottaggio può essere generalizzata introducendo il concetto di Azioni Individuali Coordinate (AIC): si tratta di strategie attuate dai singoli individui i quali si coordinano al fine di ottenere un fine precedentemente determinato. 

Si possono dare molti esempi di AIC, molti dei quali sono stati già discussi all'interno di questo scritto: cambiare alimentazione, piantare alberi, autoprodurre il cibo, fare controinformazione ed il boicottaggio, rientrano tutti all'interno della suddetta categoria. 

Un altro esempio di AIC potrebbe essere quello di fare una buona azione alla settimana al fine di aiutare le persone in difficoltà.

Se il miliardo di esseri umani più ricchi presenti sulla Terra prendesse parte a questa iniziativa, ogni anno nel mondo avverrebbero ben 52 miliardi di buone azioni, che potrebbero aiutare in modo significativo miliardi di esseri umani.

Si pensi ai culti religiosi. Se gli adepti delle varie sette, invece di sprecare tempo e soldi con preghiere e rituali rivolti ad entità immaginarie, si dedicassero concretamente ad azioni benefiche, a quest'ora avrebbero risolto tutti i problemi del mondo. 

All'atto pratico, non c'è limite al campo di applicazione di questo genere di strategie e, da un punto di vista teorico, la loro efficacia non ha confini. 

Il loro difetto è che per indurre effettivamente una massiva trasformazione della realtà sociale richiedono gruppi di individui risvegliati sufficientemente numerosi. Infatti, non può esservi un'azione individuale coordinata di massa senza che prima la coscienza degli individui che daranno vita a questa strategia non si espanda. 

Torniamo così ancora una volta al tema centrale di questo capitolo: il risveglio della coscienza, che - lo ripeto - rappresenta una precondizione per indurre un cambiamento in senso positivo della realtà sociale.

Lavorare su di sé
Questa riflessione si suggerisce un'ultima, anche se non in ordine d'importanza, pratica rivoluzionaria: impegnarsi costantemente per migliorarsi come essere umani.

Vale a dire, curare e sviluppare sensibilità, cultura, qualità etico-morali... e così via, cercando di avanzare nel proprio percorso di evoluzione spirituale.

Qual è la meta?

La meta è un mondo nonviolento, in cui gli esseri umani hanno raggiunto un livello di coscienza così elevato da generare una realtà sociale in cui regni una completa armonia.

Mirco Mariucci

Fonti:
  1. La fuga del bike sharing dall’Italia: “I vandali ci distruggono le bici”. La Stampa, Nicola Pinna, 15 febbraio 2018. 
  2. Bike sharing, ora è ufficiale: Gobee lascia l'Italia. "Troppi atti vandalici contro le bici". Repubblica, Gerardi Adinolfi, 14 febbraio 2018.
  3. I problemi del bike sharing in Europa. WIRED, Giuditta Mosca, 22 agosto 2018. 
  4. Emissioni di gas serra in km equivalenti: confronto tra regimi alimentari. Wikipedia: Impatto ambientale dell'industria dei cibi animali - La proposta vegetariana.
  5. Consumo acqua doccia medio in Italia. Idee Green, Marta Abbà, 18 agosto 2017.
  6. Dichiarazioni del direttore della CIA in merito alla geoingegneria.
  7. Un progetto di geoingegneria solare contro il riscaldamento globale. Rai News, 29 marzo 2017. 
  8. Vere scie chimiche: un esperimento di ingegneria climatica per rallentare il riscaldamento globale. WIRED, Simone Valesini, 7 dicembre 2018.
  9. Quanto ci costa il fumo? Fondazione Veronesi Magazine, Donatella Barus 24 maggio 2017.
  10. Secondo un nuovo studio i mozziconi di sigaretta inquinano il mare ancora più della plastica. TPI News, Viola Stefanello, 28 agosto 2018.
  11. L'economia del tabacco. Focus, Sabina Berra, 30 maggio 2013. 
  12. Il fumo causa 7,1 milioni di morti ogni anno nel mondo. Sky Tg 24, 9 marzo 2018.
  13. Nel mondo meno fumatori, ma in Italia sono in aumento. Il Messaggero, Valentina Arcovio, 1 giugno 2018.
  14. Smettere di fumare, perché no? I danni derivanti dall'uso delle sigarette a persone, ambiente e società. Utopia Razionale, Mirco Mariucci.
  15. L’atto più rivoluzionario in assoluto: coltivare il proprio cibo. La Dolce Vita, Flavio Troisi, 24 settembre 2017.
  16. L'autoproduzione è la vera rivoluzione. Erbaviola, Grazia Cacciola, 27 febbraio 2012.
  17. Il cibo spazzatura diminuisce il quoziente intellettivo dei bambini. Green Me, 8 ottobre 2012.
  18. Il "cibo spazzatura" abbassa il Qi dei bimbi. Tg Com 24, 8 ottobre 2012.
  19. 2050: scarsità d'acqua per 5 miliardi di persone. Focus, Elisabetta Intini, 22 marzo 2018.
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  21. Datemi un albero e vi cambierò il clima. Università di Padova, Monica Panetto, 22 dicembre 2014.
  22. Un modo per diminuire l’anidride carbonica? Piantare miliardi di alberi. Focus Tech, Giacomo Ampollini, 18 febbraio 2019.
  23. Alberi e orti contro il cambiamento climatico. Così ognuno di noi può fare la differenza. Huffington Post, 20 ottobre 2017.
  24. Il contadino nero che fermò il deserto. Il Fatto Quotidiano, Jacopo Fo, 14 Settembre 2013.
  25. L'uomo che ha piantato un albero al giorno per 40 anni, trasformando 550 ettari di deserto in una foresta rigogliosa. Coscienza in Rete, 12 Agosto 2018.
  26. India, l’uomo che piantava alberi: il bosco di Molai si estende oggi per oltre 500 ettari.  Meteo Web, Lorenzo Pasqualini, 24 maggio 2016.
  27. Un uomo pianta un albero al giorno, per 40 anni e trasforma il deserto in una foresta magnifica. Metro, Tommaso Longhi, 22 febbraio 2019. 
  28. Cina, da deserto a foresta: un non vedente e l'amico senza braccia piantano 10mila alberi. Rai News, 3 aprile 2015.
  29. Youtube e Pinterest contro i contenuti no vax sui social media. Euronews, Cristina Abellan Matamoros, 28 febbraio 2019.
  30. Facebook vuole limitare la visibilità dei gruppi no vax. Repubblica, 27 febbraio 2019.
  31. Facebook contro i no-vax: il social vuole diminuire la visibilità dei gruppi contro i vaccini. Huffington post, 27 febbraio 2019.
  32. Vaccini, Pinterest blocca la ricerca di post no-vax. Wired, Gabriele Porro, 21 febbraio 2019. 
  33. Facebook prova a vaccinarsi dai no vax. Il Foglio, Enrico Cicchetti, 27 febbraio 2019. 
  34. Vaccini, Facebook censura i gruppi no vax. Affari Italiani, 27 febbraio 2019.
  35. Vaccini, c'è (finalmente) la svolta di Facebook: "Limiterà visibilità dei gruppi no-vax". Today, 27 febbraio 2019.
  36. Usa, polemiche per libri e film no vax su Amazon. Repubblica, 28 febbraio 2019. 
  37. Amazon ha rimosso i documentari no-vax da Prime Video. Fan Page, 4 marzo 2019.
  38. Usa, polemiche per libri e film no vax su Amazon. Repubblica, 28 febbraio 2019.
  39. Il brutto problema di Amazon Italia con i libri no-vax. Open, Valerio Berra, 4 marzo 2019. 
  40. Troppi no vax in risultati ricerche, caso Amazon in Usa. Alto Adige, Pier David Malloni, 28 febbraio 2019. 

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